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Il Fatto Quotidiano
23 04 2014

Siamo al 71esimo posto del gender gap, indice che misura la differenza tra i generi, stilato dal World Economic Forum, quelli di Davos insomma, economisti non suffragette.

Ciò nonostante gli italiani fanno fatica ad accettare di essere ritenuti maschilisti, anche se i dati sono lì otto gli occhi di tutti. E di tutte. Invitata dalla Svezia per conoscere il loro sistema di Pari Opportunità, al Ministero dell’Economia mi spiegavano che si erano molto attivati per passare dal quinto al quarto posto del suddetto indice: quando alle donne veniva agevolata la conciliazione tempo lavoro/famiglia, aumentava il Pil, mi hanno detto contenti.
Ah però!

Ma qui da noi si stenta, e dunque le banche si ostinano come muli a non volere far entrare le donne nei consigli di Amministrazione mentre ormai in altri Paesi hanno capito da decenni che arricchire il mondo del lavoro con un pensiero “differente”, significa migliorarne l’ambiente e anche anche il profitto.

Il Censis ci ha detto che abbiamo una delle peggiori tv europee per quanto riguarda la rappresentazione umiliante e stereotipata delle donne. Rappresentazione che esercita un’influenza potentemente negativa sulle ragazze, come ci ricorda la prof Chiara Volpato nel suo libro ‘Deumanizzazione’.
Ma tutto cambia, e spesso in meglio.

Da 5 anni, da quando è uscito il documentario Il Corpo delle Donne che denunciava la rappresentazione miserevole delle donne nella nostra tv, lavoriamo nelle scuole per innalzare il livello di consapevolezza sul potere dei media, e la capacità di agire la cittadinanza attiva, che significa sapersi occupare dei propri diritti.

Abbiamo incontrato migliaia di giovani. Sono sorti in questi anni decine di blog che educano ai diritti e alla educazione ai media.

“Come tu mi vuoi” è un programma Mediaset che ingabbia le giovanissime in un ruolo ancillare. Dovrebbe chiamarsi “come voi mi volete” o meglio “ come mi vuole la tv italiana” perché non è vero che i ragazzi anelano a ragazzine immobilizzate nel loro look rigidamente velinesco, tutt’altro.

Si chiama mercato, ed ha come obbiettivo la vendita di spazi pubblicitari. Per questo motivo si usano i corpi delle donne. Storia vecchia.

E’ partita una protesta su change.org. L’autrice è giovane e carina: meno male! Ho pensato. Così non verrà tacciata di volere interrompere la trasmissione perché invidiosa. Succede di ascoltare anche questo, purtroppo.
E dunque oggi, ogni qualvolta un programma o una pubblicità ci offende, parte la protesta ferma ma educata, di migliaia di ragazzine e (sorpresa!) ragazzini, che chiedono rispetto.

Giovani attiviste/i crescono,e rendono il Paese migliore per tutte e per tutti noi.

Donneuropa.it
09 04 2014

Nel 2012 il sito di informazione americano The Daily Beast l’ha nominata tra le 150 donne più coraggiose nel mondo. E del mondo lei si sente cittadina, ma insieme “profondamente e orgogliosamente italiana”. Lorella Zanardo è autrice del documentario Il corpo delle donne, visto da oltre 5 milioni di persone sul web, e del libro Senza chiedere il permesso – Come cambiamo la tv (e l’Italia) (Feltrinelli, 2012).

Dopo aver trascorso gran parte della sua vita all’estero, tra Germania, Inghilterra e Francia, nel 2009 ha deciso di ricominciare in Italia, per “lottare su temi di cui in altri paesi è quasi banale parlare, mentre qua c’è ancora tanto da fare”: i diritti delle donne, l’educazione di ragazze e ragazzi ai media e alla cittadinanza attiva. Questa primavera per lei si è aperta una nuova avventura, come candidata al Parlamento Europeo della Lista Tsipras.

Spesso in questi anni hai richiamato l’attenzione sulla distanza tra l’Italia e altri paesi europei per quanto riguarda il sessismo nei media. L’Italia è il fanalino di coda?

Purtroppo sì. Non è che negli altri paesi non ci sia il problema della rappresentazione delle donne nei media, ma se leggiamo una ricerca come quella del Censis, Donne e media, scopriamo che da noi è molto più grave. Intanto perché in Italia riguarda sia la televisione privata sia quella pubblica, mentre all’estero è un problema limitato alle emittenti commerciali. Poi è una questione di quantità: non è che in Francia non ci sia la donna soubrette – e perché non dovrebbe esserci? – ma non a tutti gli orari e in tutti i programmi. Certe storture italiane per cui persino i numeri del Lotto devono diventare sexy fanno ridere tutta l’Europa.

Ma a dire queste cose in Italia si finisce per essere tacciate di moralismo…

È abbastanza idiota il dibattito che c’è stato su questo. Non c’entra niente il moralismo: gli inglesi sono forse più moralisti? Siamo molto più moralisti noi. Ma la Bbc non manderebbe mai in onda una ragazza in ginocchio mezza nuda vicino a un uomo vestito, semplicemente per rispetto del 51% della popolazione.

E per quanto riguarda la scuola, l’altro grande tema su cui sei impegnata, come siamo messi?

La scuola italiana non ha avuto finora nulla da invidiare ad altri paesi europei. Dico finora perché da anni investiamo meno di altri paesi europei nell’educazione, e chiaramente è un grosso rischio per il futuro. In Italia poi non si fa nulla per l’educazione ai media, mentre per esempio nel resto d’Europa questa è una materia spesso obbligatoria. O almeno si formano gli insegnanti. Servirebbe moltissimo anche qui.

Nelle ultime settimane è nata una grande discussione intorno ai libretti che l’Unar voleva diffondere nelle scuole per l’educazione alle differenze. Alla fine sono stati bloccati. Qual è la tua posizione?

Chiaramente la mia posizione è che urge cultura nelle scuole. Noi – io e chi lavora con me – ci impegniamo perché nelle scuole venga fatta educazione sessuale, educazione alle relazioni, alla corporeità, all’affettività. L’unica cosa che mi viene da dire è che a volte facciamo il passo più lungo della gamba. Questo è un paese in cui i miei figli adolescenti a Milano non hanno mai fatto educazione sessuale, non hanno mai parlato a scuola neanche dell’ape e del fiore. Me l’aspettavo, questa reazione ai corsi sul gender, al libretto dell’Unar. Se non siamo neanche in grado di fare educazione sessuale, come ci si poteva aspettare che venisse accettato serenamente questo progetto così avanzato? È come voler raggiungere la Norvegia partendo da una situazione da Medioevo.

Consumi televisivi e abbandono scolastico: sono fenomeni che tu metti in relazione, in che modo?

In realtà metto insieme serie di dati che mi fanno riflettere. In Italia abbiamo una delle percentuali più alte di persone che guardano la Tv: il 98,7% della popolazione, che significa praticamente tutti. E non è vero quello che si dice per cui i ragazzi non guarderebbero più la tv: la guardano con modalità diverse, magari sul web. I contenuti televisivi hanno colonizzato completamente la rete. E quali contenuti? Abbiamo monitorato la televisione pubblica per un mese, scoprendo che Rai1 e Rai2, i canali generalisti della tv pubblica, quindi i più visti, fanno un investimento pari a zero in programmi culturali in ore diurne e serali. La scommessa sarebbe introdurre cultura in queste fasce, e così usare questo strumento anche per fare educazione.

Perché anche i dati sull’istruzione da quel che dici non sono confortanti…

Abbiamo un tasso di abbandono scolastico tra i più alti d’Europa: il 17,6% contro il 12,7% della comunità europea. E al Sud il dato sale al 25%. Questo è gravissimo. L’Ue ha posto l’obiettivo di abbassare questa percentuale al 10% entro il 2020, dunque bisognerà darsi una mossa nei prossimi anni. Quindi: abbiamo un servizio pubblico televisivo che non investe nulla in programmi educativi, e un abbandono scolastico da paese del terzo mondo. Attraverso una diversa tv si potrebbe fare molto.

Ma se l’Italia è il paese peggiore in questo panorama, non è una contraddizione impegnarsi in Europa anziché, per esempio, nella politica locale?

Molte cose in effetti possono partire dalle politiche locali. Ma una cosa bella dell’Europa è la possibilità di importare ed esportare buone prassi. Credo che mai come ora abbiamo bisogno di pensare e insegnare ai ragazzi che si può cambiare. È questa l’idea di Europa da comunicare ai giovani, non solo parlare di euro che a loro non interessa minimamente. Se l’Italia è al 71esimo posto nel Global Gender Gap, la graduatoria mondiale delle disparità di genere, sapere che paesi dell’Ue come la Finlandia o la Svezia si trovano ai primi posti è uno stimolo a darsi da fare.

Come si combatte il sessismo in tv e in pubblicità? Bisogna censurare le immagini offensive?

Censura è una parola che aborro. Non credo che ce ne sia bisogno del resto. Io miro a lavorare sull’innalzamento del livello di consapevolezza, ci vuole più tempo ma è il modo più democratico. Perché in altri paesi non sentono la necessità di mettere in televisione una valletta con il sedere per aria e un uomo che la umilia? Forse a loro non piacciono le donne? No, piacciono un sacco anche a loro. È un problema culturale. Noi siamo anche il paese in cui si leggono meno libri e quotidiani, e questo conta. Il mio modello è investire in scuola e in educazione permanente, anche per gli adulti.

Che legame c’è tra la donna-soprammobile in tv e la violenza sulle donne?

L’oggettivizzazione delle donne non è la causa unica della violenza, è una delle cause. Questo non ha nulla a che vedere con la nudità, ci sono immagini di nudo che non sono affatto de-umanizzanti, quello che oggettivizza è il punto di vista, quindi in televisione la telecamera: se questa inquadra ginecologicamente una donna, anche completamente vestita, e rimuove il volto, offre un’immagine de-umanizzante. Ed è un’immagine violenta perché porta chi guarda a vedere quel pezzo di corpo come qualcosa da possedere.

Eppure i dati dicono che, se in Italia il 27% delle donne ha subito violenza, in Danimarca addirittura il 52%, e poco meno in Finlandia e in Svezia. Come si spiega?

C’è in corso un fenomeno epocale che non riguarda solo l’Italia, quello che qualcuno definisce il “colpo di coda del patriarcato”. Ma è possibile anche un’altra spiegazione che dipende dal modo in cui viene percepita la violenza. Alcuni atti sono classificati come violenza in paesi del Nord e molto meno in Italia, per esempio la “toccatina al culo” di un uomo per strada. Mi ricordo un’amica inglese, in vacanza, che per un fianco sfiorato ha voluto andare dai carabinieri. Lì ho vissuto la differenza tra la percezione mia e sua. Quindi è necessario introdurre parametri simili per consentire una vera comparazione.

Insomma, cosa si dovrebbe fare urgentemente a livello europeo?

A me piacerebbe costituire al più presto un team di donne di tutti i paesi che si attivasse per portare avanti strumenti di educazione alla sessualità, alle relazioni, e anche ai media. Perché le immagini rimandano ai corpi. Ma siccome in Italia abbiamo il più alto tasso di analfabetismo funzionale tra gli adulti e la metà degli italiani fa fatica a comprende un articolo di quotidiano, bisogna investire urgentemente nella cultura. Altrimenti anche strumenti importanti a livello europeo qui saranno sempre rigettati: faranno la fine dell’opuscolo dell’Unar.

@giorgiaseru

#Yamamay, #Zanardo, campagne antiviolenza

  • Mercoledì, 31 Luglio 2013 15:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbattoimuri
31 07 2013

Grazie a questo post della Lipperini arrivo ad un post della Zanardo che mi lascia veramente basita. Se la prende con un post che io condivido molto, avendo scritto anch’io sulla campagna Yamamay e avendone tratto pressappoco le stesse conclusioni.

Lorella Zanardo insiste in particolare su un punto, che è poi lo stesso sul quale ci confrontammo molti mesi, oramai, fa, avendo parere totalmente opposto. Fu quando c’era da decidere se era da giudicare una gran cosa partecipare ai mega appelli di Se Non Ora Quando che andava distribuendo magliette in rosa, griffate Snoq, per diffondere il termine femminicidio, facendole indossare a testimonial di ogni tipo, incluso qualche calciatore sessista, omofobo, razzista e fascista.

Si disse allora che la questione del fare diventare un #brand mediaticamente appetibile una denuncia sociale, significava svuotarla di contenuto, restituirla in pezzi alla cultura nazional/popolare, farla diventare una bella pappa proto/fascista sulla quale si potevano accomodare tutte quante, fasciste incluse, al punto che quel brand è diventato lo strumento attraverso il quale alcune politicanti hanno fatto campagna elettorale, sulla pelle delle donne uccise, e sul quale altre si sono riciclate come rispettose dei diritti umani anche se sono omofobe, fasciste, totalmente in opposizione a tutto quello che riguarda la autodeterminazione delle donne.

Quando Zanardo parla del fatto che va bene qualunque cosa pur di innalzare la consapevolezza rispetto ad un problema mi chiedo dunque di che consapevolezza stia parlando.

A me interessa, per esempio, che le ragazze, le donne, le persone tutte, abbiano gli strumenti per distinguere e capire e quel che Snoq ha fatto non ha offerto strumenti ad altri che al brand stesso, utilizzando la storia del femminicidio non per le donne ma per sostenere governi, partiti, situazioni altre delle quali alle vittime di violenza non importa assolutamente niente.

Dunque la storia si ripropone perché quando si brandizza un fenomeno, infine, diventa il mezzo attraverso il quale sia possibile vendere un prodotto. La violenza sulle donne è tema che serve a fare audience nelle trasmissioni trash della tv di cui Zanardo conosce tutto e il contrario di tutto per averle analizzate a menadito. E’ tema che serve a realizzare accessi sui siti delle testate giornalistiche online. E’ tema che indigna e più sangue c’è e più indigna, salvo non si tratti di una prostituta, una trans, qualcun@ che non risponde allo standard della vittima appetibile ai media, giovane, senza trucco, carina e con un futuro di utero mancato al servizio di riproduzione, cura e della amata patria.

Che l’azienda che promuove la campagna sappia nulla della questione – e dire che con i soldi che ha almeno una ricerca sulla comunicazione un tantino più adeguata poteva farla – lo dimostra il fatto che non fa altro che ricalcare gli stereotipi a lungo già decostruiti, criticati, ribaltati, sovvertiti da tante attiviste, militanti, studiose, ricercatrici, femministe che si occupano di comunicazione e violenza.

Alle obiezioni poste molto seriamente dalle attiviste la Zanardo risponde in un modo secondo me assolutamente non condivisibile.

Non si può banalizzare così una critica ai modelli di comunicazione sulla materia né si può ignorare il fatto che se anche intendi innalzare il livello di consapevolezza sulla maniera in cui una donna viene resa oggetto di violenza non puoi non renderti conto che il business mercifica tutto e ti trasforma in oggetto anche quando parla di te in quanto vittima. Oggetto e non Soggetto. E questo è il punto fondamentale della questione, perché di saccheggio e mercificazione delle lotte delle donne, delle donne stesse, delle vittime di violenza si tratta. Un po’ come quando fai campagna contro il cancro e nel frattempo vendi cosmetici sulla pelle delle donne che quel cancro ce l’hanno per davvero.

L’ultima cosa che voglio dire, giacché la frase mi ha veramente colpito, è il fatto che si definisca Repubblica un giornale di sinistra. Lo stesso giornale che ultimamente pubblica note contro i/le #NoTav e che ha lasciato dire dalle sue pagine che Marta, donna NoTav che ha denunciato di aver subito una violenza dalle forze dell’ordine, sarebbe una bugiarda.

A Repubblica, personalmente, faccio le pulci tanto quanto agli altri grandi quotidiani che brandizzano il fenomeno della violenza sulle donne per orientare l’opinione di chi legge in certe direzioni e quelle verso le quali orienta Repubblica, ne sono più che certa, sono tutto meno che di sinistra.

Problemi tecnici

Abbiamo avuto un problema tecnico. La rassegna sarà online il prima possibile. Scusate per il disagio

Per i giovani, tutto

  • Giovedì, 06 Dicembre 2012 15:04 ,
  • Pubblicato in Flash news
Per il suo documentario “Il corpo delle donne” (5 milioni di contatti online), la mia amica Lorella Zanardo è stata amata, odiata, celebrata, detestata, perfino un po’ perseguitata. Lì si vedeva semplicemente quello che ogni giorno vedevamo in tv: non c’era niente di diverso, se non lo sguardo. In questo caso, lo sguardo di un’italiana poco italiana e non assuefatta, grazie alla frequentazione assidua con altri Paesi. Prova del fatto che il cambio di sguardo sulle cose è tanto, è quasi tutto, e quindi che molto dipende da noi, dalla nostra volontà e dal nostro desiderio.

“Il corpo delle donne” è stato anche un libro, edito da Feltrinelli. Recentemente per lo stesso editore Lorella ha pubblicato “Senza chiedere il permesso-Come cambiamo la tv e l’Italia”, dedicato ai ragazzi. L’intento è l’educazione alla cittadinanza attiva, attraverso un uso consapevole dei media. Le chiedo di raccontarmi il cambio d’oggetto.

“Semplice” dice. “Quando uscì il documentario centinaia di docenti di tutta Italia ci chiamarono per presentarlo e commentarlo nelle scuole. Insegnanti appassionati e responsabili, ma in qualche modo “vinti” dalla concorrenza imbattibile della tv. Ci siamo andati: qui è l’embrione di questo progetto di educazione ai media, che in altri Paesi è materia obbligatoria. Se non conosci il linguaggio dei media, a cominciare dalla tv, hai scarse possibilità di essere un cittadino attivo e consapevole.
La gente guarda moltissima tv, che resta in assoluto il primo mezzo di accesso alle informazioni. Secondo l’Istat la penetrazione è del 98 per cento. In gran parte delle case ci sono 2 o 3 apparecchi televisivi, e i programmi più guardati in assoluto sono quelli della tv generalista. Questo dà un’idea della potenza del mezzo e del livello di responsabilità. Altro dato da smentire è che i ragazzi guardino poco la tv: i bambini la guardano tantissimo, adolescenti e giovani vanno a cercarsi i programmi online. Anche la rete è invasa dalla tv.
A questi dati ne vanno intrecciati altri: il più alto tasso di abbandono scolastico in Europa, il più alto tasso di analfabetismo di ritorno -intendo gente che ormai fa fatica a leggere-, la più bassa percentuale di iscritti all’università (quest’anno c’è stato un crollo).
L’audience di tutti i quotidiani messi insieme probabilmente non raggiunge quella di una puntata di “Striscia la notizia”, 8 milioni di persone. Questo è il Paese con cui abbiamo a che fare. Questo significa non avere avuto, tra le tante altre cose, la legge sul conflitto di interessi. E nel frattempo la scuola viene messa in ginocchio.
Quando giriamo le scuole per portare il nostro corso di alfabetizzazione all’immagine, “Nuovi occhi per i media”, il cui schema è riprodotto nel manuale della seconda parte del libro, partiamo proprio dagli stereotipi di genere: qui sta l’anello di congiunzione con “Il corpo delle donne”. Questi stereotipi producono ancora disastri, in particolare sulle ragazze. In questi giorni ci tocca ancora subire lo spettacolo della valletta muta e seminuda, mi riferisco a una trasmissione di Paolo Bonolis. Fanno come se niente fosse.
Il modello è sempre quello, il vecchio maschio 50-60 enne e la ragazzina passivizzata, presentata come un oggetto, muta e senza cervello. E’ lo stesso vecchio maschio che detta legge dappertutto, in tv, in politica, nei consigli di amministrazione. Tutto il Paese, in ogni settore, è bloccato da questa figura.
Toccherebbe al Ministero della Pubblica Istruzione occuparsi di alfabetizzazione all’immagine, oltre che alla parola. C’è una grandissima domanda, a cui non corrisponde alcuna offerta. Noi riempiamo questo vuoto con i nostri mezzi. Particolarmente interessanti le esperienze che abbiamo realizzato in Toscana e in Trentino, dove abbiamo lavorato sui formatori”.
Il libro è un’ottima guida per gli educatori che vogliano acquisire consapevolezza e metodo per lavorare con i ragazzi sul linguaggio mediatico e la cittadinanza attiva. Un efficace corso di “educazione civica”, che veicola tra gli altri due importanti messaggi: il cambiamento di sguardo è un passaggio decisivo per cambiare ciò che guardi -o sei costretto a guardare-; ogni nostro atto politico oggi deve mettere al centro i piccoli -bambini e giovani, animali e piante- in una chiave di restituzione almeno parziale di ciò che la “generazione perduta” -la nostra- ha loro violentemente sottratto.