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I generi e la scuola. Presentata interrogazione parlamentare

  • Martedì, 08 Aprile 2014 08:14 ,
  • Pubblicato in Flash news

Guazzington Post
08 04 2014

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-04375

presentato da
NICCHI Marisa
testo di

Venerdì 4 aprile 2014, seduta n. 205

NICCHI, GIANCARLO GIORDANO, FRATOIANNI, COSTANTINO e DI SALVO. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:

il 20 gennaio 2014 si è tenuto a Roma il primo incontro di La scuola fa differenza, un ciclo di otto corsi formativi rivolto a oltre 200, tra maestre di scuola dell'infanzia ed educatrici di asilo nido di Roma, per un totale di 17 scuole sparse sull'intero territorio urbano, dalle periferie al centro. Un programma di 176 ore, articolate in otto percorsi laboratoriali, di 22 ore ciascuno, basati sullo scambio e sulla co-costruzione dei saperi, sulla condivisione, la discussione e il confronto delle pratiche educative, dei metodi, dei materiali e dell'organizzazione degli spazi;
lo scopo di questo lavoro è contrastare la disparità di genere e il persistere di pregiudizi, difficili da superare, nell'assegnazione di ruoli a maschi e femmine e la molteplicità dei modelli familiari: si favorisce così la libertà individuale, si affrontano alla base le condizioni culturali della sopraffazione e della violenza maschile sulla donna, dell'omofobia e del bullismo;
questi sono gli obiettivi che hanno spinto l'assessorato alla scuola, infanzia, giovani e pari opportunità del comune di Roma, ad adottare il progetto ideato dall'Associazione S.CO.S.S.E. realizzato con la partecipazione di Archivia – Biblioteca archivi centri documentazione delle donne, come modulo di aggiornamento professionale per l'offerta formativa di base rivolta a insegnanti della fascia di età 0-6 anni;
a questa iniziativa è seguito un attacco da parte di organizzazioni intolleranti e di rappresentanti della gerarchia cattolica, che non attiene al concreto sviluppo del progetto travisandone, a giudizio degli interrogati, intenti e procedure, considerato che il corso di formazione si rivolge solo alle/agli insegnanti e in nessun corso di formazione si prevede il coinvolgimento decisionale, il controllo e la partecipazione dei genitori;
lo stesso tipo di attacchi è stato riservato ad altre iniziative simili: la pubblicazione degli opuscoli realizzati dall'Istituto A.T. Beck su mandato dell'Unar (ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali) per il contrasto dell'omofobia e del bullismo omofobico nelle scuole; il progetto «Lecosecambiano@Roma» promosso dall'assessorato alla scuola del Campidoglio; il progetto «Leggere senza stereotipi» promosso della consigliera comunale di Venezia Camilla Seibezzi di acquistare 49 libri per le scuole dell'infanzia, che parlano di differenze, come strumenti contro il razzismo e la discriminazione sessuale;
in un altro caso, gli studenti del Coordinamento per l'autorganizzazione del Forum del liceo classico Galileo di Firenze hanno denunciato in una lettera aperta, che il consiglio di istituto ha deciso di bloccare un ciclo di 3 incontri (uno per mattinata) con dibattiti, cineforum e workshop riguardo alla tematica della transfobia e disforia di genere. Questa attività è stata organizzata con l'intenzione di far conoscere ai ragazzi, la realtà delle persone transessuali nel contesto del nostro Paese. La giustificazione con la quale il consiglio d'istituto ha bocciato il progetto elaborato con molta cura dagli studenti nel corso di intere settimane, è che «Il tema è delicato e va discusso in famiglia». Senza considerare che la disforia di genere si manifesta alle volte fin dall'infanzia e che è necessario che la scuola si faccia carico della inclusione di quegli studenti e studentesse che vivono tale situazione e metta in condizione tutti gli altri di conoscere cos’è la disforia di genere e supportare i loro amici e le loro amiche trans;
i condizionamenti legati al genere sono infatti ancora ben presenti nel sistema educativo italiano e continuano a condizionare sia il rendimento scolastico, sia la scelta dei corsi di studio e delle professioni di maschi e femmine (come riportato nello studio Gender Differences in Educational Outcomes: Studv on the Measures Taken and the Current Situation in Europe 2010). Lo stesso accade con i condizionamenti legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere;
in particolare con riferimento al genere le donne pur rappresentando la maggioranza degli studenti e dei laureati in quasi tutti i paesi, sono particolarmente presenti negli ambiti umanistico e artistico, nell'istruzione, nella sanità e nel sociale, mentre gli uomini sono ancora maggioranza nell'ingegneria, nell'industria, nell'artigianato e nelle costruzioni;
il condizionamento culturale e gli stereotipi di genere si manifestano già nelle scelte relative ai corsi d'istruzione secondaria: in Italia, le ragazze affollano gli indirizzi socio-pedagogici (85 per cento) e artistici (67 per cento), mentre risultano minoritarie negli istituti tecnici (44 per cento). Appare evidente come le scelte che ragazze e ragazzi compiono ricalchino i ruoli tradizionali, conservando una «segregazione» di tipo orizzontale;
fra i paesi europei, sulle questioni riguardanti la gender equality, più o meno direttamente connesse al sistema educativo, il modello italiano è quello più arretrato, le leggi sull'istruzione non menzionano infatti la valorizzazione della differenza donna/uomo e il contrasto agli stereotipi di genere. L'iniziativa del comune di Roma di adottare la proposta progettuale di S.CO.S.S.E. come sperimentazione, si pone dunque su un piano di intervento molto avanzato per gli standard italiani nell'ambito degli indirizzi europei;
va ricordato che nel 2013 l'Italia ha ratificato la convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne che richiede interventi significativi per la promozione concreta della parità fra i sessi anche attraverso il superamento degli stereotipi e dei ruoli legati al genere;
nel 2013 il Governo pro tempore ha approvato la strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere al fine di dare attuazione e implementare la raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa CM-REC 5 (2010). Si tratta di un importante e significativo progetto pluriennale che prevede una collaborazione tra le diverse realtà istituzionali, il terzo settore e le parti sociali anche nell'ambito educativo per la prevenzione e il contrasto della discriminazione delle persone omosessuali e trans–:
quali iniziative il Ministro intenda adottare al fine di favorire e sostenere lo svolgimento in tutte le scuole, di ogni ordine e grado, dei progetti e delle attività di cui in premessa e per la realizzazione della strategia nazionale predisposta dall'Unar, al fine di formare gli insegnanti e le giovani generazioni sul superamento degli stereotipi e dei ruoli di genere, sulla valorizzazione delle differenze e sulla pluralità dei modelli familiari. (4-04375)


Qui la lettera degli studenti del "Galileo"
http://www.intersexioni.it/lettera-aperta-degli-studenti-del-galileo-sulla-censura-dei-relatori-invitati-al-loro-forum/

Abbatto i muri
11 03 2014

Quando penso alle candide donne che ieri si sono presentate a pretendere le quote rosa “in nome delle donne” io penso che alcune delle facce mi ricordano nettamente posizioni antiabortiste. Ed eccone le conseguenze. Una donna obbligata ad abortire per questioni terapeutiche viene lasciata sola in bagno assistita solo dal marito. I medici? Tutti obiettori. Obiettori anche gli infermieri e le infermiere? Chi lo sa. A monte c’è la faccenda atroce della legge 40, quella sulla procreazione medicalmente assistita, e sono tutte cose per cui l’Europa ha sgridato l’Italia perché siamo al limite dell’inciviltà.
Quante tra le donne che ieri esigevano un voto “in nome delle donne” hanno aderito e partecipato ai family day? Quante hanno voluto la legge 40 per quello che è? Quante sono contrarie all’aborto, ma talmente contrarie da obiettare perfino alla contraccezione? Altro che donne. Forse che l’antiabortista o omofoba che si presenta con accessorio bianco in parlamento, ella pura, invece noialtre sporche, colore democristiano, infine, che prevale su tutto, può dirsi benvoluta dalle donne perché donna?
Vi racconto un altro episodio di totale solitudine nell’aborto.
C’era, chiamiamola così, Teresa. In ospedale l’intervento era fissato per le 11.00. La fanno aspettare in corsia e poi la portano in barella in una stanza in cui sono presenti lì altre tre. Teresa ha già due figli ed è disoccupata. Il marito l’aspetta fuori ed è agitato. Non hanno avuto scelta e anche se l’avessero avuta, così mi dice, comunque non sarebbe stato il caso. Ma chi lo cresce un terzo figlio di questi tempi? Non sappiamo neanche come crescere i due che abbiamo. Allora lei e le altre tre stanno in fila, come le vacche da macellare, un tizio pensa che sono addormentate e mentre Teresa è a occhi chiusi lo sente dire che “queste troie, prima si divertono e poi vengono qui a farsi ripulire“. Poi Teresa entra in sala operatoria, ricorda luci, voci in sottofondo, chiacchiericcio, e c’è disprezzo ancora e non capisce come mai. La piazzano in stanza con le altre a ripigliarsi dall’anestesia e quando si sveglia è incazzata nera. Piena di rabbia. Si sente impotente. Entra il marito e poi entro pure io. Tra un attimo può prepararsi e la portiamo via. Poi piange e dice che non può neppure ribellarsi alla mortificazione. Non sa chi era. Non l’ha visto in faccia. E vuole solo scappare via. Vuole scappare.
Io vorrei davvero sapere quando le donne potranno smettere di subire queste torture. Perché sono torture. Allora, care signore, prima di pretendere il voto “per” le donne abbiate in mente che siete complici di questa violazione dei diritti umani. Ah, a proposito: com’era il fatto che anche un pezzo del Pd in Parlamento Europeo non ha votato il rapporto Estrela in cui si ragionava proprio di diritti alla tutela della salute delle donne che abortiscono?

Corriere della Sera
07 02 2014

Aperto anche un profilo twitter ad hoc, @paritadigenere, per raccogliere adesioni.

Alla vigilia della festa che celebra le donne, scoppia la rivolta in Parlamento per la parità di genere nella legge elettorale.

«Siamo convinte che non sia possibile varare una nuova legge senza prevedere regole cogenti per promuovere la presenza femminile nelle istituzioni e per dare piena attuazione all’articolo 3 e all’articolo 51 della Costituzione»: è il cuore dell’appello che le deputate del Parlamento italiano di tutte le forze politiche rivolgono al premier Matteo Renzi, al presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi, al segretario di Ncd Angelino Alfano, alla segretaria di Scelta civica Stefania Giannini e al presidente dei Popolari per l’Italia Mario Mauro.

La lettera aperta, sottoscritta da novanta deputate, ha i toni accorati: «In queste ore si sta discutendo alla Camera la nuova legge elettorale, un traguardo importante ed atteso da parte dei cittadini e delle cittadine italiane. Siamo consapevoli dell’importanza e della necessità di approvare nuove regole che presiedano al buon funzionamento della nostra vita democratica e che definiscano la rappresentanza e l’efficienza del nostro sistema politico», scrivono le donne all’indomani dell’ennesima battaglia in Aula sulla questione della parità di genere.

L’intento dell’appello non è quello di ostacolare l’approvazione dell’Italicum, sottolineano le parlamentari, ma di invitare i leader dei partiti che siedono in Parlamento a «trovare una soluzione ad una questione di civiltà e di qualità della democrazia che troverebbe il favore non solo delle donne, ma di tutti i cittadini che hanno fiducia nelle nostre istituzioni e nella possibilità di renderle migliori». La sottoscrizione sarà divulgata e promossa attraverso un apposito account twitter, @paritadigenere.

Lo scontro

Una parità che, nei fatti, potrebbe non essere garantita. Il testo dell’Italicum, infatti, prevede il 50 per cento di donne in lista ma senza stabilire il principio dell’alternanza di genere. Esempio: i primi due candidati in lista sono uomini, il terzo è donna. Ma lo scrutinio stabilisce che in quel collegio passano solo i primi due in lista. Il terzo, o meglio, la terza è fuori. Le parlamentari, in modo trasversale, chiedono che la norma venga modificata.

Ad esprimere un auspicio in questo senso anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, che ieri ha ricevuto una delegazione di deputate. «Faccio appello a tutte le forze politiche, a deputati e deputate - ha dichiarato - perchè prevalga il senso di responsabilità e le richieste avanzate in questo senso vengano prese in considerazione». «Il rispetto della parità
di genere - ha aggiunto - è una causa che riguarda tutti e che si deve tradurre in azioni concrete».

Ma il vero nodo è interno a Forza Italia, che non cede alle pressioni che vengono anche da alcune deputate azzurre per aprire a un rafforzamento delle norme dell’Italicum su questo tema. Al contrario, in una riunione al partito, le firmatarie degli emendamenti (tra cui Prestigiacomo, Carfagna, Polverini) sarebbero state invitate a ritirare gli emendamenti. E altre colleghe, tra cui Gelmini e Santanché, si sono espresse pubblicamente contro le proposte bipartisan. Sul punto il partito di Berlusconi non intende transigere: il testo della legge elettorale non si tocca più, è il mantra.

Ma il Pd non dispera che il weekend di riflessione porti consiglio e alla fine il pressing vada a buon fine. «Si cambia solo se c’è il consenso di tutte le forze che hanno sottoscritto l’accordo sull’Italicum, quindi anche di FI», dice Lorenzo Guerini. Una posizione condivisa da Matteo Renzi.

Comunque vada a finire, più d’uno fa notare che quello della Camera è solo il primo passaggio. Al Senato la minoranza Pd spera di trovare varchi per far passare nuove modifiche su soglie e liste bloccate. E anche, se sarà necessario, sulla parità di genere: Anna Finocchiaro (Pd), presidente della commissione Affari costituzionali al Senato, ne è convinta: «Lavoreremo in commissione per una norma sulla parità di genere».

Valentina Santarpia

Carceri, ecco i numeri della vergogna italiana

  • Mercoledì, 09 Ottobre 2013 10:15 ,
  • Pubblicato in Flash news

L'Unita'
09 10 2013

IL DOSSIER | In attesa di sentenza la metà dei detenuti. Pochi i risultati ottenuti in tre anni conlo «svuota carceri» e pochi anche i beneficiari di misure alternative. Ieri il messaggio di Napolitano alle Camere: «Violati i diritti umani: si valutino indulto e amnistia. Italia umiliata» (LEGGI IL DOCUMENTO INTEGRALE | Grasso legge il messaggio al Senato | VIDEO). Ma il M5S attacca: «Parole da brivido, così salva Berlusconi». E il Capo dello Stato replica stizzito: «Se ne fregano dei problemi della gente» (VIDEO). La controreplica: «Indegno, si dimetta». Cancellieri: «Mai successo amnistia per reati fiscali». Letta: «Il governo farà di tutto per attuare il messaggio». Pd: «Amnistia e indulto no per reati particolarmente odiosi né per quelli di natura economica e fiscale» | Lega: «No a qualsiasi indulto o amnistia».

Il 28 luglio 2011, in occasione di un convegno organizzato dai radicali italiani, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano utilizzò queste parole per descrivere lo stato delle nostre carceri: «Una realtà che ci umilia in Europa e che ci allarma per la sofferenza quotidiana di migliaia di esseri umani in condizioni che definire disumane è un eufemismo ».

- Il messaggio di Napolitano alle Camere: Violati i diritti umani: si valutino indulto e amnistia.

- LEGGI IL DOCUMENTO INTEGRALE

- Grasso legge il messaggio al Senato (VIDEO)

- L'attacco del M5S: «Parole da brivido, così salva Berlusconi».

- La replica del Capo dello Stato: «Se ne fregano dei problemi della gente» (VIDEO).


Da quel luglio 2011 sono passati oltre due anni, nel corso dei quali il presidente Napolitano è più volte tornato sull'argomento. L'ultimo di questa lunga serie di interventi risale a ieri, quando il presidente ha inviato alle due Camere una lettera in cui ha espresso preoccupazione per una questione che va posta «con la massima determinazione e concretezza» e affrontata «in tempi stretti nei suoi termini specifici e nella sua più complessiva valenza».

Quello cui Napolitano si riferisce è la condanna all'Italia della Corte europea dei diritti dell'uomo a seguito del pronunciamento della sentenza Torreggiani. In quella sentenza viene accertato come, nel nostro Paese, vengano sistematicamente violati i diritti di chi si trovi costretto in carcere (per scontare una pena o in attesa di giudizio). Uno dei motivi principali di sofferenza all'interno dei nostri penitenziari riguarda la condizione di perenne affollamento delle strutture detentive.

Con un tasso di sovraffollamento del 136 per cento, nelle carceri italiane sono ospitati 64.758 detenuti (al 30 settembre 2013), contro una capienza regolamentare di 47.615. Gli stranieri sono 22.770 e le donne 2.821. Se leggiamo i dati sulle presenza con riferimento alla posizione giuridica, scopriamo che ben 12.333 persone sono in carcere ancora in attesa di primo giudizio e che altre 12.302 stanno aspettando una sentenza definitiva. I condannati in tutti e tre i gradi - a esclusione degli internati e di quelli la cui posizione è al momento indefinibile - sono invece 38.845. Questo significa che quasi il 40 per cento dei detenuti nelle nostre carceri sono da presumersi non colpevoli, così come recita l'articolo 2 della Costituzione.

Altra nota dolente, il ricorso alle misure alternative.

Ddl femminicidio, un’altra occasione persa?

Il Fatto Quotidiano
27 09 2013

Ieri colpo di scena: il Parlamento alla Commissione Affari Costituzionale e alla Commissione Giustizia, su richiesta dell’onorevole Morani (Pd) ricicla la “vecchia”proposta della Ministro della Giustizia Cancellieri sui braccialetti elettronici geolocalizzatori per chi ha commesso stalking.

Avrei qualche domanda sul “pacco riciclato”: i braccialetti in possesso dello Stato sono circa 386, le denunce per stalking sono circa 83mila da dati pubblicati dal Ministero degli Interni. Quando pensano gli e le onorevoli di far fronte alla questione della violenza e dello stalking seriamente?

I braccialetti elettronici ci costano moltissimo, circa 5,7 milioni di euro al pezzo, senza parlare della manutenzione e della manipolabilità. Con quali soldi pubblici gli e le onorevoli pensano di far fronte a questa spesa? Perché i soldi per i braccialetti ci dovrebbero essere e i soldi per finanziare un piano organico a prevenzione e tutela della violenza per tutte le donne no?

Nel 2012 sono stati erogati 20 milioni dal Dipartimento delle Pari Opportunità per finanziare l’intero piano nazionale che ha coperto le spese di poco meno di una cinquantina di centri e di reti locali una tantum. Il piano non è rifinanziato perché non ci sono soldi. Si stima che un piano nazionale organico fatto bene costi all’incirca sui 100 milioni, parliamo di servizi a tutela di chi ha subito maltrattamenti a partire dai pronto soccorso e dai presidi medici, dai i servizi sociali ai centri antiviolenza pubblici e convenzionati, fino alla formazione a tappeto che andrebbe fatta sul tema a giudici, avvocati, polizia e carabinieri, per non parlare degli insegnanti e del cambiamento dei testi scolastici, campagne informative e di prevenzione.. Perché non c’è niente di tutto questo nel ddl?

Perché si continua a utilizzare lo strumento del decreto legge, che effettivamente è solo un Decreto legge, e non un disegno di legge per affrontare un fenomeno che è cronico e ha una radice culturale profonda nel nostro immaginario collettivo, come chiedono il mondo delle associazioni che hanno aderito alla convenzione NoMore da qualche anno?

Qualcuno si lamenta che ci sono stati troppi emendamenti. Strano vero? Un Ddl che passa di palo in frasca, dal “femminicidio” alla Tav, dalla violenza negli stadi alla riorganizzazione delle Province. Certo ci si domanda veramente perché tutti questi emendamenti.

Sicuramente però posso affermare che, per quanto i media si siano sbracciati a osannare il ddl sul femminicidio, questa posizione non corrisponde a quanto elaborato e chiesto da moltissime associazioni e centri antiviolenza a partire da NoMore e non solo.

E allora si dovrebbe fare più attenzione a invocare “51 donne già salvate grazie a questo Ddl”, primo perché la domanda sorge spontanea – “da dove vengono questi dati”- secondo, forse potevano essere casi tutti procedibili d’ufficio e quindi queste donne potevano essere salvate comunque… Dichiarazioni come queste servono forse a preparare il terreno e indorare la pillola perché qualcuno ci sta semplicemente dicendo che passerà il ddl con la fiducia?

Peccato, un’altra grande occasione persa mentre la politica continua a indignare e allontanare tutte noi.

Simona Lanzoni