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Italia Oggi25 09 2014L'occupazione giovanile non si declina al femminile. Secondo il 18° monitoraggio sulla Garanzia Giovani effettuato dal ministero del lavoro l'11 settembre scorso, il 45,8% delle donne di età compresa tra i 25 e i 29 anni affida le proprie speranze di trovare lavoro attraverso il progetto Garanzia Giovani. ...
Il Manifesto20 05 2014
L’Europa non cambia verso. Più forti della propaganda delle cancellerie sono i numeri. E i dati Eurostat diffusi ieri non lasciano scampo: il tasso di occupazione nel Vecchio continente è diminuito nel 2013 per il quinto anno consecutivo. Nonostante le «riforme» tanto care a Bruxelles, Berlino e Franconforte, la tendenza generale all’abbassamento delle tutele per i lavoratori non produce risultati positivi: l’incidenza di persone con un impiego sul totale della popolazione continua a ridursi.
Il dato complessivo sui 28 Paesi Ue è negativo (68,3%, pari a –0,1% rispetto all’anno precedente), ma lo è molto di più quello riferito all’Italia, dove il calo è dell’1,2%. Il tasso del 2013 ammonta al 59,8%, che rappresenta un ritorno ai livelli di occupazione del 2002. Nel 2008, all’inizio della «grande crisi», a lavorare erano 63 cittadini italiani su 100. Peggio del Belpaese stanno soltanto la Grecia (ultima in classifica con il 53,2%), la Croazia (53,9%) e la Spagna (58,2%).
Commentando questi numeri, il premier Matteo Renzi (che ha ricevuto in visita ufficiale il collega polacco Donald Tusk) ha rilevato che nel 2013 «sul lavoro si è toccato un punto molto basso», ma inizia «a vedere i segni di una ripresa». Dove, è un mistero.I dati diffusi ieri dall’isituto ufficiale di statistica della Ue fanno il paio, infatti, con quelli resi noti la scorsa settimana in relazione alla crescita del primo trimestre 2014 (-0,1%) e alla disoccupazione che non accenna a diminuire in modo considerevole.
I Paesi dell’Unione in miglior stato di salute sono Svezia e Germania, con tassi rispettivamente del 79,8 e del 77,1%. Positivo è anche il dato del Regno Unito, dove la percentuale di occupati è cresciuta lo scorso anno dello 0,7. Un impercettibile miglioramento si è registrato in Francia (+0,1), dove il tasso era cresciuto di poco già l’anno precedente. Tra i migliori della classe, Repubblica ceca, Estonia, Irlanda dove la cifra degli occupati è cresciuta di oltre l’1%. La performance migliore è quella del più piccolo stato della Ue, Malta: le statistiche fanno registrare un incremento della percentuale di persone al lavoro di quasi 2 punti.
Rispetto agli obiettivi fissati dalla strategia della Commissione di Bruxelles «Europa 2020», proprio la piccola isola-stato è uno dei due Paesi ad averli centrati: l’altro è la Germania. Certo, questi numeri sono una spia dello stato di salute macroeconomico, ma non dicono molto (anzi, nulla) della qualità del lavoro che viene «misurato»: dall’impiego a tempo indeterminato a quello intermittente e precario tutto finisce nello stesso calderone. Un dato disaggregato offerto da Eurostat è quello relativo al tasso di occupazione delle persone tra i 55 e i 64 anni: in quel particolare segmento, l’Italia cresce. L’aumento rilevato è consistente: +2,3%, oltre la media Ue, che è pari all’1,3%. Che sia una buona notizia, è tutto da dimostrare: bisognerebbe chiedere ai lavoratori che hanno subito gli effetti della «riforma» Fornero che cosa pensino al riguardo.
E a proposito di età pensionabile, ieri in Germania è arrivato il via libera definitivo, sul piano politico, alla modifica della normativa che riguarda i lavoratori con maggiore anzianità. Dopo il salario minimo legale a 8,5 euro l’ora, è un’altra promessa elettorale dei socialdemocratici della Spd che si realizza: le persone che hanno alle spalle 45 anni di lavoro potranno ritirarsi a 63 anni. Si tratta di una deroga al principio «sacro» della pensione a 67 anni, che arriva dopo anni di battaglie dei sindacati (molto soddisfatti della novità) e dopo una difficile trattativa fra i partiti della grosse Koalition.
Ingenere07 05 2014
Negli ultimi dieci anni i licenziamenti degli amministratori delegati ammontano a meno di tre su dieci tra gli uomini e a due su cinque tra le donne. Questi sono i dati che riporta il Financial Times, riprendendo uno studio fatto nel 2013 sulle 2500 maggiori società pubbliche per valore di mercato. Per-Ola Karlsson, co-autore dello studio realizzato da Strategy&, individua due cause principali del licenziamento a grande maggioranza femminile.
Da un lato c’è il fattore “beneficio del dubbio”: molte compagnie sono state spesso spinte ad assegnare ruoli di spicco alle donne, andando incontro a rischi effettivi e consistenti pur di avere una donna come amministratrice delegata. Dall’altro c’è il fatto che lo spazio delle riunioni rimane fortemente dominato dagli uomini. Molte donne che occupano posti di alto livello riferiscono che si tratta di ambienti difficili in cui lavorare, dove non sempre i colleghi sono solidali e ben disposti.
Da questo studio risulta che le donne cui è stato assegnato il ruolo di amministratrici delegate sono il 3%, dunque sono diminuite rispetto al 4,2% dell’anno precedente. Tuttavia Strategy& prevede che nel 2040 circa un terzo degli amministratori delegati sarà di sesso femminile grazie alle spinte sociali verso il cambiamento e alla presenza delle donne nei corsi di studio e nei settori della finanza predominantemente maschili.
La Stampa28 04 2014
Nell'analisi dei dati sugli ostacoli che frenano la partecipazione delle donne al mercato del lavoro mantiene il primo posto la maternità. La pensano così molti uomini e molte imprese, e questo nonostante sia dimostrato dalle esperienze degli altri paesi che più le donne lavorano e più alto è il tasso di fertilità e il numero dei bambini. ...