Perché la Libia è un caso disperato

Mattia Toaldo, Limes
15 febbraio 2015

Il paese è spaccato tra il "legittimo" governo di Tobruk e le milizie "rivoluzionarie" di Misurata che controllano Tripoli.
La competizione fra le monarchie del Golfo. Gli errori occidentali e la solitudine dell'Italia. In palio ci sono i pozzi e i petrodollari.
Un estratto dall'articolo presente in Dopo Parigi, che guerra fa.

In Libia, a soli 350 kilometri dalle nostre coste, infuria un conflitto che sembra non avere più freni.

È dai tempi delle carneficine nei Balcani che non avevamo una guerra civile così vicino a casa, eppure la nostra stampa ne parla saltuariamente e i funzionari che se ne occupano attivamente non superano la decina.

Nei Balcani non avevamo tutti gli interessi che abbiamo in Libia: il gas e il petrolio, sì, ma anche le commesse per le nostre imprese e gli investimenti nel nostro sistema economico che la Libia assicurava fino a ieri. Dai Balcani non dovevamo temere tutto ciò che dovremmo temere dalla Libia: uno Stato fallito a due passi da casa, potenziale rifugio per organizzazioni criminali e terroristiche (spesso i due aspetti si confondono), un potenziale buco nero nei nostri approvvigionamenti energetici,  l’ennesimo esempio di intervento occidentale fallito.

Al momento, nel paese si confrontano due coalizioni militari, ognuna con il rispettivo governo e parlamento. A est opera il governo di ‘Abdullah al-Thinni, insediato nelle città di al-Bayda e Tobruk, vicine al confine con l’Egitto. Questo è il governo internazionalmente riconosciuto, perché scaturito dalle elezioni parlamentari dello scorso 25 giugno. Il governo di Tobruk/al-Bayda appoggia l’Operazione Dignità lanciata dall’ex generale dell’Esercito Halifa Haftar.

Nel giorno di San Valentino e poi, con più successo, a metà maggio dell’anno passato, Haftar aveva lanciato proclami per combattere le milizie da lui definite islamiste. Il governo di Tobruk rappresenta le forze autodefinitesi antislamiste, che riuniscono diversi soggetti: politici e membri dell’Esercito che, pur avendo lavorato per il regime in passato, sono stati alla guida della rivolta contro Gheddafi nel 2011; le milizie della città di Zintan, che hanno svolto un ruolo importante nella conquista di Tripoli; parte della minoranza tibu nel Sud; i gruppi cosiddetti «federalisti», che invocano di fatto la separazione della Libia orientale (Cirenaica) dal resto del paese.

Questa coalizione molto variegata controlla oggi il parlamento, dove tuttavia siede una notevole rappresentanza di esponenti delle diverse tribù, soprattutto dell’Est. Alle elezioni per la Camera dei rappresentanti del 25 giugno, svoltesi in un paese di fatto già in guerra e caratterizzate da una bassa affluenza, le forze «rivoluzionarie» (parte delle milizie che hanno combattuto contro Gheddafi e che non accettano alcun compromesso con chiunque abbia anche solo lavorato per lo Stato durante il regime) hanno ottenuto un risultato peggiore del previsto. Del fronte «rivoluzionario» fanno parte le milizie della città di Misurata, anch’essa cruciale nella caduta di Tripoli; forze più o meno islamiste, ma formalmente integrate nel ministero dell’Interno; parte della minoranza berbera.

Il fronte «rivoluzionario » si definisce tale perché ritiene di dover difendere la «rivoluzione» del 2011 contro il ritorno del vecchio regime rappresentato dagli uomini di Tobruk.

Questo è un estratto dell'articolo presente in Dopo Parigi, che guerra fa, il nuovo numero di Limes.
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