Oct 15, 2026

IL MANIFESTO

La ricchezza di Thomas Piketty

CapitalismoChristian Marazzi, Il Manifesto
12 ottobre 2014

Thomas Piketty. "Il Capitale del XXI secolo" è una inconfutabile fotografia del capitalismo contemporaneo. Il saggio si concentra però sui sintomi e non sulle cause dell’aumento delle diseguaglianze sociali. Inoltre è assente l’analisi del ruolo politico del debito nella polarizzazione della ricchezza a scapito del lavoro vivo e della cooperazione sociale.

La famiglia è flessibile

Cristina Morini, Il Manifesto
4 ottobre 2014

È ormai chiaro che la pre­ca­rietà, defi­nita esi­sten­ziale dai filoni di pen­siero e di inchie­sta che più approfon­di­ta­mente l'hanno ana­liz­zata in que­sti anni, non ha a che vedere solo con la dimen­sione lavo­ra­tiva.

Amazon bannato da mille scrittori

Il Manifesto
01 10 2014

Uno scon­tro che ha visto mobi­li­tati premi Nobel per la let­te­ra­tura e nomi pesanti della nar­ra­tiva con­tem­po­ra­nea sta­tu­ni­tense. Con una let­tera aperta a Ama­zon, oltre mille scrit­tori hanno denun­ciato le pra­ti­che mono­po­li­ste da parte dello store online con la con­se­guente discri­mi­na­zione di alcune case edi­trici e autori che non accet­tano le poli­ti­che com­mer­ciali di Ama­zon.

Tutto è ini­ziato quasi per caso. La divi­sione ame­ri­cana della casa edi­trice fran­cese Hachette era ai ferri corti con Ama­zon per le poli­ti­che di sconti che lo store digi­tale appli­cava per i titoli della casa edi­trice. Una per­cen­tuale che Hachette rite­neva incon­grua. Un clas­sico con­ten­zioso com­mer­ciale che aveva alti e bassi, ritorni di fiamma e «gla­cia­zioni» nei rap­porti tra le due società, fino a quando uno scrit­tore ame­ri­cano, Dou­glas Pre­ston ha comin­ciato a fare domande sul per­ché le ven­dite dei suoi libri fos­sero ferme.
Pre­ston era infatti fer­ma­mente inten­zio­nato a capire per­ché gli ebook pub­bli­cati da Hachette non ven­des­sero nulla. Le rispo­ste di Ama­zon erano sem­pre vaghe e gene­ri­che, fino a quando lo scrit­tore ha «sco­perto» che la società di Jeff Bezos «discri­mi­nava» tutti i titoli di Hachette. Tesi già soste­nuta dalla casa edi­trice fran­cese e mai smen­tita o con­fer­mata da Ama­zon, che rin­viava alle dina­mi­che di mer­cato: in fondo che respon­sa­bi­lità può avere un ven­di­tore se non c’è pub­blico che acqui­sta libri usciti per que­sto o quell’editore? È però emerso che non solo le ven­dite rima­ne­vano ferme, ma che Ama­zon ha spesso pro­mosso, attra­verso mail e ban­ner, libri che esclu­de­vano siste­ma­ti­ca­mente Hachette. In difesa del suo ope­rato, Ama­zon citava il caso di un libro pub­bli­cato da un espo­nente della destra repub­bli­cana che con­ti­nuava a ven­dere. E molto. Di fronte a comu­ni­cati, accuse, difese d’ufficio che non cam­bia­vano nulla, lo scrit­tore Dou­glas Pre­ston ha comin­ciato a coin­vol­gere ad altri autori, nar­rando la sua vicenda. Per Pre­ston, Ama­zon non solo solo discri­mi­nava Hachette, ma impo­neva a tutte le case edi­trici una poli­tica degli sconti a suo van­tag­gio. In quel con­flitto, con­clu­deva Pre­ston, veni­vano a tro­varsi pena­liz­zati pro­prio gli scrit­tori.

Lo scrit­tore sta­tu­ni­tense non poteva certo pen­sare che le sue mis­sive e mail si sareb­bero pro­pa­gate come un virus, arri­vando nelle caselle di posta di gran parte degli autori ame­ri­cani e di alcuni Nobel per la let­te­ra­tura. Non sono man­cate prese di posi­zione, o di parola, di scrit­tori «pesanti» con­tro Ama­zon come Phi­lip Roth, Ste­phen King, Scott Turow. Ed è dei giorni scorsi la dif­fu­sione di una let­tera aperta sot­to­scritta da nobel della let­te­ra­tura come Orhan Pamuk e V.S. Nai­paul, roman­zieri come Milan Kun­dera e Sal­man Rush­die, insieme ad altri mille col­le­ghi.

Secondo i fir­ma­tari della let­tera aperta, Ama­zon con­duce una poli­tica mono­po­li­stica che pena­lizza edi­tori e autori. Si chiede dun­que — a Jeff Bezos — di porvi fine, annun­ciando che il passo suc­ces­sivo alla presa di parola col­let­tiva sarà la richie­sta al governo di bloc­care tale poli­tica mono­po­li­stica. Imme­diata la rea­zione di Ama­zon, che ha rispol­ve­rato il man­tra dei van­taggi per i con­su­ma­tori finali dei libri, per­ché la poli­tica degli sconti riduce sen­si­bil­mente il costo dei romanzi o dei saggi pre­no­tati online. Tema che dif­fi­cil­mente potrà fer­mare le cri­ti­che «glo­bali» verso Ama­zon, sotto i riflet­tori non solo per le poli­ti­che com­mer­ciali, ma anche per i bassi salari dei suoi dipen­denti e per le pra­ti­che di «dis­sua­sione» verso l’ingresso dei sin­da­cati nei suoi sta­bi­li­menti.

Non è la prima volta che le major della Rete entrano in rotta di col­li­sione con l’editoria car­ta­cea. Il pre­ce­dente più illu­stre è il con­flitto tra Goo­gle e molti edi­tori e librai, dopo l’annuncio e l’avvio della digi­ta­liz­za­zione di diversi libri da parte della società di Larry Page e Ser­gej Brin. In quella occa­sione, le cri­ti­che riguar­da­vano la sospetta vio­la­zione del copy­right da parte di Goo­gle. Que­sta volta, invece, l’accento è posto sui danni arre­cati agli autori stessi da una situa­zione di mono­po­lio nella ven­dita di libri.

Immigrati, settecento morti in pochi giorni

Il Manifesto
16 09 2014

E' una guerra che non con­cede tre­gue quella che si com­batte in mare. Più di 700 morti solo negli ultimi giorni se si met­tono insieme le vit­time dei bar­coni cari­chi fino all’inverosimile di dispe­rati nau­fra­gati al largo della Libia, di Malta e dell’Egitto. «E’ una crisi uma­ni­ta­ria senza pre­ce­denti» denun­cia Car­lotta Sami, por­ta­voce dell’Unhcr, l’Alto com­mis­sa­riato dell’Onu per i rifu­giati, men­tre l’Oim, l’Organizzazione inter­na­zio­nale per le migra­zioni parla di «omi­cidi di massa per­pe­trati da cri­mi­nali senza scrupoli».

L’ultimo di que­sti omi­cidi di massa è avve­nuto due notti fa al largo delle coste libi­che, a nord della città di Tajoura e ha riguar­dato un bar­cone con a bordo circa 200 migranti. Stando a quanto dichia­rato da un por­ta­voce della guar­dia costiera libica, Ayub Qas­sem, almeno 160 di loro sono affo­gati dopo che l’imbarcazione sulla quale sta­vano ten­tando di attra­ver­sare il Medi­ter­ra­neo è affon­dato poco dopo la par­tenza. Si sono sal­vati solo in 36, tra i quali tre donne ora rico­ve­rate in ospe­dale. «Ci sono molti cada­veri in mare» ha detto Qas­sam dando un’immagine di quanto acca­duto che non potrebbe essere più tra­gica. E che ricorda quanto avve­nuto sem­pre in Libia il 24 ago­sto scorso quando, in seguito a un altro nau­fra­gio, mori­rono 250 per­sone i cui cada­veri ven­nero alli­neati su una spiaggia.

Ma in que­ste ore l’attenzione è cen­trata sul nau­fra­gio avve­nuto la scorsa set­ti­mana 300 miglia a sud est di Malta. Si sapeva che i dispersi pote­vano essere decine, ma ieri l’Oim ha ripor­tato la testi­mo­nianza di due soprav­vis­suti, due ragazzi fug­giti da Gaza, secondo i quali i morti sareb­bero non meno di 500. «Se que­sta sto­ria, sulla quale sta inda­gano al poli­zia, sarà con­fer­mata — afferma l’Oim — sarebbe il nau­fra­gio più grave degli ultimi anni». Stando al rac­conto dei due ragazzi il bar­cone sarebbe par­tito il 6 set­tem­bre da Damietta, in Egitto. A bordo soprat­tutto siriani, egi­ziani e suda­nesi, tra i quali anche molte fami­glie con bam­bini e minori non accom­pa­gnati. Il nau­fra­gio sarebbe stato pro­vo­cato dagli stessi sca­fi­sti come ven­detta con­tro i migranti che si erano ribel­lati ai loro ordini. «Dopo aver già cam­biato diverse imbar­ca­zioni, mer­co­ledì scorso i traf­fi­canti, a bordo di un altro natante, hanno chie­sto ai migranti di ’sal­tare’ su un’ennesima nave più pic­cola e pre­ca­ria». Capendo il peri­colo, i migranti i sono rifiu­tati di obbe­dire, sca­te­nando così la rea­zione degli sca­fi­sti che hanno spe­ro­nato la car­retta sulla quali tro­va­vano. la mag­gior parte delle per­sone che si tro­va­vano a bordo son o affo­gate , pro­se­gue l’Oim, men­tre le altre sono riu­scite a soprav­vi­vere aggrap­pan­dosi a mezzi di fortuna.

Il con­teg­gio delle vit­time va aggior­nato infine con i 98 migranti morti nei nau­fragi avve­nuti tra sabato e dome­nica in Egitto e ancora in Libia.

Di fronte a que­sti numeri l’Europa sem­bra no saper fare altro che stare a guar­dare, inca­pace di tro­vare solu­zioni poli­ti­che che pos­sano final­mente met­tere fine al traf­fico di uomini. «L’unico modo per ren­dere impo­tenti que­sti cri­mi­nali è comin­ciare ad aprire canali legali di entrata in Europa per tutte quelle per­sone, uomini, donne e bam­bini, che fug­gono dai loro Paesi in cerca di pro­te­zione«, spiega l’Oim. Un pro­getto che va in que­sta dire­zione c’è già e pre­vede l’apertura di uffici dell’Unhcr e dell’Unione euro­pea nei Paesi di tran­sito dei migranti in modo da poter esa­mi­nare lì le domande di asilo tra­sfe­rendo poi i migranti in Europa. Que­sto met­te­rebbe fine alle tra­ver­sate fatte con le car­rette del mare e darebbe un duro colpo ai traf­fi­canti di uomini che, in una Libia sem­pre più nel caos, sem­brano essere gli unici capaci di pas­sare indenni in mezzo alla guerra civile con­ti­nuando ad arric­chirsi orga­niz­zando le tra­ver­sate. Tra­ver­sate che, con l’approssimarsi della cat­tiva sta­gione, in que­sti giorni diven­tano per forza di cose sem­pre più numerose.

Anzi­ché imboc­care la strada delle acco­glienze uma­ni­ta­rie, però, l’Europa sem­bra invece pre­stare atten­zione soprat­tutto alle pro­prie fron­tiere. Come non ha man­cato di sot­to­li­neato anche ieri il mini­stro degli Interni Alfano ansioso di met­tere fine alla mis­sione Mare nostrum, l’unica che negli ultimi undici mesi è stata capace di dare una rispo­sta con­creta al dramma degli sbar­chi sal­vando più di 110 mila per­sone, 3000 solo nell’ultimo fine set­ti­mana. «Fron­tex plus sarà diversa da Mare nostrum — ha detto Alfano — sarà più vicina alle coste ita­liane, nello spa­zio Schen­gen, ed affer­merà il prin­ci­pio che quella è una fron­tiera europea».

Le new town già vecchie. Crolla un balcone

Il Manifesto
03 09 2014

Si è stac­cato di netto, ed è finito al piano di sotto. Non c’è stato biso­gno di una scossa, né di una folata di vento come quelle che nove mesi fa ave­vano por­tato via cin­que lastre di metallo pesanti 30 kg l’una che copri­vano i tetti. Appa­ren­te­mente è caduto da solo, il bal­cone di legno al secondo piano di una palaz­zina pre­fab­bri­cata post-sisma nella fra­zione aqui­lana di Cese di Pre­turo. For­tu­na­ta­mente sul bal­cone al piano di sotto non c’era nes­suno. L’insediamento di Cese di Pre­turo è una delle 19 cosid­dette New town costruite dopo il ter­re­moto del 6 aprile 2009 al costo di 2700 euro al metro qua­dro e costi­tuito da circa 4500 alloggi per dare un tetto a circa 16mila aqui­lani rima­sti senza casa.

Sul posto sono accorsi i vigili del fuoco per chia­rire come sia stato pos­si­bile il crollo improv­viso. Che ovvia­mente ha susci­tato molta pre­oc­cu­pa­zione tra gli abi­tanti delle case di Pre­turo. Sul posto è arri­vato anche il sin­daco dell’Aquila, Mas­simo Cia­lente, va veri­fi­cato se «c’è un pro­blema strut­tu­rale», ha osservato.

In attesa delle veri­fi­che, la fami­glia che abita al primo piano della palaz­zina è stata sgom­be­rata. Al secondo piano sono stati appo­sti i sigilli alla porta del bal­cone pre­ci­pi­tato. Non solo: sono anche stati invi­tati gli altri aqui­lani che abi­tano negli alloggi dello stesso tipo a non uscire sui bal­coni in attesa dei con­trolli che potreb­bero anche por­tare all’evacuazione di tutti gli abi­tanti. Oggi si svol­ge­ranno le ana­lisi e si sopetta un difetto costrut­tivo, ha spie­gato ancora Cia­lente, «legato alla man­canza della guaina e quindi dell’isolamento, che ha per­messo infil­tra­zioni che hanno inde­bo­lito il legno». Ci sarà anche un’inchiesta della magi­stra­tura, il sin­daco ha annun­ciato una denun­cia all’autorità giu­di­zia­ria». Le indi­ca­zioni pro­get­tuali per la rea­liz­za­zione del pro­getto case erano state date dall’allora pre­mier Ber­lu­sconi. Le pole­mi­che sulle new town, a par­tire dai costi, sono nate insieme al pro­getto. Gli inse­dia­menti sono stati rea­liz­zati con un bando coperto da un finan­zia­mento dell’Ue di circa 500 milioni.

Il Manifesto
03 09 2014

Leo­nardo Vec­chiolla, detto «Chucky», gio­vane atti­vi­sta di 26 anni, si è ucciso ieri spa­ran­dosi un colpo di arma da fuoco alla tem­pia nella casa dello zio in via Intonti ad Ariano Irpino. «Chucky» viveva a Chieti insieme alla com­pa­gna con la quale ha avuto un figlio che oggi ha un anno. Vec­chiolla era stato arre­stato a Chieti nel 2011 per gli inci­denti del 15 otto­bre in piazza San Gio­vanni a Roma tra mani­fe­stanti e forze dell’ordine. Pesan­tis­sime le accuse: ten­tato omi­ci­dio del cara­bi­niere che gui­dava il blin­dato dato alle fiamme, deva­sta­zione, sac­cheg­gio e resi­stenza. Era stato scar­ce­rato il 16 novem­bre 2011 dal tri­bu­nale del rie­same. Video e foto­gra­fie che lo ritrae­vano a volto sco­perto e lon­tano dal fur­gone in fiamme lo hanno sca­gio­nato. Chucky si è sem­pre dichia­rato estra­neo ai fatti.

«Chucky ieri sera ha deciso di lasciarci. Ha deciso di spez­zare le catene della repres­sione per volare libero» ha scritto l’Osservatorio con­tro la Repres­sione. In un mes­sag­gio di com­miato i 99 Posse hanno ricor­dato che Leo­nardo è stato attivo nelle lotte con­tro l’inceneritore di Acerra e con­tro la disca­rica di Difesa Grande ad Ariano Irpino. «Ci resta tanta rab­bia e tri­stezza — scri­vono i 99 Posse — per il terzo sui­ci­dio di un gio­vane impe­gnato nelle lotte sociali, un feno­meno che chiama tutti noi a una rifles­sione dove­rosa». «Il seque­stro di stato che per­dura da quasi mille giorni mi impe­di­sce di dar­gli l’ultimo saluto — scrive Davide Rosci dete­nuto per gli scon­tri del 15 otto­bre — So cosa signi­fica essere accu­sato ingiu­sta­mente e per reati che non dovreb­bero esi­stere nel nostro ordi­na­mento giu­ri­dico per­chè figli del fasci­smo. Che la terra ti sia lieve com­pa­gno Chucky, per te con­ti­nue­remo a resistere».

Il Manifesto
02 09 2014

L’importanza dell’integrazione nella Cina con­tem­po­ra­nea, ha par­to­rito una misura che ten­derà a favo­rire le «cop­pie miste». Gli appar­te­nenti alle etnie uighure e mon­gole, quando si spo­se­ranno con un una o un mem­bro dell’etnia han, quella domi­nante in Cina (gli han sono quelli che gene­ral­mente defi­niamo «cinesi»), otter­ranno degli incen­tivi eco­no­mici, sotto forma di sus­sidi sani­tari e per l’educazione dei figli.

Il pro­getto pilota, stando a quanto pub­bli­cato nei giorni scorsi dal Finan­cial Times, dovrebbe par­tire nella con­tea di Cher­chen, nella zona meri­dio­nale della regione auto­noma dello Xin­jiang.

Per le nuove cop­pie spo­sate il governo met­terà a dispo­si­zione 10mila Rmb, poco più di un migliaio di euro, una cifra molto più alta delle entrate annuali di un con­ta­dino di quelle zone (il red­dito medio annuo nell’intera regione è poco più di 7mila Rmb). «La Con­tea di Cher­chen ha parec­chie mino­ranze con le pro­prie cre­denze reli­giose, ma attra­verso i matri­moni misti con l’etnia han, pos­siamo raf­for­zare l’unità etnica», ha com­men­tato un fun­zio­na­rio cinese al Finan­cial Times.

L’obiettivo di Pechino è quello di pla­care le spinte auto­no­mi­ste e indi­pen­den­ti­ste, ren­dendo meno forte la dif­fe­renza cul­tu­rale e degli stili di vita tra gli uighuri, l’etnia ori­gi­na­ria e un tempo mag­gio­ri­ta­ria dell’area, e i cinesi han.

Nell’ultimo anno ci sono stati nume­rosi atten­tati, il Par­tito ha com­ple­ta­mente mili­ta­riz­zato la zona, arre­stando e con­dan­nando a morte decine di «ter­ro­ri­sti». I movi­menti auto­no­mi­sti, stando alle indi­ca­zioni di Pechino, sareb­bero arri­vati anche ad orga­niz­zare l’attentato di alcuni mesi fa, pro­prio di fronte alla foto di Mao nella Tia­nan­men, creando un panico peri­co­loso tra i fun­zio­nari. La regione spesso è com­ple­ta­mente chiusa, a gior­na­li­sti e turisti.

Gli uighuri anche nelle altre città cinesi sono spesso al cen­tro di feno­meni ed epi­so­dio di raz­zi­smo. Gra­zie alla cam­pa­gna «Go West», il governo ha deciso di inve­stire nelle aree occi­den­tali, dive­nute il ful­cro della nuova ondata di urba­niz­za­zione e diven­tando il perno delle poten­ziali nuove vie della Seta che Pechino sta tes­sendo nel sem­pre più com­pli­cato gioco diplo­ma­tico internazionale.

Anche in que­sto caso, come per Hong Kong, il Par­tito vuole assi­cu­rarsi una peri­fe­ria sotto con­trollo, capace di «armo­niz­zarsi» in modo auto­nomo e non per forza gra­zie ai mili­tari e alle con­danne a morte di pre­sunti terroristi.

St. Louis, in scena una guerra di classe

Il Manifesto
20 08 2014

La rivolta di Fer­gu­son, in Mis­souri, sarà un punto di svolta nella lotta con­tro l’ingiustizia raz­ziale, oppure una pic­cola nota a piè di pagina in qual­che tesi di dot­to­rato sulle sol­le­va­zioni civili nei primi anni del XXI secolo?

La rispo­sta può essere tro­vata nel mag­gio del 1970. Avrete sen­tito par­lare della spa­ra­to­ria della Kent State: il 4 mag­gio 1970 la guar­dia nazio­nale dell’Ohio aprì il fuoco sugli stu­denti in pro­te­sta alla Kent State Uni­ver­sity. In 13 secondi di spa­ra­to­ria, sono stati uccisi quat­tro stu­denti e nove sono rima­sti feriti.

Lo shock e il cla­more sfo­cia­rono in uno scio­pero nazio­nale di quat­tro milioni di stu­denti che chiu­sero più di 450 cam­pus. Cin­que giorni dopo la spa­ra­to­ria, 100.000 mani­fe­stanti si riu­ni­rono a Washing­ton: la gio­ventù del paese si mobi­litò ener­gi­ca­mente per porre fine alla guerra in Viet­nam, al raz­zi­smo, al ses­si­smo e alla fidu­cia cieca nelle isti­tu­zioni politiche.

Pro­ba­bil­mente non avete sen­tito par­lare della spa­ra­to­ria a Jack­son State. Il 14 mag­gio, dieci giorni dopo che la Kent State aveva infiam­mato la nazione, alla Jack­son State Uni­ver­sity nel Mis­sis­sippi, in pre­va­lenza nera, la poli­zia uccise a fuci­late due stu­denti neri (un liceale e il padre di un bam­bino di 18 mesi) e ne ha feriti altri dodici.
Non c’è stato alcun cla­more nazio­nale. Il paese non si è affatto mobi­li­tato. Quel levia­tano senza cuore che chia­miamo Sto­ria ha inghiot­tito l’intero evento, can­cel­lan­dolo dalla memo­ria nazio­nale. Se non vogliamo che anche l’atrocità di Fer­gu­son sia inghiot­tita e diventi niente più che un’irritazione inte­sti­nale della sto­ria, dob­biamo affron­tare la situa­zione non solo come un altro atto di siste­ma­tico raz­zi­smo, ma come ciò che è: guerra di classe.

Foca­liz­zan­dosi solo sull’aspetto raz­ziale, la discus­sione diventa se l’assassinio di Michael Brown (o quelli degli altri tre uomini neri disar­mati uccisi dalla poli­zia negli Stati Uniti nel giro di un mese) riguarda la discri­mi­na­zione o se la poli­zia è stata giu­sti­fi­cata. Allora discu­te­remo se non c’è negli Stati uniti tanto raz­zi­smo dei neri con­tro i bian­chi quanto ce n’è dei bian­chi con­tro i neri. (Sì, c’è. Ma, in gene­rale, quello dei bian­chi con­tro i neri ha pesanti con­se­guenze sul futuro della comu­nità nera. Quello dei neri con­tro i bian­chi non ha quasi nes­sun impatto sociale misurabile.) (…)

Que­sto distrae l’America da una que­stione più ampia, cioè che gli obiet­tivi di ecces­siva rea­zione poli­zie­sca sono meno basati sul colore della pelle e più su una cala­mità che è per­fino peg­gio dell’ebola: l’essere poveri. Ovvia­mente, per molti in Ame­rica essere una per­sona di colore è sino­nimo di essere poveri, ed esseri poveri è sino­nimo di essere un cri­mi­nale. Iro­ni­ca­mente, que­sta errata per­ce­zione è vera anche tra i poveri. Ed è quello che lo sta­tus quo vuole.

Il rap­porto sul cen­si­mento degli Usa sostiene che 50 milioni di ame­ri­cani sono poveri. 50 milioni di elet­tori costi­tui­scono un potente blocco se fosse orga­niz­zato nel ten­ta­tivo di per­se­guire comuni obiet­tivi eco­no­mici. Dun­que, è cru­ciale per l’1% più ricco man­te­nere i poveri divisi distraen­doli con que­stioni emo­tive come l’immigrazione, l’aborto e il con­trollo delle armi, in modo che non si fer­mino a chie­dersi come siano stati fre­gati per così tanto tempo. Un modo per tenere divisi que­sti 50 milioni è la disin­for­ma­zione. (…) Secondo il rap­porto del 2012 del Pew Research Cen­ter, solo la metà delle fami­glie ame­ri­cane sono a medio red­dito (meno 11% rispetto agli anni ’70). La cosa scon­vol­gente è che meno che mai gli ame­ri­cani cre­dono nel man­tra dell’American Dream, per cui se lavori duro ce la farai.

*Pub­bli­cato su time.com, tra­dotto da commonware.org

Valerio Renzi, Il Manifesto
7 Agosto 2014

L'ultima resistenza della proprietà privata va in scena verso le 11 e un quarto di ieri mattina. Per l'avvocato tutto sudato sotto il sole il muro su via di Portonaccio che gli operai chiamati dal Comune di Roma stanno abbattendo è proprietà privata, nonostante l'esproprio dell'area.
Roberto Ciccarelli, Il Manifesto
7 agosto 2014

A mez­za­notte di mar­tedì 5 ago­sto il tea­tro Valle era ancora pieno. Uno spet­ta­colo com­mo­vente in forma di assem­blea della "fon­da­zione tea­tro Valle bene comune" come poche se ne sono viste in que­sti tre anni di occu­pa­zione.
 

Zeroviolenza è stato un progetto di informazione indipendente e di formazione per leggere le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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