Oct 15, 2026
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Il caso Uva è in cerca di verità da sette anni

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D’altra parte, Giuseppe Uva era “solo un gruista”, il cui “stile di vita” sarebbe stato testimoniato dal fatto di non indossare mutande (cosa puntualmente smentita dalla testimonianza degli infermieri che dichiararono di aver tagliato lo slip con le forbici e di averlo buttato perché intriso di sangue).

Quest’ultimo dettaglio è significativo: è molto difficile, per chi non segue i processi, immaginare quale possa essere il linguaggio giudiziario, quale il genere letterario frequentato da un pubblico ministero, quale il peso maleodorante del pregiudizio scaricato su una vittima (dello “stile giudiziario” del procuratore Abate si ha conferma in molti passaggi della testimonianza di Luigi Manconi, ascoltato come “persona informata dei fatti” dallo stesso pm).

Ecco, queste sono le premesse attraverso le quali si arriva all’attuale dibattimento. E sembra proprio che tutto quel bruttissimo pregresso continui a condizionare l’attuale svolgimento: gli atteggiamenti degli attori, le modalità con cui vengono trattati i familiari di Uva e i testimoni vulnerabili come Biggiogero: qualcosa che ricorda i versi dell’antologia di Spoon River adattati e musicati da De André.

Eppure, in questa storia terribile di dolore e morte, emerge un dato impossibile da ignorare. Nell’assenza delle istituzioni, nella complicità di molti dei mezzi d’informazione, nell’indifferenza di gran parte della cittadinanza, una donna, pressoché da sola, ha reso possibile che questa storia non diventasse uno dei tanti fascicoli archiviati a prendere polvere negli scantinati di qualche tribunale.

Quella donna si chiama Lucia Uva, e il fatto che si tratti di una donna ci pare determinante. La sua storia non è così rara. Negli ultimi anni, e facendo un elenco che purtroppo non esaurisce una lunga teoria di tragedie, possiamo ricordare Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Michele Ferrulli, Aldo Bianzino, Marcello Lonzi, Dino Budroni. Accanto ai loro nomi, si ritrovano quasi sempre quelli delle loro madri o figlie o sorelle o mogli: Patrizia Moretti, Ilaria Cucchi, Domenica Ferrulli, Roberta Radici, Maria Ciuffi, Claudia Budroni.

In tutte queste vicende c’è una costante: una donna che assume suo malgrado il ruolo di protagonista. Figura tragica, ma non di vittima. Perché accade questo? Le ragioni sono molte.

Le donne stanno là, dove si manifesta più forte il vincolo profondo e intimo costituito dal legame di sangue. Ed è il genere femminile che tende a vivere con maggiore intensità quel legame. In qualche misura, la donna resta – al di là dei cambiamenti culturali e dei processi di emancipazione – la custode degli affetti familiari e la garante della loro persistenza nel tempo. Quel ruolo pubblico di madre, moglie, figlia, sorella di qualcuno che ha perso la vita attribuisce forza morale e responsabilità.

Avviene qualcosa che porta quelle madri mogli figlie e sorelle ad agire. Quell’agire, nella gran parte dei casi, non ha nulla di autocommiserevole. Anche nelle manifestazioni più dolenti dello strazio i toni si mantengono, in genere, controllati, le parole misurate, il discorso – l’atto di accusa, quando c’è – si muove sul piano razionale.

Emerge un forte e intelligente senso della giustizia offesa e del diritto negato, che si traduce in domanda di verità. Ed è proprio questo che fa Lucia Uva: parla come una cittadina consapevole, che esige giustizia e non invoca mai vendetta (così come mai l’hanno invocata Patrizia Moretti Aldrovandi, Ilaria Cucchi, Domenica Ferrulli e le altre).

E questo non accade per una presunta bontà d’animo, ma perché quelle morti sono avvenute a seguito di situazioni assai complesse, dove si intrecciano – all’interno delle istituzioni statuali e degli apparati di polizia – reati e negligenze, atti criminali e omissioni di soccorso, irregolarità e abusi, colpe professionali e ottusità burocratiche.

E dove operano più soggetti, con diverse competenze e diversi livelli di responsabilità, tenuti insieme da rapporti di correità o da vincoli di omertà, spesso tutelati da una catena di comando di cui è difficile individuare l’anello collocato al livello più alto. Da qui discende che l’affermazione più frequente – la domanda e l’impegno di Lucia Uva, in questo caso – diventi: “Voglio sapere come è morto”.

Quel “come è morto” è, effettivamente, il quesito più drammatico che attraversa la vicenda di Giuseppe Uva. E quanto fatto in questi anni da Lucia Uva corrisponde a un vero e proprio conflitto “per la verità”, mentre lo stato, le sue istituzioni e i suoi apparati risultano essersi comportati come una sorta di Sistema della Menzogna, della Dissimulazione e dell’Occultamento.

È anche questo, probabilmente, che in tanti lunghi anni ha sollecitato e sostenuto quell’azione così particolare svolta da Lucia Uva: una battaglia per la giustizia contro l’iniquità, e – in qualche modo – per la vita contro la morte. Essere sorella della vittima attribuisce una titolarità di ruolo, ma rappresenta appena una premessa. Ciò che è avvenuto dopo (e che avviene per tutte le altre storie prima citate) è davvero sorprendente e straordinario: Lucia Uva è stata capace di trasformare il suo dolore più intimo in una risorsa pubblica.

Partendo dalla sofferenza, patita nella sfera più profonda e privata, si è fatta soggetto di una iniziativa che va assai oltre il legame familiare. È diventata attore pubblico e, a suo modo politico, portando energia e innovazione alla politica stessa. Semmai quest’ultima volesse ascoltare. Se così facesse, infatti, la politica potrebbe trovare nelle vicende di Lucia e delle altre, una trama di tensioni e di passioni preziose per la politica stessa.

È per ciò che dispiace davvero molto che questa donna, con la sua storia e il suo dolore, il suo impegno e la sua speranza, in quell’aula di tribunale – ieri come oggi – si sia trovata così spesso sola.

Luigi Manconi
Valentina Calderone

Il Fatto Quotidiano
22 07 2014


A sei anni dalla morte di Giuseppe Uva carabinieri e poliziotti dovranno affrontare un processo in Corte d’Assise. Il gup varesino Stefano Sala oggi ha rinviato a giudizio sei agenti e un militare imputati per omicidio preterintenzionale, abbandono di incapace, arresto illegale e abuso di autorità nei confronti dell’uomo, morto il 14 giugno del 2008 all’ospedale di Circolo di Varese dopo essere stato fermato ubriaco per strada e portato in caserma.

Un altro militare accusato degli stessi reati, che aveva scelto la strada del giudizio immediato, verrà processato insieme agli altri imputati. La decisione del giudice, che ha respinto la richiesta di proscioglimento da tutte le accuse contestate avanzata dal procuratore facente funzione Felice Isnardi e dai difensori degli imputati, è stata accolta con lacrime e festeggiamenti dai familiari di Uva, parti civili nel procedimento. La sorella di Uva, Lucia, e i suoi legali, gli avvocati Fabio Anselmo, Fabio Ambrosetti e Alessandra Pisa, al termine dell’udienza preliminare hanno stappato una bottiglia di spumante per un brindisi in piazza Cacciatori delle Alpi, davanti al Palazzo di giustizia della città.

“Dopo tanti anni ce l’abbiamo fatta – ha commentato Lucia Uva -. Dedico questo processo al pm di Varese Agostino Abate che non ha mai voluto cercare la verità – ha proseguito -, perché mio fratello non ha mai fatto atti di autolesionismo ma è stato picchiato in caserma”.

I carabinieri, la notte del 14 giugno 2008, fermarono l’artigiano Giuseppe Uva, 43 anni, e l’amico Alberto Biggiogero mentre, ubriachi, spostavano delle transenne per regolare il traffico. Sette ore dopo l’uomo morì in ospedale, dove era stato ricoverato con trattamento sanitario obbligatorio, a causa di “insufficienza respiratoria con conseguente edema polmonare” provocata da una serie di cause scatenanti. Secondo i familiari Uva avrebbe subito violenze in caserma da parte dei carabinieri e dei poliziotti che intervennero a supporto dei militari. La Procura di Varese, invece, non aveva riscontrato irregolarità nel comportamento delle forze dell’ordine.

Tre medici dell’ospedale di Circolo di Varese erano stati processati e poi assolti dall’accusa di aver somministrato a Uva una dose sbagliata di farmaci. Ora dovranno affrontare il processo davanti alla Corte d’Assise di Varese, che inizierà il 20 ottobre, i carabinieri e i poliziotti, tutti ancora in servizio, che condussero l’intervento: Paolo Righetto, Stefano Dal Bosco, Giocchino Rubino, Luigi Empirio, Pierfrancesco Colucci, Francesco Barone Focarelli, Bruno Belisario e Vito Capuano.

Disponendo il rinvio a giudizio il giudice Sala ha quindi accolto la tesi di una loro responsabilità nella morte di Giuseppe Uva, già sostenuta dal gip di Varese Giuseppe Battarino che lo scorso 11 marzo aveva respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Agostino Abate sottolineando, nell’ordinanza con cui aveva disposto l’imputazione coatta, che Uva “è stato percosso da uno o più dei presenti in quella stanza, da ritenersi tutti concorrenti materiali e morali” nella morte “causalmente connessa in particolare con la prolungata costrizione fisica associata a singoli atti aggressivi e contenitivi”.

Secondo l’avvocato Luca Marsico, uno dei difensori degli imputati, “il rinvio a giudizio non equivale a una condanna, e ora si aprirà un processo che verrà affrontato a testa alta”. Mentre l’avvocato Fabio Anselmo, legale anche delle famiglie di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, esulta per una “prima vittoria” delle parti civili. “E’ uno scandalo che si arrivi solo oggi a un rinvio a giudizio – ha aggiunto – perché si rischia la prescrizione per gran parte delle accuse contestate”. Per il senatore del Pd Luigi Manconi, “questo risultato è dovuto alla tenacia di Lucia e dei familiari di Giuseppe Uva, al lavoro dei legali e a quanti per anni hanno voluto credere che anche a Varese ‘c’è un giudice’”.

Io sorella di tanti Cucchi (Ilaria Cucchi, Left)

Mio fratello è diventato un simbolo, è diventato Stefano Cucchi. Potrà sembrare una magra consolazione, ma vi assicuro che non lo è. Perché se adesso è nella memoria della gente, io ho almeno l'illusione che la sua vita e la sua morte abbiano significato qualcosa. ...

Il Fatto Quotidiano
09 06 2014

Il procuratore ha invece chiesto per i sei agenti e un militare, accusati di omicidio preterintenzionale, il rinvio a giudizio per abuso di potere. Il 43enne morì dopo aver trascorso la notte nella caserma di Varese

di Redazione Il Fatto Quotidiano

Il procuratore di Varese, Felice Isnardi, ha chiesto il proscioglimento dall’accusa di omicidio preterintenzionale e altri reati per il carabiniere e i sei poliziotti imputati per la morte di Giuseppe Uva, l’artigiano di 43 anni morto il 14 giugno 2008 dopo aver trascorso parte della notte nella caserma dei carabinieri.

Il pm ha chiesto il rinvio a giudizio per con l’accusa di abuso di potere nei confronti di agenti e militari. Un reato che, però, a detta dei difensori, per il pm “non ha alcuna attinenza con l’evento morte”. ”E’ una cosa inaspettata e per me non se lo aspettavano neanche gli imputati, ma si tratta delle richieste del pm e confidiamo nella decisione del giudice”. Sono queste le parole del legale dei familiari di Giuseppe Uva. La sorella di Uva, Lucia, che è stata presente a tutte le udienze, non ha voluto invece rilasciare dichiarazioni ed è apparsa visibilmente scossa. L’udienza per i sei poliziotti e il carabiniere proseguirà il prossimo 30 giugno. Un altro militare imputato ha chiesto di essere processato con rito abbreviato.

Intanto Lucia Uva ha chiesto il giudizio immediato nel processo che la vede imputata il prossimo 13 giugno per diffamazione ai danni delle forze dell’ordine. Lo ha spiegato il legale della famiglia Uva a margine dell’udienza preliminare.

Giuseppe Uva morì in ospedale dopo aver trascorso parte della notte in caserma. La sera del 14 giugno del 2008, l’uomo era ubriaco, in compagnia di un amico. Quando vennero fermati, i due stavano spostando delle transenne in mezzo alla strada. Dopo il fermo, Uva reagì. Per questo i militari chiesero aiuto a una volante della polizia. Ne interverranno tre, che portano i due in caserma. Qui, secondo i familiari, il 43enne subì delle violenze prima di essere ricoverato in ospedale con trattamento sanitario obbligatorio dove morì.