Login
Il Manifesto01 10 2014
Uno scontro che ha visto mobilitati premi Nobel per la letteratura e nomi pesanti della narrativa contemporanea statunitense. Con una lettera aperta a Amazon, oltre mille scrittori hanno denunciato le pratiche monopoliste da parte dello store online con la conseguente discriminazione di alcune case editrici e autori che non accettano le politiche commerciali di Amazon.
Tutto è iniziato quasi per caso. La divisione americana della casa editrice francese Hachette era ai ferri corti con Amazon per le politiche di sconti che lo store digitale applicava per i titoli della casa editrice. Una percentuale che Hachette riteneva incongrua. Un classico contenzioso commerciale che aveva alti e bassi, ritorni di fiamma e «glaciazioni» nei rapporti tra le due società, fino a quando uno scrittore americano, Douglas Preston ha cominciato a fare domande sul perché le vendite dei suoi libri fossero ferme.Preston era infatti fermamente intenzionato a capire perché gli ebook pubblicati da Hachette non vendessero nulla. Le risposte di Amazon erano sempre vaghe e generiche, fino a quando lo scrittore ha «scoperto» che la società di Jeff Bezos «discriminava» tutti i titoli di Hachette. Tesi già sostenuta dalla casa editrice francese e mai smentita o confermata da Amazon, che rinviava alle dinamiche di mercato: in fondo che responsabilità può avere un venditore se non c’è pubblico che acquista libri usciti per questo o quell’editore? È però emerso che non solo le vendite rimanevano ferme, ma che Amazon ha spesso promosso, attraverso mail e banner, libri che escludevano sistematicamente Hachette. In difesa del suo operato, Amazon citava il caso di un libro pubblicato da un esponente della destra repubblicana che continuava a vendere. E molto. Di fronte a comunicati, accuse, difese d’ufficio che non cambiavano nulla, lo scrittore Douglas Preston ha cominciato a coinvolgere ad altri autori, narrando la sua vicenda. Per Preston, Amazon non solo solo discriminava Hachette, ma imponeva a tutte le case editrici una politica degli sconti a suo vantaggio. In quel conflitto, concludeva Preston, venivano a trovarsi penalizzati proprio gli scrittori.
Lo scrittore statunitense non poteva certo pensare che le sue missive e mail si sarebbero propagate come un virus, arrivando nelle caselle di posta di gran parte degli autori americani e di alcuni Nobel per la letteratura. Non sono mancate prese di posizione, o di parola, di scrittori «pesanti» contro Amazon come Philip Roth, Stephen King, Scott Turow. Ed è dei giorni scorsi la diffusione di una lettera aperta sottoscritta da nobel della letteratura come Orhan Pamuk e V.S. Naipaul, romanzieri come Milan Kundera e Salman Rushdie, insieme ad altri mille colleghi.
Secondo i firmatari della lettera aperta, Amazon conduce una politica monopolistica che penalizza editori e autori. Si chiede dunque — a Jeff Bezos — di porvi fine, annunciando che il passo successivo alla presa di parola collettiva sarà la richiesta al governo di bloccare tale politica monopolistica. Immediata la reazione di Amazon, che ha rispolverato il mantra dei vantaggi per i consumatori finali dei libri, perché la politica degli sconti riduce sensibilmente il costo dei romanzi o dei saggi prenotati online. Tema che difficilmente potrà fermare le critiche «globali» verso Amazon, sotto i riflettori non solo per le politiche commerciali, ma anche per i bassi salari dei suoi dipendenti e per le pratiche di «dissuasione» verso l’ingresso dei sindacati nei suoi stabilimenti.
Non è la prima volta che le major della Rete entrano in rotta di collisione con l’editoria cartacea. Il precedente più illustre è il conflitto tra Google e molti editori e librai, dopo l’annuncio e l’avvio della digitalizzazione di diversi libri da parte della società di Larry Page e Sergej Brin. In quella occasione, le critiche riguardavano la sospetta violazione del copyright da parte di Google. Questa volta, invece, l’accento è posto sui danni arrecati agli autori stessi da una situazione di monopolio nella vendita di libri.
Il Manifesto16 09 2014
E' una guerra che non concede tregue quella che si combatte in mare. Più di 700 morti solo negli ultimi giorni se si mettono insieme le vittime dei barconi carichi fino all’inverosimile di disperati naufragati al largo della Libia, di Malta e dell’Egitto. «E’ una crisi umanitaria senza precedenti» denuncia Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, mentre l’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni parla di «omicidi di massa perpetrati da criminali senza scrupoli».
L’ultimo di questi omicidi di massa è avvenuto due notti fa al largo delle coste libiche, a nord della città di Tajoura e ha riguardato un barcone con a bordo circa 200 migranti. Stando a quanto dichiarato da un portavoce della guardia costiera libica, Ayub Qassem, almeno 160 di loro sono affogati dopo che l’imbarcazione sulla quale stavano tentando di attraversare il Mediterraneo è affondato poco dopo la partenza. Si sono salvati solo in 36, tra i quali tre donne ora ricoverate in ospedale. «Ci sono molti cadaveri in mare» ha detto Qassam dando un’immagine di quanto accaduto che non potrebbe essere più tragica. E che ricorda quanto avvenuto sempre in Libia il 24 agosto scorso quando, in seguito a un altro naufragio, morirono 250 persone i cui cadaveri vennero allineati su una spiaggia.
Ma in queste ore l’attenzione è centrata sul naufragio avvenuto la scorsa settimana 300 miglia a sud est di Malta. Si sapeva che i dispersi potevano essere decine, ma ieri l’Oim ha riportato la testimonianza di due sopravvissuti, due ragazzi fuggiti da Gaza, secondo i quali i morti sarebbero non meno di 500. «Se questa storia, sulla quale sta indagano al polizia, sarà confermata — afferma l’Oim — sarebbe il naufragio più grave degli ultimi anni». Stando al racconto dei due ragazzi il barcone sarebbe partito il 6 settembre da Damietta, in Egitto. A bordo soprattutto siriani, egiziani e sudanesi, tra i quali anche molte famiglie con bambini e minori non accompagnati. Il naufragio sarebbe stato provocato dagli stessi scafisti come vendetta contro i migranti che si erano ribellati ai loro ordini. «Dopo aver già cambiato diverse imbarcazioni, mercoledì scorso i trafficanti, a bordo di un altro natante, hanno chiesto ai migranti di ’saltare’ su un’ennesima nave più piccola e precaria». Capendo il pericolo, i migranti i sono rifiutati di obbedire, scatenando così la reazione degli scafisti che hanno speronato la carretta sulla quali trovavano. la maggior parte delle persone che si trovavano a bordo son o affogate , prosegue l’Oim, mentre le altre sono riuscite a sopravvivere aggrappandosi a mezzi di fortuna.
Il conteggio delle vittime va aggiornato infine con i 98 migranti morti nei naufragi avvenuti tra sabato e domenica in Egitto e ancora in Libia.
Di fronte a questi numeri l’Europa sembra no saper fare altro che stare a guardare, incapace di trovare soluzioni politiche che possano finalmente mettere fine al traffico di uomini. «L’unico modo per rendere impotenti questi criminali è cominciare ad aprire canali legali di entrata in Europa per tutte quelle persone, uomini, donne e bambini, che fuggono dai loro Paesi in cerca di protezione«, spiega l’Oim. Un progetto che va in questa direzione c’è già e prevede l’apertura di uffici dell’Unhcr e dell’Unione europea nei Paesi di transito dei migranti in modo da poter esaminare lì le domande di asilo trasferendo poi i migranti in Europa. Questo metterebbe fine alle traversate fatte con le carrette del mare e darebbe un duro colpo ai trafficanti di uomini che, in una Libia sempre più nel caos, sembrano essere gli unici capaci di passare indenni in mezzo alla guerra civile continuando ad arricchirsi organizzando le traversate. Traversate che, con l’approssimarsi della cattiva stagione, in questi giorni diventano per forza di cose sempre più numerose.
Anziché imboccare la strada delle accoglienze umanitarie, però, l’Europa sembra invece prestare attenzione soprattutto alle proprie frontiere. Come non ha mancato di sottolineato anche ieri il ministro degli Interni Alfano ansioso di mettere fine alla missione Mare nostrum, l’unica che negli ultimi undici mesi è stata capace di dare una risposta concreta al dramma degli sbarchi salvando più di 110 mila persone, 3000 solo nell’ultimo fine settimana. «Frontex plus sarà diversa da Mare nostrum — ha detto Alfano — sarà più vicina alle coste italiane, nello spazio Schengen, ed affermerà il principio che quella è una frontiera europea».
Il Manifesto03 09 2014
Si è staccato di netto, ed è finito al piano di sotto. Non c’è stato bisogno di una scossa, né di una folata di vento come quelle che nove mesi fa avevano portato via cinque lastre di metallo pesanti 30 kg l’una che coprivano i tetti. Apparentemente è caduto da solo, il balcone di legno al secondo piano di una palazzina prefabbricata post-sisma nella frazione aquilana di Cese di Preturo. Fortunatamente sul balcone al piano di sotto non c’era nessuno. L’insediamento di Cese di Preturo è una delle 19 cosiddette New town costruite dopo il terremoto del 6 aprile 2009 al costo di 2700 euro al metro quadro e costituito da circa 4500 alloggi per dare un tetto a circa 16mila aquilani rimasti senza casa.
Sul posto sono accorsi i vigili del fuoco per chiarire come sia stato possibile il crollo improvviso. Che ovviamente ha suscitato molta preoccupazione tra gli abitanti delle case di Preturo. Sul posto è arrivato anche il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, va verificato se «c’è un problema strutturale», ha osservato.
In attesa delle verifiche, la famiglia che abita al primo piano della palazzina è stata sgomberata. Al secondo piano sono stati apposti i sigilli alla porta del balcone precipitato. Non solo: sono anche stati invitati gli altri aquilani che abitano negli alloggi dello stesso tipo a non uscire sui balconi in attesa dei controlli che potrebbero anche portare all’evacuazione di tutti gli abitanti. Oggi si svolgeranno le analisi e si sopetta un difetto costruttivo, ha spiegato ancora Cialente, «legato alla mancanza della guaina e quindi dell’isolamento, che ha permesso infiltrazioni che hanno indebolito il legno». Ci sarà anche un’inchiesta della magistratura, il sindaco ha annunciato una denuncia all’autorità giudiziaria». Le indicazioni progettuali per la realizzazione del progetto case erano state date dall’allora premier Berlusconi. Le polemiche sulle new town, a partire dai costi, sono nate insieme al progetto. Gli insediamenti sono stati realizzati con un bando coperto da un finanziamento dell’Ue di circa 500 milioni.
Leonardo Vecchiolla, detto «Chucky», giovane attivista di 26 anni, si è ucciso ieri sparandosi un colpo di arma da fuoco alla tempia nella casa dello zio in via Intonti ad Ariano Irpino. «Chucky» viveva a Chieti insieme alla compagna con la quale ha avuto un figlio che oggi ha un anno. Vecchiolla era stato arrestato a Chieti nel 2011 per gli incidenti del 15 ottobre in piazza San Giovanni a Roma tra manifestanti e forze dell’ordine. Pesantissime le accuse: tentato omicidio del carabiniere che guidava il blindato dato alle fiamme, devastazione, saccheggio e resistenza. Era stato scarcerato il 16 novembre 2011 dal tribunale del riesame. Video e fotografie che lo ritraevano a volto scoperto e lontano dal furgone in fiamme lo hanno scagionato. Chucky si è sempre dichiarato estraneo ai fatti.
«Chucky ieri sera ha deciso di lasciarci. Ha deciso di spezzare le catene della repressione per volare libero» ha scritto l’Osservatorio contro la Repressione. In un messaggio di commiato i 99 Posse hanno ricordato che Leonardo è stato attivo nelle lotte contro l’inceneritore di Acerra e contro la discarica di Difesa Grande ad Ariano Irpino. «Ci resta tanta rabbia e tristezza — scrivono i 99 Posse — per il terzo suicidio di un giovane impegnato nelle lotte sociali, un fenomeno che chiama tutti noi a una riflessione doverosa». «Il sequestro di stato che perdura da quasi mille giorni mi impedisce di dargli l’ultimo saluto — scrive Davide Rosci detenuto per gli scontri del 15 ottobre — So cosa significa essere accusato ingiustamente e per reati che non dovrebbero esistere nel nostro ordinamento giuridico perchè figli del fascismo. Che la terra ti sia lieve compagno Chucky, per te continueremo a resistere».
Il Manifesto02 09 2014
L’importanza dell’integrazione nella Cina contemporanea, ha partorito una misura che tenderà a favorire le «coppie miste». Gli appartenenti alle etnie uighure e mongole, quando si sposeranno con un una o un membro dell’etnia han, quella dominante in Cina (gli han sono quelli che generalmente definiamo «cinesi»), otterranno degli incentivi economici, sotto forma di sussidi sanitari e per l’educazione dei figli.
Il progetto pilota, stando a quanto pubblicato nei giorni scorsi dal Financial Times, dovrebbe partire nella contea di Cherchen, nella zona meridionale della regione autonoma dello Xinjiang.Per le nuove coppie sposate il governo metterà a disposizione 10mila Rmb, poco più di un migliaio di euro, una cifra molto più alta delle entrate annuali di un contadino di quelle zone (il reddito medio annuo nell’intera regione è poco più di 7mila Rmb). «La Contea di Cherchen ha parecchie minoranze con le proprie credenze religiose, ma attraverso i matrimoni misti con l’etnia han, possiamo rafforzare l’unità etnica», ha commentato un funzionario cinese al Financial Times.
L’obiettivo di Pechino è quello di placare le spinte autonomiste e indipendentiste, rendendo meno forte la differenza culturale e degli stili di vita tra gli uighuri, l’etnia originaria e un tempo maggioritaria dell’area, e i cinesi han.
Nell’ultimo anno ci sono stati numerosi attentati, il Partito ha completamente militarizzato la zona, arrestando e condannando a morte decine di «terroristi». I movimenti autonomisti, stando alle indicazioni di Pechino, sarebbero arrivati anche ad organizzare l’attentato di alcuni mesi fa, proprio di fronte alla foto di Mao nella Tiananmen, creando un panico pericoloso tra i funzionari. La regione spesso è completamente chiusa, a giornalisti e turisti.
Gli uighuri anche nelle altre città cinesi sono spesso al centro di fenomeni ed episodio di razzismo. Grazie alla campagna «Go West», il governo ha deciso di investire nelle aree occidentali, divenute il fulcro della nuova ondata di urbanizzazione e diventando il perno delle potenziali nuove vie della Seta che Pechino sta tessendo nel sempre più complicato gioco diplomatico internazionale.
Anche in questo caso, come per Hong Kong, il Partito vuole assicurarsi una periferia sotto controllo, capace di «armonizzarsi» in modo autonomo e non per forza grazie ai militari e alle condanne a morte di presunti terroristi.
Il Manifesto20 08 2014
La rivolta di Ferguson, in Missouri, sarà un punto di svolta nella lotta contro l’ingiustizia razziale, oppure una piccola nota a piè di pagina in qualche tesi di dottorato sulle sollevazioni civili nei primi anni del XXI secolo?La risposta può essere trovata nel maggio del 1970. Avrete sentito parlare della sparatoria della Kent State: il 4 maggio 1970 la guardia nazionale dell’Ohio aprì il fuoco sugli studenti in protesta alla Kent State University. In 13 secondi di sparatoria, sono stati uccisi quattro studenti e nove sono rimasti feriti.
Lo shock e il clamore sfociarono in uno sciopero nazionale di quattro milioni di studenti che chiusero più di 450 campus. Cinque giorni dopo la sparatoria, 100.000 manifestanti si riunirono a Washington: la gioventù del paese si mobilitò energicamente per porre fine alla guerra in Vietnam, al razzismo, al sessismo e alla fiducia cieca nelle istituzioni politiche.
Probabilmente non avete sentito parlare della sparatoria a Jackson State. Il 14 maggio, dieci giorni dopo che la Kent State aveva infiammato la nazione, alla Jackson State University nel Mississippi, in prevalenza nera, la polizia uccise a fucilate due studenti neri (un liceale e il padre di un bambino di 18 mesi) e ne ha feriti altri dodici.Non c’è stato alcun clamore nazionale. Il paese non si è affatto mobilitato. Quel leviatano senza cuore che chiamiamo Storia ha inghiottito l’intero evento, cancellandolo dalla memoria nazionale. Se non vogliamo che anche l’atrocità di Ferguson sia inghiottita e diventi niente più che un’irritazione intestinale della storia, dobbiamo affrontare la situazione non solo come un altro atto di sistematico razzismo, ma come ciò che è: guerra di classe.
Focalizzandosi solo sull’aspetto razziale, la discussione diventa se l’assassinio di Michael Brown (o quelli degli altri tre uomini neri disarmati uccisi dalla polizia negli Stati Uniti nel giro di un mese) riguarda la discriminazione o se la polizia è stata giustificata. Allora discuteremo se non c’è negli Stati uniti tanto razzismo dei neri contro i bianchi quanto ce n’è dei bianchi contro i neri. (Sì, c’è. Ma, in generale, quello dei bianchi contro i neri ha pesanti conseguenze sul futuro della comunità nera. Quello dei neri contro i bianchi non ha quasi nessun impatto sociale misurabile.) (…)
Questo distrae l’America da una questione più ampia, cioè che gli obiettivi di eccessiva reazione poliziesca sono meno basati sul colore della pelle e più su una calamità che è perfino peggio dell’ebola: l’essere poveri. Ovviamente, per molti in America essere una persona di colore è sinonimo di essere poveri, ed esseri poveri è sinonimo di essere un criminale. Ironicamente, questa errata percezione è vera anche tra i poveri. Ed è quello che lo status quo vuole.
Il rapporto sul censimento degli Usa sostiene che 50 milioni di americani sono poveri. 50 milioni di elettori costituiscono un potente blocco se fosse organizzato nel tentativo di perseguire comuni obiettivi economici. Dunque, è cruciale per l’1% più ricco mantenere i poveri divisi distraendoli con questioni emotive come l’immigrazione, l’aborto e il controllo delle armi, in modo che non si fermino a chiedersi come siano stati fregati per così tanto tempo. Un modo per tenere divisi questi 50 milioni è la disinformazione. (…) Secondo il rapporto del 2012 del Pew Research Center, solo la metà delle famiglie americane sono a medio reddito (meno 11% rispetto agli anni ’70). La cosa sconvolgente è che meno che mai gli americani credono nel mantra dell’American Dream, per cui se lavori duro ce la farai.
*Pubblicato su time.com, tradotto da commonware.org