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Le condanne non cancellano le ombre del sistema Prato

  • Mercoledì, 14 Gennaio 2015 08:42 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
13 01 2015

SIMONA BALDANZI

A un anno dal rogo in cui morirono 7 operai, condannati in primo grado tre imprenditori cinesi. E il distretto intanto cerca una nuova via. Le istituzioni si mobilitano. I sindacati impegnano le aziende. I controlli aumentano. Ma una norma lascia aperta la porta agli abusi. Reportage pubblicato su pagina99we del 13 dicembre

PRATO - Fino a qualche decennio fa, a Prato, per sapere che colore sarebbe andato di moda la stagione successiva, bastava guardare il fluire del Bisenzio. Adesso lungo il fiume c’è la pista ciclabile e i colori che preoccupano sono solo quelli della piena che trascina il fango. Nella Fabbrica Campolmi, il più grande complesso industriale tessile d’origine ottocentesca in pieno centro, dove Francesco Nuti combatteva contro il telaio impazzito nel film Madonna che silenzio c’è stasera, oggi ha sede il Museo del Tessuto e la suggestiva Biblioteca Lazzeriniana.

Fino agli anni ‘80 uno dei passatempi dei ragazzini, il sabato e la domenica, era salire nei punti più alti intorno alla città e puntare il dito laddove spuntava un baffo d’incendio. Come racconta Sandro Veronesi nel romanzo Brucia Troia, la macabra tecnica utilizzata era quella di trasformare un gatto in una miccia che schizzava da ogni parte sopra ai mucchi di pezze per dar fuoco velocemente a tutto il capannone. Il meccanismo era far soldi finché le cose andavano bene, dar fuoco quando andavano male per prendere i soldi dalle assicurazioni e i più fessi erano quelli che fallivano senza bruciare.

Quando la domenica del primo dicembre 2013 un capannone nel Macrolotto è andato in fumo, i gatti e le assicurazioni non c’entravano niente e il sollievo del pensiero che gli operai fossero a casa perché era domenica è svanito subito. Nel rogo della confezione Teresa Moda sono morti 7 cinesi rimasti imprigionati nei dormitori abusivi. Alla commemorazione, un anno dopo, Compost, l’associazione culturale di italiani e cinesi che si dà da fare per l’integrazione, ha dovuto constatare la scarsa partecipazione. Una ditta cinese ha persino rifiutato di prestare il tavolo per la cerimonia, terrorizzata dalla sfortuna. Molti dei cinesi che arrivano a Prato vengono da zone periferiche e di campagna, dove la superstizione è ancora molto forte.

Nella sicurezza sul lavoro parole come destino, fatalità e disgrazia sono bandite, in quanto giustificano in buona parte il non poter evitare certe morti. Come è successo qualcosa che invece si poteva evitare? La reazione generale è stata di orrore e di condanna, ma non di stupore. In qualche modo c’era da aspettarselo.

A partire dagli anni ’90, con la crisi del tessile, il noto distretto pratese è stato perlopiù sostituito col distretto dell’abbigliamento low cost delle ditte cinesi. I cinesi non sono stati la causa della crisi a Prato, sono semmai diventati il tampone. Hanno occupato capannoni svuotati dalla globalizzazione dei mercati che ha aperto le frontiere ai filati e tessuti d’importazione a prezzi stracciati e hanno valorizzato la collocazione geografica di Prato nel Centro Italia per gli spostamenti da e verso l’Europa centrale e dell’Est e hanno sfruttato i servizi già presenti come la logistica e spedizioni per via della lunga tradizione locale nel settore della moda. Il tutto è cresciuto velocemente e senza nessun governo del fenomeno.

Negli ultimi anni è stata invocata la repressione chiedendo a gran voce la presenza delle forze dell’ordine che ha portato coppie di militari a passeggiare in centro e qualche retata spettacolare con tanto di elicotteri a sorvolare i capannoni, con il chiaro obiettivo di mettere i sigilli da dare in pasto all’opinione pubblica. A quanto pare con scarsi risultati, visto che per la classifica della qualità della vita del Sole 24 Ore, Prato è ultima per ordine pubblico.

«Come fanno i cinesi? E noi che si faceva? Dopo le ore in fabbrica, via a casa con i telai nel garage e i bambini a fare merenda in quel rumore assordante. E ore e ore di lavoro, e i sabati e le domeniche e mezza vita per mettere da parte due lire», così racconta Nedo, che per 50 anni ha fatto l’operaio tessile. Alla Cgil spiegano che l’operaio cinese spesso lavora a cottimo. Comincia nel primo pomeriggio e finisce di notte, molto probabilmente per soddisfare il cliente la mattina successiva. Dal compenso per il lavoro svolto vengono detratti il vitto e l’alloggio. Per 16-18 ore al giorno prende 1.500 euro. Si stima che siano circa 30.000 i lavoratori, di cui due terzi a nero, impiegati nell’indotto.

Il processo per la morte dei sette operai ha descritto nel dettaglio i meccanismi del sistema Prato: affari intrecciati tra parte della comunità cinese, parte dei titolari di immobili italiani e parte dei professionisti. Ad esempio "Teresa Moda" era gestita da una prestanome legata al mondo della prostituzione: poiché il 44% delle ditte cinesi sono intestate a donne è probabile che la pratica di far firmare dietro compenso persone che non hanno più nulla da perdere sia molto diffusa.

Grazie alle testimonianze e alle prove è stato possibile individuare la titolare reale che era Lin Youlan, condannata alla pena più pesante (otto anni e 8 mesi di reclusione), assieme alla sorella Lin Youli (6 anni e 10 mesi) e al cognato Hu Xiaoping (sei anni e mezzo) nel processo con rito abbreviato. Contemporaneamente si è aperto un processo per i proprietari del capannone, i fratelli Pellegrini, che gestiscono altri immobili di proprietà. Comune, Inail e sindacati si sono costituiti parti civile in entrambi i processi.

Negli ultimi anni le imprese cinesi del distretto moda sono costantemente cresciute a ritmi vertiginosi, complice una legge del 2004 del governo Berlusconi che ha allentato le maglie dei controlli nei primi due anni di attività: in pratica ogni volta che riapri, guadagni due anni di non disturbo. In via Toscana, dove c’è il capannone annerito di Teresa Moda, puoi notare diversi cancelli e ingressi addobbati con festoni e lanterne rosse. Quando le ditte cinesi aprono si vestono a festa e poi tutti gli ornamenti rossi vengono lasciati lì finché non si deteriorano da soli.

Proprio dalle nuove aperture sono partiti i controlli da parte dell’Asl e della Squadra interforze. La Regione Toscana con delibera 56 del 28-01-2014 ha finanziato un aumento di organico dedicato: sono stati assunti 75 nuovi tecnici della prevenzione, di cui 50 per l’Asl di Prato. Il 21 luglio 2014 è stato approvato, con delibera regionale, il Piano straordinario per il lavoro sicuro a cui hanno aderito associazioni datoriali e sindacali.

Le aziende cinesi che aderiscono al patto (circa 200 fino ad oggi), dichiarando di volersi mettere in regola con la sicurezza, potranno essere fra le ultime controllate. In due anni e mezzo dovranno essere comunque passate al setaccio tutte le 4.000 aziende cinesi del comparto: confezioni, pronto moda, stamperie, tintorie, ecc. Ogni mese alla camera di commercio viene fornito l’elenco delle nuove ditte: il prefetto ha riunito tutti per poter abbattere alcuni vincoli sulla privacy.

Da dicembre Asl, vigili urbani e ispettorato del lavoro viaggiano a dieci controlli il giorno. Oltre alle nuove aperture, la priorità è per quelle tipologie edilizie in cui si sospetta promiscuità tra ambienti di vita e di lavoro. Il primo novembre scorso è stata sequestrata una ditta con bombole a gas e 85 posti letto. Dalle verifiche fino a oggi svolte, i maggiori problemi riguardano gli impianti elettrici, la protezione delle macchine, l’igiene dei locali, i dormitori e le cucine, la portata dei solai e dei depositi, le vetrate oscurate.

La Regione Toscana aveva promosso nell’estate prima del rogo un progetto formativo in collaborazione con l’Università di Prato, chiamato Asci per favorire la diffusione della cultura dell’impresa e della legalità e per la valorizzazione delle risorse locali. Sono stati formati 14 giovani tecnici di cui 7 cinesi che adesso stanno cercando di collaborare con le istituzioni del territorio. Parlando con uno di loro, alla Cna, viene fuori che quasi sempre i cinesi li accolgono senza fare resistenze e questo conferma che è più diffusa la confusione su cosa fare che non la volontà di nascondere. La Cgil ha aperto un ufficio in via Pistoiese, dove è presente in maniera massiccia la comunità cinese.

Riccardo, che da tanti anni si occupa di immigrati nel sindacato, racconta che la città, come il resto d’Italia (quasi tutti lamentano l’assenza di risorse dello Stato, così come la diminuzione di dati per leggere i fenomeni visti i continui tagli alla ricerca sociale) si è trovata impreparata negli ultimi decenni e su molti aspetti ha chiuso gli occhi. Prato poteva prendere l’esempio di altre realtà europee e italiane per imparare ad affrontare la questione migratoria, ma non l’ha fatto e adesso si trova nell’emergenza. Poteva guardare anche vicino: Campi Bisenzio, che sta attaccata, si era già mossa con progetti e interventi.

Ma l’orgoglio dei pratesi è cosa nota, basti pensare a L’età dell'oro di Edoardo Nesi o a Maledetti Toscani di Curzio Malaparte: «S’immagini quello che sarebbero stati un Dante, un Petrarca, un Boccaccio, un Donatello, un Arnolfo, un Brunelleschi, un Michelangelo, se invece di nascere qua e là, sparsi tutt’intorno a Prato, fossero nati a Prato: e quel che sarebbero Firenze, Pistoia, Pisa, Lucca, Siena, Arezzo, Livorno, se invece di crescere sparpagliate, come sobborghi tutt’in giro alle mura di Prato, fossero state costruite proprio dentro Prato! Sarebbe stato certo un bel guadagno per tutti: perché la storia di Prato sarebbe stata la storia d’Italia, mentre ora la storia d’Italia è la storia di Prato».

Fabbriche illegali a PratoNella parte più ampia del capannone ci sono gli impianti, si fa per dire. Ovvero ventitré postazioni con macchina da cucire Yuku antidiluviana e altrettante sedie, qualcuna tenuta assieme letteralmente con lo scotch. Gli operai non ci sono, hanno lavorato fino a notte fonda e ora sono via.
Dario Di Vico, Corriere della Sera ...

I cinesi accusano Prato. "Tutti sanno dei dormitori"

La titolare della ditta Teresa Moda ha dichiarato che "in più occasioni il proprietario del capannone è entrato nella ditta, anche per vedere se i dormitori erano costruiti bene". Lin Youlan - assistita da un avvocato fiorentino - ha aggiunto che alcuni tecnici comunali avevano fatto nel 2013 misurazioni sui dormitori per calcolare la tassa sui rifiuti.
Dario Di Vico, Corriere della Sera ...
"Schiavi". Nell'aprile del 2010, al termine del sopralluogo, il tecnico convocato dai titolari della ditta che aveva sede nel capannone al civico 63/5 di via Toscana scrisse un appunto di lavoro. ...

Dal fitto dei capannoni a peso d’oro alle tangenti per gli attestati sulla sicurezza ai consigli su come rubare la corrente elettrica - Antonio Crispino

E’ un piccolo magnete, simile a quelli che utilizzano le Ferrovie per muovere gli incroci dei binari. Si appoggia sopra il contatore della corrente elettrica e il gioco è fatto. I numeri girano più lentamente ma i kw consumati sono di più. Nelle aziende cinesi a Prato c’è proprio un «addetto al magnete». Ha il compito di staccarlo via in caso di controlli. Ma non è un’invenzione asiatica. «Frate’ questo te lo devi mettere in azienda o qua fallisce tutto». Alcuni cinesi hanno descritto così l’accento di due napoletani in trasferta. Agli ispettori dell’Enel, a cui i conti cominciavano a non tornare, hanno raccontato che in un certo giorno della settimana si presentavano due persone.

Dicevano di venire da San Giuseppe Vesuviano, nel napoletano, (altro comune dove la presenza cinese è massiccia, così come il numero di fabbriche clandestine). «Da noi lo usano tutti», era la rassicurazione. «Alcuni li abbiamo scoperti, altri no - ci racconta uno degli ispettori che ha fatto i sopralluoghi -. Ovviamente l’azienda non vuole che se ne parli perché se si pubblicizza questa frode sarebbe un disastro. E’ difficilissima da scovare, innanzitutto perché non lascia traccia sul contatore e poi perché viene fatta in orari notturni. Noi finiamo i turni alle 18,00 e loro lavorano di notte». E questo, chi propone la frode, ai «laoban» (i titolari delle aziende) lo spiega benissimo. E quasi sempre li convincono.

Una piccola frode se paragonata con i 70 milioni di euro di tasse che le aziende cinesi evadono mediamente in un anno. Ma che ci permette di entrare nel cuore produttivo di questa città. Nel nostro tour notturno abbiamo modo di osservare come si muove tutto il sistema. Le aziende lavorano senza sosta, i capannoni sono inaccessibili, sorvegliati da telecamere a circuito chiuso ma anche da vere e proprie sentinelle. Sorvegliano ogni ingresso seduti in macchina. Turni ininterrotti di 12 ore. Ne incrociamo tantissimi nella zona di via Pistoiese, la «chinatown» pratese. Da queste parti se non hai gli occhi a mandorla non puoi passare inosservato. Dietro capannoni anonimi e inaccessibili si nascondono gran parte dei circa 30 mila clandestini cinesi (in tutta Prato se ne stimano 60 mila, tra regolari e irregolari). Sono la manodopera indispensabile per far funzionare il carrozzone tessile asiatico. Sono l’ultima ruota del carro, quelli che vivono tra gli scarti tessili e lastre di compensato per 600 euro al mese. L’orario di lavoro non si conosce. Tutti dichiarano 6 o 7 ore al giorno. Se fosse così, per loro sarebbe impossibile produrre un milione di capi al giorno (cifra stimata dall’Unione Industriali).

I capannoni sono fittati tutti da italiani. Spesso sono gli stessi spazi che dieci anni fa, prima del boom asiatico, ospitavano le più belle filature a livello internazionale. «Eravamo famosi per le spalmature, la lavorazione del cardato rigenerato, la filatura - racconta Andrea Cavicchi, imprenditore tessile e presidente dell’Unione Industriali di Prato-. Oggi quelle aziende non ci sono più. In dieci anni è scomparso il 30% delle aziende pratesi». Molti di questi ex imprenditori hanno fatto e fanno affari con i cinesi. La locazione dei capannoni viene pagata a peso d’oro. In cambio, i proprietari fanno finta di non sapere degli abusi edilizi che i cinesi realizzano un attimo dopo aver firmato il contratto. Ogni volta che sono interrogati dalle forze dell’ordine dicono di non saperne nulla. Eppure molte di queste fabbriche nascono, se non all’interno, a due passi dalle abitazioni padronali.

I cinesi non fanno storie e non vogliono liti con gli italiani. Pagano tutti. Quasi avessero capito qui in Italia come funziona. Pagano caro per avere i capannoni ma anche per avere la consulenza dei migliori professionisti della zona. «Chi ha un rapporto privilegiato con loro fa ricchi guadagni - spiega il sindaco di Prato Roberto Cenni -. Ad esempio: i commercialisti che gli insegnano come evadere le tasse o gli avvocati che li assistono, piuttosto che i trasportatori di merce contraffatta... hanno parecchi soldi in banca». E come evadere le tasse lo mettono in pratica magistralmente. La mortalità delle aziende cinesi è molto alta. Sei imprese su dieci chiudono i battenti entro un anno, massimo due. Solo sulla carta. «Guarda caso coincide con il periodo in cui si inizia a pagare l’Iva» sottolinea Cavicchi. Ma lo fanno anche per sfuggire ai controlli del fisco. Con l’aiuto di fior fior di professionisti, tutti italiani, hanno messo su un sistema di scatole cinesi, è il caso di dirlo, per cui cartolarmente la società muore ma in realtà opera no stop.

La prima cosa che fanno i cinesi dopo essere approdati sul suolo patrio è nascondere o bruciare i documenti (in genere sono visti di soggiorno per motivi di studio o lavoro). Qualcuno deve avergli spiegato che senza documenti è impossibile espellerli. Perché senza un passaporto che lo attesti, l’ambasciata cinese non li riconosce come concittadini. I dati confermano che hanno imparato bene la strategia. Nel 2009 su 1000 clandestini individuati ne sono stati rimpatriati solo 18. E gli anni successivi il numero non è cambiato molto. A questo risultato contribuisce una cineseria tutta nostrana. Provare a spiegarla può rendere l’idea. Il potenziale clandestino deve essere accompagnato in un centro di identificazione ed espulsione dislocato sul territorio italiano. La pratica viene avviata dal ministero dell’Interno tramite l’ufficio Immigrazione della Questura di Prato che fa una ricerca dei posti liberi. Ovviamente in Toscana, dove c’è la più alta concentrazione di clandestini cinesi in Europa, di centri così non ce ne sono. Significa che il poliziotto, il carabiniere o il finanziere che ha scoperto il clandestino deve prenderlo, metterlo in macchina e accompagnarlo ovunque ci sia un posto libero nei centri di identificazione. Diversamente, la questione si risolve con un ordine di espulsione (un foglio di carta firmato da Prefetto e Questore) che intima di lasciare il territorio dello Stato entro 5 giorni. Carta straccia. Non lo fa nessuno.

Nel distretto industriale di Prato, dove lavorano quasi 20 mila cinesi, non c’è praticamene mai una denuncia, un infortunio , un licenziamento (tutti cessano il rapporto di lavoro dopo circa un anno per dimissioni volontarie), un sindacato (solo due imprese cinesi sono iscritte all’Unione Industriali). A controllare che nelle circa 3000 aziende cinesi (quelle ufficiali) tutto sia in regola ci sono 5 ispettori dell’INPS, 10 ispettori del lavoro e un solo ispettore dell’INAIL. Anzi, in tema di sicurezza sul lavoro c’è la maggiore speculazione. Un ispettore in servizio presso il Dipartimento della Prevenzione dell’Asl è stato arrestato. Secondo gli inquirenti «vendeva» ai cinesi attestati di RSPP (Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione). Faceva un prezzo di favore, invece, per quelli di Primo soccorso antincendio. Stesso andazzo per tre tecnici specializzati nel rilascio di attestati in materia di sicurezza sul lavoro. Ma episodi di corruzione o concussione si sono registrati anche al porto di Livorno (per favorire l’ingresso di rotoli di tessuto cinese); all’anagrafe comunale; per ottenere il rilascio di patenti, etc. Si falsifica persino la Scia, l’autorizzazione comunale per mettere in funzione il macchinario industriale.

Oggi i grandi capi cinesi si servono sempre meno dei professionisti italiani. «In questi anni hanno sviluppato una criminalità organizzata propria che riesce a gestire praticamente tutto», conferma il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Prato, Gino Reolon. E quello che gestiscono è: importazione clandestina di mezzi e tessuti, flussi di clandestini da e per la Cina, produzioni contraffatte, evasione fiscale... Con i soldi non fatturati alimentano l’usura, la prostituzione e la droga. «A Prato abbiamo il primato europeo di vendita di droghe sintetiche - dice il sindaco Cenni -. E’ un mercato che per ora resta chiuso nella loro comunità ma in futuro chissà…». Nell’ultimo periodo si sta diffondendo a macchia d’olio il «mahjong». E’ un gioco d’azzardo che fa girare svariate migliaia di euro ogni sera. Alcune bische clandestine sono state rinvenute per puro caso nei sotterranei di capannoni alla periferia della città. Non solo. Un nuovo affare sta diventando lo smaltimento dei rifiuti. Se l’azienda è in nero, deve essere necessariamente in nero anche il ciclo di smaltimento dei rifiuti. Alcune fonti investigative ci hanno confermato che i cinesi si starebbero organizzando per smaltire tonnellate di scarti industriali in conteiner diretti in Grecia e nell’est Europa.

Gli enormi guadagni di questo sistema hanno un’unica direzione: la Cina. Dal 2007 al 2009 è stato trasferito dall’Italia alla Cina un miliardo duecentosessantamila euro. Tutti con il money transfer. Non un euro viene investito nella manodopera. Così, mentre gli operai sono schiavizzati in questi nuovi lager, i capi arrivano in fabbrica con la Porsche. All’inizio le forze dell’ordine gliele sequestravano. Ma i cinesi hanno imparato presto. «In qualche caso il proprietario non si trova, in altri creano contratti sottostanti di leasing che portano a una o più società finanziarie rendendo impossibile risalire all’effettivo proprietario» spiega il colonnello Reolon.

Le auto di lusso, i bordelli esclusivamente per cinesi, i locali alla moda, gli hotel a 5 stelle, non hanno niente a che vedere con le immagini (che volutamente non vi mostriamo) dei bambini che dormono a terra, accartocciati su balle di stoffa; donne al sesto mese di gravidanza messe a lavorare dietro a una cucitrice per dieci ore; vermi che restano impigliati nelle pareti unte delle cucine improvvisate in un angolo di capannone.

C’è chi protesta. Proprio durante un blitz della Guardia di Finanza scende in strada un anziano signore con la sua famiglia. Inveisce e urla. Non contro l’illegalità cinese ma contro i controlli delle forze dell’ordine. Proprio dietro casa sua si scopre un altro capannone della vergogna. Due finanzieri restano di ghiaccio quando aprendo le ante di un armadio trovano un materasso e due ragazzi chiusi dentro a dormire.