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Dinamo Press18 11 2014
Ricchezza, potenziale, sfruttamento queste le parole d’ordine che da troppi anni caratterizzano la discussione pubblica sui temi ambientali, e non solo, nel nostro Paese.
Sulle strategie di produzione c’è sempre tanto da discutere tranne quando si affrontano temi come le estrazioni petrolifere. La ricerca e la produzione di idrocarburi in Italia ha una lunga storia e coinvolge diverse zone del Paese tra le quali la poco conosciuta Basilicata che, oltre ad una spettacolare varietà ambientale e ricchezza storica, ha una conformazione del sottosuolo straordinaria ed è una delle regioni più ricche di giacimenti petroliferi e di gas naturali, la più grande dell'Europa continentale. Come tante altre regioni del sud è stata a lungo sfruttata in nome di decantate opportunità di sviluppo economico e sociale, come accadde con l’insediamento fiat, che non hanno affatto dato i frutti sperati. Nel 2003 una ferma protesta contro l’ipotesi di realizzare, a Scanzano Jonico, un deposito di scorie nucleari provocò il ritiro del D.L. n. 314/03. Oggi, il problema delle scorie e dei lasciti del nucleare rimane -nel mondo- un problema irrisolto, ma a mettere un carico da novanta è l’approvazione - con il rituale voto di fiducia- del famigerato decreto Sblocca Italia su edilizia, fisco e cantieri (D.L. n.133/2014). Oltre al raddoppio delle estrazioni in Basilicata e in Sicilia, in realtà già previsto da provvedimenti precedenti (Memorandum del 2011), l’aspetto più inquietante sono gli articoli 36 e 38 che prevedono non solo un potenziamento e una facilitazione delle trivellazioni esplorative per cercare nuovi giacimenti ma anche che una anticipazione della revisione del Titolo V della Costituzione che sottrae definitivamente alle Regioni, agli enti locali ed ai territori ogni potere in materia di autorizzazione delle attività petrolifere, cioè la validazione di impatto ambientale da parte delle regioni non è più vincolante. In parole povere o la Regione applica da sola lo “sblocca trivelle” entro il 31 dicembre 2014, oppure provvederà direttamente il governo, avocando a sé il tutto e applicando i poteri sostituitivi per la Regione “inadempiente” attraverso la “espropriazione per pubblica utilita’”. Per Renzi la ricerca e la coltivazione di idrocarburi e lo stoccaggio di gas naturale hanno “carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilita’, urgenti e indifferibili.”.
Ancora più urgente sembra invece dover vigilare affinché troppe cose non vengano più fatte sotto l’egida della pubblica utilità e dell’urgenza (vedi l’Aquila). Non è molto avvincente il dibattito sul fatto che le competenze siano Regionali o Statali anche perché nessuna delle due parti rappresenta le istanze reali di chi i territori li vive, li protegge, li fa sopravvivere ma di fatto i luoghi in cui si decide si allontanano sempre di più da chi vive i territori al di là del braccio di ferro sulle competenze.
Dopo undici anni grazie allo Sblocca Italia si è risvegliata, senza preavviso, la Basilicata con una settimana di mobilitazioni con le quali le associazioni ecologiste, gli studenti, vari e numerosi comitati, hanno assediato- in migliaia- Potenza dopo una serie di iniziative dislocate in tutta la regione e nelle aree interessate dalle estrazioni per protestare contro il raddoppio delle estrazioni petrolifere in Basilicata e in altre regioni italiane. I sindaci di alcuni comuni interessati si mobilitano ad impugnare l’articolo 38, come precedente quello della giunta comunale di Taranto. Lo SbloccaItalia sta sollevando il dissenso e la rabbia di tante realtà lucane, pugliesi, campane, abruzzesi, siciliane e di tutte le altre regioni, direttamente o indirettamente, interessate che manifestano la volontà di passare dalla politica pro- trivelle e dalla fiducia nelle, già viste, promesse di royalties e occupazione alla difesa dei territori (che restano di emigrazione) contro l’economia del petrolio. Sorge qualche dubbio, inoltre, sulla opportunità dell’assegnazione del titolo di capitale della cultura nel 2019 a Matera se, come contraltare, le opere strategiche necessarie saranno finanziabili solo con il pacchetto previsto dal governo con l’incremento del gettito fiscale da parte delle compagnie petrolifere.
E’ una discussione complicata che va oltre la astratta discussione pro o contro il petrolio perché il petrolio c’è, si estrae da più di vent’anni ed ha un impatto sui territori, in termini sociali, di ambiente e salute. Sottrarre le decisioni sulle estrazioni ad ogni forma di controllo da parte dei territori interessati significa dare mano libera alle compagnie petrolifere e a chi con loro fa profitto e impedire che si esprimano i veri interessi collettivi che solo quelle realtà possono esprimere. Sono temi complessi che coinvolgono tanti livelli Rapporto stato regioni (modifica titolo V), accordi economici con le multinazionali, accordi tra partiti o tra correnti ed il rischio è quello che non si riesca a trovare un reale spazio per le istanze propulsive di queste mobilitazioni in un contesto di una disillusione che è erede del ricatto e della promessa: petrolio=benessere. E’ in atto una soggettivazione in nome della difesa di un territorio ed è una “protesta” contro un Decreto Legge ormai approvato perciò l’obiettivo deve diventare quello di aprire una dicussione a livello nazionale su quale modello di sviluppo immaginare e l’alternativa non è tanto complessa: si vuole continuare a subire questo folle sfruttamento dei territori a vantaggio di lobby petrolifere o si possono finalmente adottare strategie di produzione orientate all’energia pulita, a tecnologie “verdi”, tra l’altro già sperimentate, adatte a rispondere ai nuovi bisogni e alla tutela del diritto alla salute.
Non c’è bisogno di parlare di “Questione meridionale” per capire il reiterarsi di volontà politiche che non hanno a cuore né la necessaria riconversione ecologica dell’economia né l’ equità sociale. Finora i riscontri sono ambivalenti :si dichiara la contrarietà all’eccessivo sfruttamento del territorio ma anche l’entusiasmo per “il buono che c’è nello Sblocca Italia” o l’impugnabilità di quell’articolo e l’autosospensione dal proprio partito restao cioè in piedi ,per chi governa, come contraltare le promesse di introiti maggiori e più vantaggiosi legati alle Royalties.
Seppure tutti i buoni propositi fossero veri il problema resta la scelta politica di questo governo liberista e decisionista (vedi Jobs Act) che fa accordi coi padroni e con le Lobby cambiando tutto per non cambiare nulla nella sostanza. Perciò ancora una volta dobbiamo dire che sono le comunità e i territori a dover avere l’ultima parola contro un futuro improntato alla sopravvivenza, alla ricattabilità, alla sacrificabilità di chi non può decidere. Ancora una volta la ricchezza e la fragilità geologica del territorio italiano si scontra con l’inettitudine e con gli interessi di pochi come ci insegnano la Tav, la gestione del dissesto idrogeologico (Genova e non solo), le grandi navi a Venezia o la “terra dei fuochi” in Campania, il Muos in Sicilia ecc.. Tutte storie diverse ma uguali nel loro significato: in nome di un futuro diverso la legge del profitto e dello sfruttamento viene imposta da pochi sui molti. Bisogna ricominciare o continuare a riappropriarsi dei propri spazi, degli spazi della partecipazione, della decisione e del veto sulle violente politiche di sfruttamento del lavoro e del territorio. Di fronte a questo “capitalismo predatorio” le parole d’ordine non possono essere più difesa delle bellezze dell’Italia, marketing del patrimonio culturale o sviluppo delle estrazioni ma piuttosto si deve costruire un discorso avanzato sui temi ambientali che di fronte al fallimento dei luoghi della rappresentanza parli di riappropriazione dei territori e di lotta ad ogni forma di sfruttamento.
Michela Murgia17 09 2013
Il giornalista Francesco Giorgioni qualche giorno fa poneva sul suo blog alcune questioni di un certo rilievo sul tema del paesaggio e della sua tutela. Diceva di essere consapevole che le sue domande sono scomode, ma in realtà non è così: sono scomode solo per chi ha posizioni ostili alla tutela del paesaggio e coltiva l’idea passatista secondo la quale lo sviluppo economico necessita della consunzione ingente delle risorse naturali. Per chi sa come coniugare bellezza e ricchezza queste domande sono invece necessarie e ringrazio che ci siano ancora persone che si prendono la responsabilità di porle e di chiedere risposte a chi si sta candidando a domandare ai sardi la loro fiducia.
È possibile assimilare il bene comune “paesaggio” alle risorse del sottosuolo e applicargli lo stesso regime di tutela?
La risposta, in linea di massima, è no. Le risorse del sottosuolo sono fuori dal regime giuridico che norma la proprietà privata: appartengono all’interesse comune e quindi sono sottoposte a regole più restrittive il cui rispetto è in capo alle istituzioni, che in teoria dovrebbero finalizzare il loro utilizzo al benessere della comunità. In Sardegna però questo non è così vero; lo dimostrano i tentativi di sfruttamento a fini privati del gas nei casi di Arborea e del Medio Campidano, dell’acqua calda nel Montiferru e prima ancora dei beni minerari; tuttavia sappiamo che una classe politica consapevole dei suoi doveri avrebbe avuto in mano tutti gli strumenti giuridici per trasformare la teoria in pratica e impedire ai privati di far profitto indebito (che è altra cosa dallo sviluppo) su un bene di interesse pubblico.
La giurisprudenza sulla tutela del paesaggio è invece molto più recente, perchè recente è l’acquisizione del concetto di paesaggio come bene comune. La convenzione europea sul paesaggio è del 2000 e l’Italia l’ha ratificata nel 2006, impegnandosi solo allora a riconoscere il paesaggio come “componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità”. Questa bellissima frase ha la stessa funzione di molte espressioni che si trovano nei documenti europei: nella sua genericità può voler dire qualunque cosa, lasciando di fatto a chi amministra la libertà di declinarne il senso come crede, nei limiti della legalità o eventualmente creando leggi apposite, come sta cercando di fare la giunta Cappellacci nel colpo di coda della sua dimenticabile amministrazione. Al variare delle sensibilità politiche si possono così tenere immutati per anni migliaia di ettari di terreno non antropizzato oppure permettere che in sei mesi gli stazzi di Gallura possano diventare altrettante ville di lusso per gli emiri; secondo quel principio si possono far impiantare decine di pale eoliche su decine di monti sardi e allo stesso tempo imporre vincoli strettissimi anche per cambiare un infisso.
Il PPR della giunta Soru è stato un tentativo (imperfetto ma importante) di porre dei limiti a questa anarchia di interpretazione, ma il centro sinistra non ha saputo né voluto difendere lo spirito di quella legge dalla pressione degli interessi economici di chi invece senza regole ci stava benissimo. Soru si è dimesso perchè la sua maggioranza lo ha sfiduciato proprio sulle questioni di tutela paesaggistica e sappiamo tutti che i voti per Cappellacci che sono usciti dall’urna non erano certo solo quelli del centrodestra.
In questi anni di impegno civico sul territorio a supporto dei comitati sorti contro progetti totalmente scellerati ho avuto decine di conferme del fatto che l’interesse a stemperare o azzerare i vincoli di tutela del paesaggio è comune a tutto l’arco politico. La trivellazione Saras del paradiso naturalistico di S’Ena Arrubia non è stata forse appoggiata da una mozione del PD? L’ultima prova, casomai ne servissero di ulteriori, è il colpo di spugna sugli usi civici approvato a fine luglio in consiglio regionale con 50 voti a favore, 4 astenuti e 3 contrari, che di fatto permette ai comuni di sclassificare a loro discrezione le terre pubbliche e cederle a privati. Sorvolo su Tentizzos e su quel che si sta cercando di fare alla costa bosana, peraltro già ampiamente cementificata, e non per marginalità, ma perchè in questi anni ho scritto contro decine di esempi come quello, dallo scempio di Santa Lucia di Siniscola alle speculazioni a Capo Malfatano.
La sfida di Sardegna Possibile in questo senso è chiara e lo si capirà molto bene dal programma che pubblicheremo in autunno. Non intendiamo più permettere che siano delegati agli interessi privati i processi, anche necessari, di trasformazione del paesaggio. La scelta della politica – tutta la politica – di farsi complice di quel falso modello di sviluppo ha prodotto in questi anni enormi costi sociali e soprattutto l’impoverimento di quel che avrebbe dovuto arricchire, lasciandoci un degrado che è sotto gli occhi di tutti: dissesto idrogeologico, inquinamento, contesti ambientali naturali compromessi, distruzione delle aree agricole, incontrollato allargamento dei confini urbani, degrado di contesti storico artistici, patrimonio immobiliare inutilizzato o sotto utilizzato e anche, nel caso delle realtà urbane, la nascita di nuovi quartieri privi di servizi e di qualità urbanistica, con perdita di identità sociale e culturale dei centri e delle periferie.
Lo spazio, non solo il paesaggio, è un bene primario della costruzione sociale, perchè chi progetta spazi progetta comportamenti. Non si tratta quindi soltanto di chiedersi quale paesaggio vogliamo proteggere o generare, ma anche quali comportamenti sociali vogliamo contribuire a costruire. Per rispondere a questa domanda ci vuole uno sguardo politico molto più lungimirante di quello a cui ci hanno abituati PD e PdL negli ultimi anni.