Il fascismo della Frontiera

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L'Unità
31 07 2013

La violenza che si aggira in Europa contro i migranti, è a volte pudicamente spostata ai suoi margini.

Nei centri di detenzione illegali, nelle jungles di transito sulle rotte migratorie. Calais, Patras, Oujda: sottoboschi di campi informali, dove uomini si nascondono tra i cespugli e i rifiuti, in attesa di varcare l’ennesima barriera. Decine di kilometri di recinzioni parallele, sormontate da filo spinato, reti sulle quali gettarsi e scalare veloci, per poi venir ripresi, picchiati e massacrati di botte da poliziotti di frontiera: nuove milizie bianche della fortezza, dove si gioca l’antico ma mai così attuale conflitto tra l’umano e il disumano.

Dopo i riflettori sulla strage dell’settembre-ottobre 2005, dove la polizia aveva sparato sugli “assalitori” facendo ufficialmente 6 morti (ma molto di più secondo le associazioni) e decine di feriti tra i migranti sub sahariani, l’enclave spagnola di Ceuta-Melilla era ricaduta nel silenzio, mentre in realtà sono raddoppiate le violenze poliziesche.  E mietono vittime.

Come Clément, un cittadino camerunese che era stato arrestato, pestato l’11 marzo scorso e che muore in diretta, ripreso dalle cinepresa della regista Sara Creta che documentava nella foresta Gourougou (nei pressi di Beni Enssar), la repressione congiunta della Gardia Civil spagnola e delle forze ausiliarie marocchine. Ne è nato il documentario “N°9” – come il numero stampato sulla maglia di Clément -, che potete vedere su youtube e la campagna “No more violence on borders”.

Dopo i pestaggi, abbandonati senza cibo né soccorso i migranti, per la maggioranza, sub sahariani denunciano: “Come possono le grandi nazioni guardarci morire in silenzio? La Spagna sa che qui ci sono i neri che muoiono e non fanno niente, anche i giornalisti, vengono, fanno qualche foto, ma non cambia niente e nessuno ci assiste”. Ma non c’è solo Ceuta e Melilla, la prassi sistematica dei respingimenti di massa da parte della Grecia verso la Turchia e gli abusi sulla frontiera dell’Evros e in mare Egeo, è risaputa e documentata da un recente rapporto di Amnesty, senza dimenticare che nonostante la sentenza della Corte europea dei diritti umani, l’Italia prosegue i respingimenti e rimpatri da Ancona ad Agrigento.

Il razzismo istituzionale europeo è stato reso confine – “muro” tangibile di violazioni, sulla pelle degli “altri”, neri. Sulla frontiera, dietro l’eufemismo del “controllo delle frontiere dell’UE”, si sta sviluppando un grumo nero di pratiche invisibili di sopraffazione su altri uomini, deportazioni in mezzo al deserto, abusi, maltrattamenti: torture.

Una vera e propria “sparizione organizzata” – dal 1988 sono circa 19mila le persone disperse o il cui corpo e’ stato ritrovato privo di vita per raggiungere l’Europa – frutto di specifiche scelte politiche. Ma non potremmo illuderci a lungo che quei migranti muoiano “a caso” mentre sono passivamente lasciati “sparire” in mare o pestati a morte, proprio perché migranti. Se non paragonabile ai crimini contro l’umanità perpetrati dal nazi-fascismo, questa complice passività nostra di fronte alla sospensione dello stato di diritto per certe categorie, è molto inquietante, perché è il substrato sul quale si sviluppa un lento accetare il disumano in forma anti-migranti come “normale”.

Johan Galtung in un recente articolo “Reinvenzione del fascismo” (Transcend Media Service), scriveva che il fascismo non è solo riconducibile a quello avverato storicamente, ma una “visione della guerra come un’attività ordinario dello stato”, una “profonda contrapposizione contro un nemico omnipresente”, e la costruzione di un “dualismo”. Questa definizione non si adatterebbe perfettamente a descrivere la paranoia istituzionalizzata contro presunti “nemici” da arginare in una guerra permanente della “sicurezza” che prende le varie forme di leggi speciali, detenzioni illegali, respingimenti, torture?

Nel laboratorio-frontiera di violazioni di diritti umani. Sembra una cosa marginale ma in realtà scava nel cuore del continente un fascismo nuovo, della “Frontiera”. Che non può non aver repercussioni, anche interne.

Flore Murard-Yovanovitch

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