Oct 31, 2026
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Patrizia si sente colpevole. Ha portato "gli africani dei barconi" nel centro storico di Padova, dove la città non li vuole vedere. È stata la prima a farlo, e per giunta gratis. Non ha chiesto nemmeno un euro di affitto. E poco importa che siano solo sei, i profughi che da diciotto giorni ospita nel suo appartamento a due passi da Piazza dei Signori. Lì non ce li vogliono. Sono, tra gli invisibili, i più invisibili: escono solo la mattina per andare a scuola, parlano sottovoce, sono educati. Ma non conta. Lì non ce li vogliono. È ancora una storia di neri e di bianchi, questa. Di diffidenza. E pregiudizio. 
Fabio Tonacci, la Repubblica ...

Rom e neri, l'ossessione di Bitonci

  • Giovedì, 26 Marzo 2015 10:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Fatto Quotidiano
26 03 2015

Proibire i contenitori di volantini pubblicitari per azzerare lo spaccio, sequestrare l'incasso alle prostitute per risolvere la tratta di schiave, scattare foto di chi beve una birra in piazza per eradicare il degrado.

Massimo Bitonci, dal luglio scorso primo sindaco leghista della storia di Padova, ha una soluzione per tutto.

Il principale quotidiano cittadino, il Mattino di Padova, nell'edizione di domenica scorsa racconta dei commercianti vicini alla stazione esasperati dai pusher? Tre giorni dopo, il sindaco ha già pronta la soluzione. O almeno l'annuncio: apriremo una stazione dei vigili urbani, ma solo quando troveremo un immobile.

Intanto, "stiamo elaborando un piano per eliminare da piazzale Stazione tutti i piccoli cestini porta-rifiuti e tutti i contenitori di volantini pubblicitari, perchè vengono utilizzati dagli spacciatori come nascondigli". ...

Global Project
30 01 2015

Comunicato di Padova città aperta - Laboratorio per lo sciopero sociale

La libertà di movimento è sotto un attacco strategico. A Padova cinque attivisti del CSO Pedro, Bios Lab e del Coordinamento Studenti Medi sono stati perquisiti in primissima mattinata, ricevendo la notifica di quattro obblighi di dimora e un arresto domiciliare.

A pochi giorni dalla sentenza No Tav, che ha ribadito lo stato di guerra costruito dai poteri congiunti politici, giudiziari e polizieschi, vediamo confermarsi l'atteggiamento riservato ai percorsi e ai momenti di conflitto sociale in Italia. Nella città patavina questo clima si unisce all'ormai noiosa retorica allarmista appartenente ad alcuni esponenti dei partiti politici locali, della magistratura e delle forze di polizia, tutta volta a riesumare lo spettro del ritorno degli anni Settanta e della violenza politica. La sproporzione tra pene e reati, l’assunzione della colpevolezza nel dare pesanti misure preventive, dunque senza alcun dibattimento, l’allontanamento forzato degli attivisti da Padova, è indice della sordità che le istituzioni hanno nei confronti delle problematiche e rivendicazioni sociali che la città esprime. Ed anche della tensione che si vuole creare identificando gli attivisti come un problema di sicurezza e di ordine pubblico della città: l’obiettivo è minare la possibilità di un cambiamento radicale, mettendo a tacere e bandendo qualsiasi voce di dissenso.

Non era forse questo ciò che hanno gridato a gran voce le centinaia di partecipanti al corteo del 14 novembre? Non era forse la contrarietà alla riforma del lavoro peggiore - il Jobs Act - che sia mai stata approvata negli ultimi decenni? A Padova come in tantissime altre piazze italiane, questo desiderio di migliori condizioni di vita, possibilità, reddito e diritti ha fatto scendere per le strade le centinaia di migliaia di strikers, protagonisti dello sciopero sociale. In un’Europa scossa da venti di cambiamento istituzionali, i partiti e le istituzioni nostrane che esultano per le vittorie elettorali altrui si dimostrano ancora una volta quello che sono: riproduzione del loro potere, chiusura totale nei confronti delle istanze sociali che costruiscono quotidianamente un modo diverso di vivere la città, che parli il linguaggio delle lotte e dei diritti.

Liberi tutti. Per una Padova libera e aperta ai movimenti che la abitano, per una trasformazione del diritto affinché non sia uso e strumento del più forte, ma certezza e garanzia di difesa di chi diritti non ne ha. La libertà di movimento non si misura, men che meno con le operazioni repressive da parte di chi mira a restringerla sempre di più.

Un’ultima cosa la vogliamo dire a chi tenta con questi strumenti di fare paura a chi si mette in gioco in prima persona per trasformare le vite dei troppi che non un futuro: le vostre intimidazioni non ci fanno paura e anzi, ci convincono che stiamo percorrendo la strada giusta, rafforzano la nostra voce e moltiplicano il nostro bisogno insopprimibile di lottare per la nostra libertà!
Alle ore 13.30 conferenza stampa sul Liston e alle ore 18.00 presidio in P.zza Antenore.

Non ci fermerete mai!
Il #14N c’eravamo tutti! La libertà non si misura!
Cesko, Luca, Luca, Giorgio, Fede… liberi! Liberi tutti!
Padova città aperta - Laboratorio per lo sciopero sociale

Melting Pot
19 12 2013

Fuggono da guerre e persecuzioni ma una volta giunti in Italia solo il 32,4% di loro trova un luogo dove stare.

Sono i rifugiati. Riconosciuti come tali dalle istituzioni italiane ma poi confinati nella periferia dei diritti. Ma c’è chi non si arrende.
E’ successo anche stamane in via Tommaseo 90, a Padova, quando circa cinquanta rifugiati hanno occupato la vecchia sede di Meeting Service Spa, un palazzo vuoto da anni e finito all’asta dopo il fallimento della società.

Vengono dall’Eritrea, dalla Somalia, dal Ghana, dal Mali, dal Senegal, dal Togo, dalla Nigeria. I loro lineamenti richiamano i volti che abbiamo visto scorrere nelle immagini girate all’interno del cpsa di Lampedusa negli scorsi giorni. I loro passaporti non sono diversi da quelli di altre migliaia di persone inghiottite dal Mar Mediterraneo in questi anni e che riescono a suscitare tanto cordoglio e indignazione.

Loro, che invece hanno avuto la fortuna di approdare vivi sulle nostre coste, sono poi stati abbandonati dalle istituzioni, come accade ad altre migliaia di titolari della protezione internazionale in Italia.

Hanno vissuto per mesi nei CARA o nel circuito dell’emergenza nordafrica, alcuni sono arrivati a Lampedusa solo poche settimane fa, altri hanno cercato di raggiungere il Nordeuropa rimanendo ingabbiati nelle incomprensibili leggi che limitano la circolazione interna all’Unione, altri ancora hanno trovato rifugio gratuito per mesi nei locali di via Gradenigo 8, l’Associazione Razzismo Stop.

Per troppo tempo sono stati dimenticati, celati agli occhi dei più, ignorati dalle amministrazioni e ricacciati, e oggi hanno scelto di non fuggire più.

Non chiedono assistenza, ma la possibilità di provarci, di costruirsi un futuro degno dopo che il loro passato è stato cancellato da conflitti e persecuzioni.

Intorno alle undici hanno raggiunto lo stabile insieme agli attivisti di Razzismo Stop, di Asc e del Centro Sociale Pedro e hanno riaperto uno dei tanti palazzi abbandonato al degrado dalla rendita speculativa. Uno tra i tanti immobili lasciati colpevolmente vuoti a fronte di centinaia, migliaia di persone, condannate alla precarietà abitativa.

Tra loro c’è Hassan, somalo, non più di diciannove anni, sul volto da bambino i segni di un percorso tortuoso alla ricerca di un fratello che prima di lui ha attraversato mezzo continente africano per raggiungere la Germania. E’ approdato a Lampedusa dopo essere passato per la Libia post-gheddafiana dove la violenza e la compravendita di esseri umani è all’ordine del giorno. Laciata Mogadisio ha raggiunto Nairobi, da dove è ripartito. Lì ha lasciato il padre. La madre non c’è più.

Dopo aver attraversato il Sudan è entrato in territorio libico. Lì ha aspettato uno dei tanti taxi che traghettano le persone nel deserto del Sahara. Ha avuto la fortuna di non incappare nelle bande che "presidiano" la frontiera a caccia di corpi umani da barattare con le milize libiche. Ma una volta raggiunta Bengasi tutto è diventato più difficile. Ha pagato centianaia di euro per rimanere un uomo libero. Lui che ancora uomo non è. I suoi occhi hanno avuto la sfortuna di vedere le violenze delle milizie, il suo corpo la fortuna di non esserne oggetto. E poi, ancora pagando, è riuscito a partire in uno di quei barconi che le immagini dei telegiornali proiettano ciclicamente al tg della sera.

Il viaggio estenuante, gli sos, i compagni di viaggio che non ce la fanno e poi Lampedusa. Il Centro di prima accoglienza e soccorso salito alla ribalta delle cronache per le immagini shock di questi giorni, il trasferimento al Cara di Mineo, la voglia di abbandonare quell’inferno in cui le palazzine tirate a lustro fanno da sfondo ad una vita di attesa disperata. Poi, dopo mesi di attesa arriva la tanto attesa decisione della Commissione.

Allora riparte, insieme al fratello che lo raggiunge a Napoli per portarlo con sé. Ma il loro progetto si ferma di fronte alle norme che impediscono di lavorare in un paese diverso da quello che ti ha rilasciato il permesso di soggiorno. Torna in Italia e raggiunge Padova, dove si unisce ad altre storie come la sua che oggi però, nella giornata di azione globale per i diritti dei migranti, hanno scelto di alzare la testa.

A via Trieste e via Salandra, si aggiunge così l’esperienza del terzo palazzo occupato a Padova, quello di via Tommaseo ribattezzato "Casa dei diritti Don Gallo".

Chissà che questa volta qualcuno si accorga di loro.