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Belgrade Pride, un successo mai visto

  • Lunedì, 28 Settembre 2015 12:09 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Balcani e Caucaso
28 09 2015

Dopo anni di polemiche e violenze finalmente è stata una festa. Il Gay Pride di Belgrado, evento conclusivo della “settimana dell’orgoglio”, si è svolto domenica 20 settembre senza incidenti
Il Pride Parade è l’evento conclusivo della settimana dedicata ai diritti della comunità LGBT di Belgrado, organizzato dall’associazione Beograd Prajd, ed è stato accompagnato anche dal Trans Pride, manifestazione gemella che quest’anno è stata organizzata separatamente.
Le edizioni passate


Nel corso degli anni passati, l’organizzazione della “parata” è stato un evento che ha profondamente diviso la società serba e che è stato frutto di polemiche e violenze. L’edizione del 2010 fu all’origine di seri incidenti, causati dalle solite organizzazioni di destra, che portarono al ferimento di oltre 100 poliziotti e all’arresto di 250 persone. Anche la Chiesa ortodossa si era sempre schierata contro l’evento. Negli anni successivi, le forze di sicurezza serbe temendo il ripetersi degli incidenti, non hanno più dato l’autorizzazione alla manifestazione, almeno fino al 2014. L’anno scorso, la “parata” si tenne, con la presenza di ingenti forze di polizia e con alcuni scontri ai margini della manifestazione.
Quest’anno, in una Belgrado dove l’attenzione si è spostata sulla crisi dei rifugiati che transitano quotidianamente in città, l’organizzazione della “parata dell’orgoglio” non ha praticamente fatto notizia.

Nessuna polemica sui giornali, i partiti dell’estrema destra silenziati, gli hooligans del Partizan e della Stella Rossa anche loro in silenzio. Colpisce in particolare l’assenza di graffiti minacciosi sui muri della città. Nel 2014 la città era stata ricoperta con scritte tipo: ”I gay non marceranno”, “La parata non si svolgerà” “Uccidi i gay”. Colpisce anche il silenzio della Chiesa Ortodossa, che nel 2014, tramite suoi prelati, aveva detto che le disastrose inondazioni della primavera 2014 erano state un ammonimento divino nei confronti dei serbi perché avevano intenzione di organizzare la parata. L’assenza di tensioni e incidenti i giorni prima, aveva fatto sì che sabato sera, la polizia avesse finalmente fatto sapere che c’erano le condizioni per lo svolgimento sia del “Trans pride” che del “Pride Parade”.

La parata
Il silenzio mediatico dei giorni che hanno preceduto l'evento è stato seguito dal silenzio irreale di domenica 20, giorno della “parata”. Il centro di Belgrado è stato praticamente isolato dal traffico. Solo il volo persistente degli elicotteri rompeva l’inusuale calma calata su Belgrado. Impressionante lo spiegamento di forze della polizia e della gendarmeria, tutti in tenuta antisommossa. Cordoni di poliziotti bloccavano le vie di accesso a Trg Republike, Slavija, Pionirksi Park e Nemanjina, i punti critici della sfilata. Polizia a cavallo, mezzi blindati, cannoni ad acqua, il messaggio dato dalle autorità non lasciava dubbi. La “parata” si sarebbe svolta.

Il contrasto tra l’aspetto bellicoso dei poliziotti e i colori del “Trans pride” primo evento in programma, descrive alla perfezione la giornata. Nel Pionirski Park, i partecipanti alla Trans Pride, assieme ai rappresentanti della comunità rom di Belgrado, invitavano i presenti a sostenerli nella lotta per evitare discriminazioni.

La parata è poi partita in Nemanjina ulica, di fronte alla sede del governo. Circa 1.000 partecipanti si sono riuniti lì al suono di fischi e musica. L’atmosfera era festosa e rilassata. La madrina della manifestazione, Biljana Srbljanović, ha dato il benvenuto ai partecipanti. Dietro il corteo, le autorità, con in prima persona il sindaco di Belgrado, Siniša Mali, la ministra per l’Integrazione europea Jadranka Joksimović, l’ambasciatore degli Stati Uniti, Michael Kirby e il capo della Delegazione dell’Unione Europea, l’ambasciatore Michael Davenport. Per l’occasione, è giunta a Belgrado anche la ministra svedese per la Cultura, Alice Bah Kuhnke. Negli anni scorsi la comunità internazionale si è apertamente schierata in favore dello svolgimento della manifestazione, condannando le violenze e le cancellazioni del passato.

La “parata” è partita puntuale. Musica, balli, fischi, una grande bandiera arcobaleno a seguire il camioncino dell’organizzazione. Si respirava un’atmosfera di sollievo e normalità. I partecipanti venivano da tutti i paesi della ex Jugoslavia e in più vi erano numerosi ospiti stranieri e belgradesi simpatizzanti con la comunità LGBT, tra cui, una simpatica nonnina di 79 anni. Gli organizzatori hanno invitato i partecipanti a solidarizzare con tutti quanti si battono per i propri diritti, in primo luogo con i rifugiati che da mesi oramai sono accampati nei parchi di Belgrado, nel loro cammino verso l’Europa occidentale. La gente, non molta, dalle finestre guardava con curiosità, alcuni gettando fiori, altri sventolando bandiere tricolori. Il tutto, sotto gli occhi attenti e severi delle centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa. I media hanno riportato di un migliaio di partecipanti in tutto.

Alla fine, tutti contenti
La “parata” è terminata alle 13.00 di fronte al municipio di Belgrado. L’atmosfera festosa è però continuata e sono stati rinnovati gli appelli a far visita ai rifugiati subito dopo la parata. Secondo gli organizzatori, questa è stata la miglior “parata” finora organizzata. Non vi sono stati incidenti di rilievo. Un gruppo di fedeli, assieme ad alcuni “pope” ortodossi hanno comunque pregato e asperso il suolo di acqua santa nei pressi della Chiesa di San Marco per scongiurare eventuali punizioni divine a seguito della manifestazione come, a loro dire, la siccità di quest’anno e le inondazioni dell’anno scorso.
La protesta, pacifica, si è mantenuta molto distante dal luogo dove è avvenuto il Pride. Nel pomeriggio, la polizia ha reso noto di aver arrestato una decina di facinorosi, ultras e pregiudicati, per aver tentato di creare disordini. Per il resto, una giornata tranquilla, ma anche un altro importante successo per il premier serbo Aleksandar Vučić, che dà ancora un forte segnale che la Serbia è un paese in via di normalizzazione e che, almeno in superficie, ha abbracciato i valori europei ed è ben decisa a progredire nel processo di integrazione europea. Nella speranza che l’anno prossimo l’evento si ripeta con bisogno di minori misure di sicurezza.

India, Bangladesh e Nepal: cresce la visibilità LGBT

  • Mercoledì, 16 Settembre 2015 13:49 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Grande Colibrì
16 09 2015

L'associazione queer Boys of Bangladesh [ilgrandecolibri.com] ha presentato al British Council di Dhaka il primo fumetto a tematica lesbica del paese: "Dhee" (saggezza) affronta i pregiudizi che circondano la sessualità femminile, il corpo ed il ruolo delle donne [dhakatribune.com]. Anche l'India del sud festeggia una sua prima storia lesbica, anche se in questo caso parliamo di cinema: domani uscirà nelle sale dell'India meridionale il film "141", per la regia di Bhavaji. Finalmente. Perché, dopo un braccio di ferro durato due anni (il film era pronto già nel 2013), solo ora l'ufficio per la censura ha permesso la proiezione del film, anche se ha vietato di pubblicizzarlo, nonostante non vi siano scene "esplicite" [indiatoday.intoday.in]. Ma in India si discute anche della serie di fotografie "Coming out" del fotografo indiano Arjun Kamath, con al centro una storia d'amore tra donne dal finale tragico [facebook.com].

Sono passi piccoli, ma importanti per rompere la cappa di silenzio che avvolge l'omosessualità femminile in tutto il subcontinente indiano. E, per quanto riguarda gli uomini gay, le cose non vanno molto meglio. "La disinformazione è troppa, il pregiudizio è troppo e, unendosi a problemi legati a povertà, religione e genere, forma un problema unico in India" sostiene il comico statunitense di origini indiane Nik Dodan, che pure in India non ha mai messo piede [pinknews.co.uk]. E la legge non aiuta: nel 2009 l'Alta corte di Delhi, presieduta dal giudice A.P. Shah, aveva dichiarato incostituzionale la sezione 377, eredità della colonizzazione britannica, che criminalizza l'omosessualità, ma in seguito la Corte suprema indiana, sotto la pressione delle comunità religiose, ha reintrodotto il reato [ilgrandecolibri.com]. Si è trattato di un grande errore, dice Shah [timesofindia.indiatimes.com].

E che dire delle hijra, le "transgender" indiane? Nonostante notevoli passi avanti, la loro situazione resta sempre molto difficile [ilgrandecolibri.com]. Banu, studentessa trans di ingegneria di Chennai, risponde così: "Ho chiesto assistenza finanziaria al governo per vivere con dignità. Non voglio fare la carità o le altre attività che la società associa tradizionalmente alle donne trans. Non ottengo lavori part-time perché sono trans e non posso pagare i miei studi. Le autorità non vogliono prendere iniziative per offrirci fonti di sostentamento alternative". Lei e altre donne trans hanno allora avanzato una richiesta shock al governo: "Dateci l'eutanasia" [thehindu.com]. Anche altre attiviste lamentano il fatto che i miglioramenti previsti sulla carta non hanno prodotto molti effetti sulla vita delle hijra [thetypewriter.org]

L'anno scorso, ad aprile, è stata approvata un'importante legge sui diritti delle persone transgender, che dovrebbe assicurare inclusione sociale ed economica, incentivi alle assunzioni, assegni di disoccupazione, servizi sociali, oltre a proibire la discriminazione basata sull'identità di genere e a istituire una linea amica per raccogliere le denunce. Ma purtroppo a maggio ha vinto le elezioni il candidato di destra, Narendra Modi: sotto la sua presidenza, il percorso di emancipazione delle hijra ha subito una brusca frenata, distruggendo il sogno di un futuro migliore. Eppure qualche segnale positivo continua ad esserci: ad esempio, nel Tamil Nadu, a sud, i giudici hanno imposto alla polizia di accettare la candidatura di una ragazza trans, K Prathika Yashini [indiatimes.com].

Un altro segno di speranza arriva dalla partecipazione di un gruppo di hijra pakistane alla tradizionale festa di Bhujaria: un colorato corteo di donne transgender ha percorso, tra canti e danze, le strade di Bhopal, in India centrale [catchnews.com]. Ma non è stata l'unica parata variopinta del subcontinente indiano: a Kathmandu, capitale del Nepal, centinaia di persone hanno celebrato il Pride chiedendo l'introduzione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Il Nepal nel 2007 ha cancellato il reato di omosessualità e ha riconosciuto l'esistenza del "terzo sesso" (quello in cui si identificano le hijra della regione). Ora si chiede che i diritti delle minoranze sessuali siano introdotti nella nuova costituzione che si sta redigendo proprio in questi mesi [bbc.com]. Sarebbe un ottimo esempio anche per gli stati vicini...


Pier
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Tutta nostra la città

  • Mercoledì, 27 Maggio 2015 13:11 ,
  • Pubblicato in Flash news

Communianet
27 05 2015

Vite, energie, corpi favolosi e fuori controllo!

Siamo fuori controllo. Siamo posate ed educate. Siamo svogliate e sgraziate. Siamo artiste e fannullone, femministe e ricchione. Siamo frocie ineducate. Siamo mani delicate, bocche insaziate. Siamo figlie di un rigore che ci ha volute ribelli. Siamo corpi desideranti, corpi stanchi, corpi vivi e fuori forma.
Viviamo le nostre vite di lotta e favolosità negli spazi che occupiamo.
Il Pride, la parata, è uno spazio che occupiamo. Uno spazio che ci appartiene perché non ci è stato concesso, ma è stato da noi conquistato. Uno spazio in cui esprimiamo la nostra essenza, mostriamo i nostri corpi, urliamo i nostri desideri e cantiamo la nostra rivoluzione, senza paura e forti della resistenza che celebriamo, perché libere dalla norma, libere dalla classificazione e dalla costrizione.
Le nostre vite reclamano spazi, e i nostri corpi se li prendono!

Politici incapaci costringono la nostra quotidianità in città come modellini di plastica, costruiti da grosse mani inesperte, che non riescono a gestire i particolari. Le nostre vite hanno bisogno di città amiche, città morbide che parlano lingue diverse e mangiano cibi colorati; città gestite da chi riempie le sue strade e fa vivere i suoi spazi. Le città che vogliamo non hanno centri commerciali tra le baracche di piccoli commercianti; non hanno parcheggi sterminati al posto di parchi né decorazioni futuriste di cemento al posto di case popolari circondate da giardini. Le nostre città non accettano ricatti e compromessi; per questo noi non ci pieghiamo ai dettami politici che ci vedono come problema di ordine e decoro, ci stigmatizzano come fannullone delinquenti e pericolose, e ci ghettizzano in periferie abbandonate o in quartieri frocifriendly.

Le città che vogliamo non si muovono su ruoli ritenuti rispettabili da un’autorità che non ci rappresenta, ma camminano sulle gambe di donne pelose e uomini sui tacchi, di bambine vestite male e di mamme con la barba. Le famiglie che abitano le nostre case sono scomposte e incasinate, non vanno a messa la domenica ma praticano il cunnilingus; non vanno al family day ma giocano nei centri sociali.
Emblema della strumentalizzazione che delle nostre soggettività viene fatta è Expo2015, che si è impossessata di costruzioni ideologiche da benpensanti per proporre modelli di città ecosostenibili, modelli di nutrizione sana e di integrazione di tutte le culture e di tutte le sessualità, per niente, però, supportati da credibilità e concretezza. Quello che expo è stato in grado di proporre fin’ora è solo sfruttamento dei territori, mercificazione dei corpi e sfruttamento del lavoro di giovani sottopagati. Ci opponiamo al modello expo, e rifiutiamo di sostenere il Pride ufficiale milanese che di tutto questo decide di farsi bandiera.

Non vogliamo essere normalizzate; non vogliamo essere identificate in ruoli o controllate da norme. Vogliamo essere libere di autodeterminarci e usufruire di tutti gli strumenti che scegliamo per farlo.
Menti politiche illuminate impongono un regime economico di austerity definanziando le strutture pubbliche e sostenendo banche e grandi imprese; smantellano le forme di organizzazione sociale costruite dal basso e riconoscono un modello familiare irreale. La sanità deve essere pubblica, gratuita e libera dall’intervento delle lobby cattoliche! Gli interventi per il cambio di sesso si realizzano come sperimentazioni sui nostri corpi guidate da macellai che ci vedono come mostri. Ci ritroviamo a dover scegliere se ricoprire un ruolo maschile o un ruolo femminile e a dover regolare ogni aspetto della nostra vita sulla base di questa scelta. Ce lo impongono da bambine, e lì dobbiamo scegliere se essere principesse rosa o guerriere solitarie. Noi siamo principesse guerriere! E non siamo mai sole! Ci propongono lavori adatti alle nostre “Specificità”, all’immagine che di noi vogliono dare, all’aspetto più attraente della nostra personalità …o dei nostri culi.

Siamo brave casalinghe e badanti. Siamo negre puttane e zingare bastarde. Siamo migranti in cerca di vita, che vengono accolte da razzismo, sessismo e fascismo.
Non vogliamo piacere alle belle forme dei salotti in cui si decidono le sorti di migranti che poi vengono lasciati morire sul tappetino di casa come fossero zanzare. Il nostro Paese si fa forte di grandi elogi sulle sue capacità di accogliere i migranti; cita enormi cifre stanziate a loro favore e bacchetta l’Europa che inerme assiste a tutto questo, ma non parla di CIE, non parla del lavoro in nero da schiavi, non parla del totale abbandono riservato a chi richiede asilo, e propone soluzioni ridicole da fumetto.
Non ci riconosciamo in queste politiche, per questo decidiamo di non esserne schiave e trasgredire.
Saremo in ogni città, in ogni lotta, in ogni parata, in ogni casa!
Ci riprendiamo la città, perché è tutta nostra!

Mercoledì 27 ore 19 a Communia (via dello Scalo di San Lorenzo, 33) ASSEMBLEA CITTADINA
Sabato 13 giugno ROMA PRIDE

Il Fatto Quotidiano
25 07 2014

Ora è il tempo dei diritti civili. La recente notizia dell’insegnante trentina di una scuola paritaria, probabilmente discriminata al punto di perdere il suo lavoro a causa del suo orientamento sessuale, lo dimostra. E lo stiamo dimostrando a Napoli, con atti concreti, perché la buona politica, per essere vicina ai cittadini, non può che farsi carico dei desideri e delle aspettative di un popolo e anche delle minoranze. Non ci sono cittadini di serie A e di seri B.

Per questo, come sindaco di Napoli, ho personalmente registrato, pochi giorni fa, la trascrizione delle così dette “nozze gay” celebrate all’estero di Roberto e Miguel, presso gli uffici della nostra anagrafe. L’ho fatto, perché avevo già firmato un’ordinanza per autorizzare la registrazione di queste unioni al fine di affermare un principio base della nostra Costituzione: l’uguaglianza nelle diversità. Perché la diversità è una ricchezza. Perché l’amore è un diritto, e quella straordinaria pietra miliare giuridica che è la Costituzione americana, non a caso, iscrive il “diritto alla felicità” fra le libertà civili.

I diritti civili e le identità di genere sono il tema su cui la politica oggi, a tutti i livelli, si deve misurare: e si deve impegnare in modo prioritario. E’ giunto il tempo di dare vera attuazione alla Costituzione. Costituzione la cui portata “rivoluzionaria” è stata spesso congelata distinguendo capziosamente e oziosamente fra principi programmatici e attuativi. Ma i diritti non possono essere “programmatici”: o sono concreti o non sono diritti.

Come sindaco, io sento il peso di dovere dare ogni giorno risposte alle sollecitazioni o alle richieste dei mie concittadini; di chi vede in me lo Stato nella sua dimensione più prossima: e al quale non posso rispondere di aspettare i tempi della politica. Anche e soprattutto a partire dalla dimensione amministrativa, allora, le istituzioni devono impegnarsi a fornire queste risposte: perché fare il sindaco – per me – non significa fare il passacarte o il burocrate delle carte bollate, ma far vivere i diritti e le libertà.

Certo, non mi sfugge il dato che la questione delle nozze gay o delle unioni civili debba essere affrontata compiutamente dal legislatore. Ma, anche attraverso scelte come quella che abbiamo compiuto a Napoli, possiamo spronare il Parlamento sovrano a intervenire e a colmare una lacuna legislativa che è stata stigmatizzata anche dalla Consulta e dal Consiglio d’Europa.

La Costituzione, d’altronde, afferma che non ci possono essere discriminazioni basate sul sesso e, al fine di garantire una vera uguaglianza sostanziale fra i cittadini, compete alla “Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Creare le condizioni politico-amministrative perché la persona umana si sviluppi con armonia significa proprio porsi il tema dei diritti civili qui ed ora. Per questo, noi sindaci dobbiamo intervenire subito, anche attraverso semplici ordinanze. Con atti dall’alto valore non solo simbolico ma giuridico: Miguel e Roberto, adesso, potranno partecipare ai bandi per le assegnazioni delle case, per le politiche familiari, per le politiche sociali.

Napoli è apripista nei diritti Lgbt. Ed è una scelta nelle corde della nostra storia, perché la città di cui sono sindaco è da sempre aperta alle diversità; da sempre capace di accogliere minoranze o chi la pensa diversamente. Mentre oggi molte coppie gay ancora devono sposarsi all’estero e fuggono via, c’era un tempo in cui dal Nord Europa si veniva a Napoli, terra di tolleranza, libertà e amore. Il grande poeta, latinista e giurista tedesco Karl Heinrich Ulrichs, che fu pioniere dei diritti degli omosessuali quando in Prussia c’erano leggi che perseguivano le diversità, visse infatti a Napoli, dove né la sua vita né la sua opera intellettuale furono mai discriminate e messe in pericolo.

Con la scelta dell’amministrazione che ho l’onore di presiedere, Napoli ritorna alla sua storia. E mi auguro che il Parlamento intervenga subito e autorevolmente su di un tema dove c’è bisogno di politica e di buona politica soprattutto.

Luigi De Magistris

l'Espresso
25 07 2014

La capodelegazione democratica all'Europarlamento sarà la lombarda, nota per le sue posizioni contro le nozze gay. E, vista la scelta, il partito dovrebbe spiegare perché non riapre le porte a Paola Binetti. Grillini: "Sarebbe troppo integralista anche per la Merkel"

Rottamiamo un po' di diritti civili. E #cambiamoverso, eurodeputati del Pd, chiedendo scusa a Paola Binetti, che da domani dovrà riavere aperte le porte del partito democratico! L'elezione di Patrizia Toia - teodem, 64 anni, tre legislature a Strasburgo, autrice di lettere manifesto contro le unioni gay, di botta e risposta con le associazioni che invocano l'adeguamento della legislazione italiana a quella Europa - proprio alla guida della delegazione italiana del Pd in Europa si spiega solo in un modo: l'Italia si dev'essere resa conto di essere rimasta l'unico paese dell'Unione - quella europea - a non avere ancora una legge sulle Unioni - quelle civili - né sull'omofobia e, per non essere quindi tacciata di ipocrisia, per rendere evidente la sua essenza ai partner, ha scelto di farsi rappresentare da chi quelle leggi non vuole votare né adottare.

Ma allora, ci si domanda, perché non chiedere all'originale, Paola Binetti, di tornare sui suoi passi e rientrare a pieno titolo nel Pd? Perché affidarsi a una copia?

Domanda che resterà, temiamo, senza risposta. Perché - dopo avere di fatto silurato la candidatura di Simona Bonafé, la più votata d'Italia, per ragioni di “screzi” con il giglio magico renziano - peggio della scelta del nome, c'è stata la litania di spiegazioni, argomentazioni, arringhe, post, tweet, forniti dai civatiani per spiegare il gesto di improvvisa unità con Matteo, nel nome dell'omofobia. A partire da Daniele Viotti, gay dichiarato, che s'è spinto in sittanta elucubrazione: «Abbiamo dato il nostro voto a una persona con cui non siamo d'accordo su praticamente nulla», scrive su Facebook. Frase che, nel Pd italiano, ripetono in molti renziani di ritorno, da qualche tempo. Aggiunge: «Patrizia Toia avrà un ruolo diverso, di coordinamento nell'organizzazione interna della nostra delegazione». Davvero? Strano, visto che quel ruolo, occupato da Nicola Zingaretti e da David Sassoli, è sempre stato invece un ruolo al alto tasso politico, come ogni ruolo di rappresentanza. A maggior ragione nel momento in cui i diritti civili sono il tema caldo dell'agenda politica d'autunno.

Eppure, a pensarci bene, hanno ragione loro. In effetti, se il sottosegretario renziano Ivan Scalfarotto, gay dichiarato pure lui, è riuscito nell'intento di stendere una legge contro l'omofobia che, emendata come è stata emendata, cambiata come è stata cambiata, manomessa come è stata manomessa, in pratica è diventata una legge che acconsente (quindi istiga) alla violenza contro gli omosessuali, c'è da chiedersi che male possa fare - in effetti - Patrizia Toia, se non rappresentare la quota rosa di omofobia necessaria per non dire, poi, che come succedeva prima, tutti i ruoli più importanti spettavano agli uomini.

A pensarci bene, l'omofobia alla guida di una delegazione ha poi un'altra valenza: affermare con i fatti che non c'è all'orizzonte alcuna svolta autoritaria. Quando si tratta di diritti, nel Pd, il pensiero non è affatto unico. C'è sempre un omofobo pronto al salto.
"Non è una buona notizia per il movimento lgbt e per i diritti civili. La nostra infatti si è sempre opposta sia in Italia che in Europa a qualsiasi provvedimento a favore delle persone lgbt inseguendo il familismo ultratradizionalista di origine Teodem", spiega Franco Grillini, leader storico di Movimento Gay Italiani ed ex deputato Ds, che rifiutò di iscriversi al Pd per la presenza nel partito proprio di Paola Binetti, "Il gruppo Pd al Parlamento Europeo è il più numeroso dopo quello di Angela Merkel ma appartiene in teoria al Pse che dovrebbe essere laico e socialista. E’ davvero bizzarro che un personaggio cattolico integralista che sarebbe persino troppo a destra anche per buona parte del Ppe sia designato a capo del principale partito del socialismo europeo. Evidentemente la coerenza non sta più di casa nemmeno".

Se n'è accorta addirittura l'Arcigay, che sembrava essersi anestetizzata dopo che Francesca Pascale ha chiesto e ottenuto la tessera e, in cambio, ha spostato la rotta del centrodestra berlusconiano verso il porto dei diritti civili. Dice Flavio Romani, presidente nazionale: «Senza nulla togliere all'esperienza e alle competenze dell'onorevole Toia, balza all'occhio la nomina in un ruolo rappresentativo di un'esponente che dalla sua delegazione, durante la votazione della Relazione Estrela sul diritto delle donne all'interruzione di gravidanza, si smarcò clamorosamente, autodefinendosi minoranza», racconta il portale Gay.it. «La domanda - chiede Romani -, allora, è duplice: quanto l'onorevole Toia è davvero rappresentativa del gruppo dei democratici che oggi siede in Parlamento? E di conseguenza: le posizioni che Toia esprime sono da considerarsi da oggi "maggioritarie" all'interno della delegazione dei democratici, al punto da poter condizionare la sintesi politica su temi quali l'interruzione di gravidanza o le unioni tra persone dello stesso sesso?».

Dissento, presidente Romani, la domanda è triplice: perché non ridiamo la tessera honoris causa alla compagna Paola Binetti, così ingiustamente cacciata dal partito?

Tommaso Cerno

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