La militarizzazione che ha cambiato la nostra polizia

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Pagina99
12 01 2015

Dopo gli attentati di Parigi, siamo chiamati ancora una volta a ridefinire l'equilibrio tra libertà e sicurezza. E diventano così ancora più urgenti gli interrogativi sui limiti della violenza che le forze dell'ordine possono impiegare e sulla protezione garantita ai cittadini contro possibili abusi. Questa inchiesta sullo stato della nostra polizia è stata pubblicata su pagina99we del 15 novembre

 

Nel corpo di polizia è in atto da tempo una militarizzazione strisciante che ha serie ripercussioni, in primis sulla gestione dell’ordine pubblico. «Il ricorso alla gestione violenta della piazza c’è sempre stato nel nostro Paese», riflette Salvatore Palidda, professore di sociologia all’Università di Genova che ha a lungo studiato le forze dell'ordine. «Storicamente la polizia nasce per separare quelle che nel secolo scorso venivano definite le classi laboriose dalle classi pericolose. Nei periodi di convivenza pacifica prevale il compromesso, basato su una tolleranza limitata del disordine. Il ricorso al metodo repressivo, in cui non c’è nessuna possibilità di negoziazione, si impone nei periodi in cui il conflitto sociale si fa più acuto. E negli ultimi anni si è assistito a una nuova escalation da parte dei vari governi, incluso quello di Renzi. In situazioni come queste è più facile che si crei lo spazio per le schegge impazzite. Il mantenimento dell’ordine dipende però sempre da chi gestisce la piazza. Se la gerarchia, sia da una parte che dall’altra, è salda e agisce con pugno fermo, lo scontro viene evitato».

 

È in questa logica che la formazione e le modalità di arruolamento diventano fondamentali. Anche per evitare nuove derive come il G8 di Genova, nel 2008 è stato creato un centro di formazione per la tutela dell’ordine pubblico. Questo si è andato ad affiancare alle otto scuole di formazione degli allievi agenti, alla scuola ispettori di Nettuno e alla Scuola superiore di polizia che forma i dirigenti. I corsi di base per gli agenti durano 12 mesi, sei di insegnamento (si studiano diritto e procedura penale e si apprendono le tecniche, dalle perquisizioni all’ammanettamento) più altri sei di tirocinio; quelli per gli ispettori 18 mesi. Il corso di studi della Scuola superiore per i dirigenti di polizia dura invece due anni, si frequenta un master in scienze della sicurezza e poi un tirocinio.

 

«Durante la formazione», spiega Felice Romano, segretario generale del Siulp, il principale sindacato di polizia, «ci viene insegnato che la coercizione fisica e l’uso delle armi sono l’ultima ratio. Studiamo diritto e psicologia per imparare a dialogare con chi ci sta davanti, a capire le ragioni della protesta, a distinguere tra un black bloc e un operaio della ThyssenKrupp. La direttiva è di far prevalere sempre le ragioni della pacifica convivenza rispetto allo scontro e alla repressione, contemperando il diritto a manifestare con quello degli altri cittadini a vivere senza disagi. Ci viene insegnato che i primi ad avere bisogno della nostra tutela sono i soggetti più deboli, ragazzi e anziani, ma anche tossicodipendenti, alcolisti, persone affette da disturbi psichici». Tuttavia, lamenta Romano, «anche a causa dei tagli degli ultimi anni, l’aggiornamento è diventato carente. Si investe poco e male sul capitale umano, quando la formazione in un mestiere difficile come il nostro è fondamentale».

 

A rendere tutto ancora più complicato c’è la militarizzazione strisciante della polizia italiana in atto da almeno dieci anni, a dispetto della smilitarizzazione decisa con la riforma del 1981. Prima, la polizia, come i Carabinieri e la Guardia di finanza, era un corpo militare dello Stato. Con la legge 121 del 1981 si decide di smilitarizzarla, aprendo l’accesso ai civili tramite concorso pubblico. L’obiettivo è la democratizzazione delle forze di polizia, alle quali è anche concesso di organizzare proprie rappresentanze sindacali. Nel frattempo resta possibile arruolare agenti ausiliari che prestano il servizio di leva in polizia. La situazione cambia nel 2004, quando viene abolito il servizio militare obbligatorio. Per incentivare gli arruolamenti, viene approvata una legge che riserva i posti nelle forze dell’ordine (polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di finanza, Penitenziaria, Forestale) ai militari che abbiano prestato da uno a quattro anni di servizio volontario in una delle forze armate. Il sistema di reclutamento, aspramente criticato dai sindacati, dovrebbe cambiare a partire dal 2016, con l’introduzione di un sistema misto che riaprirà l’accesso a parte dei posti da agente ordinario anche ai civili (in questi anni hanno potuto continuare a partecipare alle selezioni per gli incarichi da vice ispettori e commissari).

 

Secondo le stime dei sindacati gli agenti assunti dopo aver prestato servizio nelle forze armate oscillano tra le diecimila e le quindicimila unità, vale a dire circa il 10% degli oltre 95 mila agenti oggi in servizio. Ma c’è chi ritiene che l’entità del fenomeno sia addirittura maggiore. «L’abitudine di reclutare gli agenti dalla vita militare», spiega a pagina99 Daniele Tissone, segretario generale del Silp Cgil, «risale in realtà già alla seconda metà degli anni Novanta. Stiamo parlando di circa ventimila agenti in sedici anni. Persone formate per affrontare teatri di guerra, mentre noi siamo addestrati a evitare lo scontro fisico e l’uso della forza». La militarizzazione della polizia, concorda Palidda, «risale a ben prima del 2004. Si pensi all’impiego, durante il G8 di Genova, di corpi speciali come il VII Nucleo mobile guidato dal dirigente di Ps Vincenzo Canterini e i Ccir dei carabinieri derivanti dal battaglione Tuscania».

 

Il problema è che i giovani che provengono dalle forze armate, dopo un primo periodo di formazione di sei mesi, vengono mandati sulle volanti o utilizzati nei reparti mobili. «È in questi contesti che il retaggio militare potrebbe creare problemi, alcune forme di cameratismo inevitabilmente permangono», commenta il segretario generale del Siap Giuseppe Tiani. «Non è sempre agevole riformulare completamente gli atteggiamenti e i comportamenti di chi è addestrato a operare in Iraq o Afghanistan», aggiunge Domenico Pianese, segretario generale aggiunto del Coisp, «un conto è realizzare un posto di controllo in un teatro di guerra, dove la risposta con le armi alle minacce (anche solo sospettate) è la prassi, un conto è farlo sul nostro territorio. Senza contare che questi giovani, dopo aver operato nelle forze armate, arrivano da noi a 29-30 anni, già usurati da un contesto lavorativo totalmente differente. Non a caso l’età media dei poliziotti è salita a 45-47 anni». L’attuale sistema di arruolamento, secondo Tissone, produce inoltre una diminuzione della presenza di genere in Polizia con le donne in divisa che oggi sono appena il 12%.

 

C’è poi la questione degli abusi di potere. Episodi che spesso rimangono impuniti o che, quando vengono scoperti, portano a processi che si concludono con pene irrisorie che finiscono per influire anche sul tipo di sanzione disciplinare inflitta agli agenti. Si va da quella minima (il richiamo orale o verbale) alla destituzione, passando per le pene pecuniarie (da un terzo a un quinto dello stipendio), la deplorazione (che blocca l’avanzamento economico e di carriera) e la sospensione dal servizio da uno a sei mesi. A decidere è una commissione di disciplina provinciale che, nel caso in cui l’abuso sia oggetto di un’inchiesta penale, deve aspettare prima la sentenza definitiva.

 

I casi sono numerosi, dalla Diaz e Bolzaneto agli abusi, accertati o presunti, nei confronti di Michele Ferulli, Tommaso De Michiel, Paolo Scaroni, Giuseppe Uva, Stefano Brunetti, Federico Aldrovandi, solo per citarne alcuni. Il criminologo Francesco Carrer - autore di diversi saggi dedicati alle forze di polizia, tra cui La Polizia di Stato a trent’anni dalla legge di riforma (Franco Angeli, 2013) - minimizza, ricordando che negli ultimi quattordici anni tali episodi rappresentano una percentuale estremamente ridotta rispetto al totale degli interventi effettuati dalle forze dell’ordine. Per il criminologo vanno inoltre distinti «i casi Aldrovandi e Cucchi, perché una cosa è provare a fermare un giovane che si sarebbe trovato in uno stato di grave agitazione e un’altra picchiare una persona che si trova in stato detentivo. Nella prima situazione l’incidente può capitare, spesso i poliziotti chiamati a intervenire non hanno la preparazione necessaria, né un equipaggiamento adeguato. Diverso il caso della violenza a freddo nei confronti di un detenuto».

 

Di avviso diametralmente opposto Salvatore Palidda. Per lui i casi citati sono solo la punta dell’iceberg. «I vertici della polizia hanno sempre cercato di evitare che emergessero i comportamenti illeciti all’interno del corpo», afferma, «non a caso oggi in Italia non esistono statistiche ufficiali sui casi di reati commessi dalle forze dell’ordine». Secondo una stima del 2012, prosegue, tra le «forze di polizia italiane il tasso di criminalità sarebbe di circa dieci volte superiore a quello che si calcola fra la popolazione maschile di 18-65 anni. Sono convinto che la maggioranza dei poliziotti siano delle bravissime persone, dei veri democratici che si vergognano di avere a che fare con colleghi che abusano del loro potere. Il problema è come garantire, in questi casi, che i responsabili siano puniti».

 

La soluzione più efficace, secondo Palidda, potrebbe essere la creazione di «un’autorità di vigilanza indipendente, composta da magistrati fuori organico e avvocati, dotata del potere di entrare in qualsiasi luogo di detenzione per valutare il corretto operato delle autorità di polizia ed eventualmente intervenire. Rappresentanti di questa ipotetica autorità dovrebbero essere sempre disponibili a garantire la loro presenza in tutti i luoghi di detenzione provvisoria (questure, commissariati, celle dei tribunali), sul modello del Legal Advice londinese». Per Carrer, invece, un’autorità indipendente potrebbe essere utile solo nel caso di gravi irregolarità, «sul modello di quanto avvenuto in passato nel Regno Unito, in Canada o in Belgio. Nelle altre situazioni sarebbe sufficiente affidare le indagini a un corpo di polizia diverso da quello coinvolto».

 

Secondo Giuseppe Tiani «la questione fondamentale è la formazione, che va adeguata alle trasformazioni di una società divenuta globale e multirazziale. È cambiato il mondo, oggi la cittadinanza non tollera più l'uso della forza, ma noi continuiamo a essere equipaggiati con strumenti antiquati e a essere istruiti sull’uso di tecniche di intervento che non garantiscono più né la sicurezza dell’operatore, né del cittadino. Mi sono sempre vantato di essere garantista, di sinistra e contrario all’uso della forza. Un caso come Cucchi per me è impensabile, non mi spiego come si possa esercitare violenza su una persona privata della libertà. Servono contromisure. Perché non prevedere, ad esempio, nelle stanze degli interrogatori e nelle celle telecamere ai quattro angoli con riprese dall’alto e dal basso, a garanzia nostra e del detenuto? Allo stesso modo, perché non usare la polizia a cavallo per disperdere la folla, come negli Usa e nel Regno Unito, oppure gli idranti? Qui appena li proponi ti dicono “è tornato Mussolini”».

 

Tiani nega che in polizia ci sia la tendenza a coprire gli abusi. «Ci sono una marea di procedimenti disciplinari. Sono il primo a dire che quando ci sono abusi vanno puniti. Nel caso Aldrovandi ho preso le distanze dai colleghi che hanno promosso azioni di autotutela per gli agenti indagati, ma il problema vero è che andrebbero stabiliti limiti precisi all’uso della forza durante gli interventi, con regole certe a tutela dei diritti umani della persona sottoposta a restrizione e tutele legali e giuridiche adeguate per gli operatori».

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