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Più spazio alle donne dopo la gravidanza

  • Giovedì, 25 Settembre 2014 09:15 ,
  • Pubblicato in Flash news

Italia Oggi
25 09 2014

L'occupazione giovanile non si declina al femminile.

Secondo il 18° monitoraggio sulla Garanzia Giovani effettuato dal ministero del lavoro l'11 settembre scorso, il 45,8% delle donne di età compresa tra i 25 e i 29 anni affida le proprie speranze di trovare lavoro attraverso il progetto Garanzia Giovani. ...

È un risultato dolceamaro per la parità occupazionale in Italia. Il lavoro femminile è cresciuto, è vero, ma solo perché con la crisi le famiglie hanno bisogno di un reddito extra. ...

Occupazione sempre più in calo

  • Martedì, 20 Maggio 2014 12:59 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Manifesto
20 05 2014

L’Europa non cam­bia verso. Più forti della pro­pa­ganda delle can­cel­le­rie sono i numeri. E i dati Euro­stat dif­fusi ieri non lasciano scampo: il tasso di occu­pa­zione nel Vec­chio con­ti­nente è dimi­nuito nel 2013 per il quinto anno con­se­cu­tivo. Nono­stante le «riforme» tanto care a Bru­xel­les, Ber­lino e Fran­con­forte, la ten­denza gene­rale all’abbassamento delle tutele per i lavo­ra­tori non pro­duce risul­tati posi­tivi: l’incidenza di per­sone con un impiego sul totale della popo­la­zione con­ti­nua a ridursi.

Il dato com­ples­sivo sui 28 Paesi Ue è nega­tivo (68,3%, pari a –0,1% rispetto all’anno pre­ce­dente), ma lo è molto di più quello rife­rito all’Italia, dove il calo è dell’1,2%. Il tasso del 2013 ammonta al 59,8%, che rap­pre­senta un ritorno ai livelli di occu­pa­zione del 2002. Nel 2008, all’inizio della «grande crisi», a lavo­rare erano 63 cit­ta­dini ita­liani su 100. Peg­gio del Bel­paese stanno sol­tanto la Gre­cia (ultima in clas­si­fica con il 53,2%), la Croa­zia (53,9%) e la Spa­gna (58,2%).

Com­men­tando que­sti numeri, il pre­mier Mat­teo Renzi (che ha rice­vuto in visita uffi­ciale il col­lega polacco Donald Tusk) ha rile­vato che nel 2013 «sul lavoro si è toc­cato un punto molto basso», ma ini­zia «a vedere i segni di una ripresa». Dove, è un mistero.I dati dif­fusi ieri dall’isituto uffi­ciale di sta­ti­stica della Ue fanno il paio, infatti, con quelli resi noti la scorsa set­ti­mana in rela­zione alla cre­scita del primo tri­me­stre 2014 (-0,1%) e alla disoc­cu­pa­zione che non accenna a dimi­nuire in modo considerevole.

I Paesi dell’Unione in miglior stato di salute sono Sve­zia e Ger­ma­nia, con tassi rispet­ti­va­mente del 79,8 e del 77,1%. Posi­tivo è anche il dato del Regno Unito, dove la per­cen­tuale di occu­pati è cre­sciuta lo scorso anno dello 0,7. Un imper­cet­ti­bile miglio­ra­mento si è regi­strato in Fran­cia (+0,1), dove il tasso era cre­sciuto di poco già l’anno pre­ce­dente. Tra i migliori della classe, Repub­blica ceca, Esto­nia, Irlanda dove la cifra degli occu­pati è cre­sciuta di oltre l’1%. La per­for­mance migliore è quella del più pic­colo stato della Ue, Malta: le sta­ti­sti­che fanno regi­strare un incre­mento della per­cen­tuale di per­sone al lavoro di quasi 2 punti.

Rispetto agli obiet­tivi fis­sati dalla stra­te­gia della Com­mis­sione di Bru­xel­les «Europa 2020», pro­prio la pic­cola isola-stato è uno dei due Paesi ad averli cen­trati: l’altro è la Ger­ma­nia. Certo, que­sti numeri sono una spia dello stato di salute macroe­co­no­mico, ma non dicono molto (anzi, nulla) della qua­lità del lavoro che viene «misu­rato»: dall’impiego a tempo inde­ter­mi­nato a quello inter­mit­tente e pre­ca­rio tutto fini­sce nello stesso cal­de­rone. Un dato disag­gre­gato offerto da Euro­stat è quello rela­tivo al tasso di occu­pa­zione delle per­sone tra i 55 e i 64 anni: in quel par­ti­co­lare seg­mento, l’Italia cre­sce. L’aumento rile­vato è con­si­stente: +2,3%, oltre la media Ue, che è pari all’1,3%. Che sia una buona noti­zia, è tutto da dimo­strare: biso­gne­rebbe chie­dere ai lavo­ra­tori che hanno subito gli effetti della «riforma» For­nero che cosa pen­sino al riguardo.

E a pro­po­sito di età pen­sio­na­bile, ieri in Ger­ma­nia è arri­vato il via libera defi­ni­tivo, sul piano poli­tico, alla modi­fica della nor­ma­tiva che riguarda i lavo­ra­tori con mag­giore anzia­nità. Dopo il sala­rio minimo legale a 8,5 euro l’ora, è un’altra pro­messa elet­to­rale dei social­de­mo­cra­tici della Spd che si rea­lizza: le per­sone che hanno alle spalle 45 anni di lavoro potranno riti­rarsi a 63 anni. Si tratta di una deroga al prin­ci­pio «sacro» della pen­sione a 67 anni, che arriva dopo anni di bat­ta­glie dei sin­da­cati (molto sod­di­sfatti della novità) e dopo una dif­fi­cile trat­ta­tiva fra i par­titi della grosse Koa­li­tion.

Amministratrici delegate e licenziate

  • Mercoledì, 07 Maggio 2014 08:26 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
07 05 2014

Negli ultimi dieci anni i licenziamenti degli amministratori delegati ammontano a meno di tre su dieci tra gli uomini e a due su cinque tra le donne. Questi sono i dati che riporta il Financial Times, riprendendo uno studio fatto nel 2013 sulle 2500 maggiori società pubbliche per valore di mercato. Per-Ola Karlsson, co-autore dello studio realizzato da Strategy&, individua due cause principali del licenziamento a grande maggioranza femminile.

Da un lato c’è il fattore “beneficio del dubbio”: molte compagnie sono state spesso spinte ad assegnare ruoli di spicco alle donne, andando incontro a rischi effettivi e consistenti pur di avere una donna come amministratrice delegata. Dall’altro c’è il fatto che lo spazio delle riunioni rimane fortemente dominato dagli uomini. Molte donne che occupano posti di alto livello riferiscono che si tratta di ambienti difficili in cui lavorare, dove non sempre i colleghi sono solidali e ben disposti.

Da questo studio risulta che le donne cui è stato assegnato il ruolo di amministratrici delegate sono il 3%, dunque sono diminuite rispetto al 4,2% dell’anno precedente. Tuttavia Strategy& prevede che nel 2040 circa un terzo degli amministratori delegati sarà di sesso femminile grazie alle spinte sociali verso il cambiamento e alla presenza delle donne nei corsi di studio e nei settori della finanza predominantemente maschili.

La Stampa
28 04 2014

Nell'analisi dei dati sugli ostacoli che frenano la partecipazione delle donne al mercato del lavoro mantiene il primo posto la maternità. La pensano così molti uomini e molte imprese, e questo nonostante sia dimostrato dalle esperienze degli altri paesi che più le donne lavorano e più alto è il tasso di fertilità e il numero dei bambini. ...