Sep 25, 2026

UN ALTRO COLPO AL MODELLO SOCIALE EUROPEO

di Lidia Cirillo, Zeroviolenzadonne
17 aprile 2012

La riforma del lavoro non ha ancora completato il suo iter ma è difficile che qualcosa di significativo cambi, a meno che non venga rimessa in discussione l'esistenza del governo Monti. Il suo senso è lo stesso di quello delle misure fatte passare in Spagna dalla destra di Rajoy, che ha completamente liberalizzato i licenziamenti.

Scompare così la nozione stessa di “giusta causa” e viene ribadita un'idea che non era mai morta, ma che le conquiste fatte dal lavoro salariato negli anni Sessanta e Settanta aveva almeno incrinato.
Il lavoro è merce e come per ogni merce deve esserci piena libertà di comprare, vendere e magari distruggere.

In Italia infatti l'articolo 18 è stato la principale materia del contendere. Conquista relativamente recente, l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (legge del 1970) ha solo parzialmente tutelato lavoratrici e lavoratori dai licenziamenti discriminatori, ma comunque li ha tutelati e ha rappresentato l'introduzione di un principio estraneo alle logiche del mercato. La riforma in verità continua prevedere il reintegro in caso di licenziamenti individuali fondati sulla discriminazione, ma nella realtà nessuna azienda la dichiara apertamente. I licenziamenti di donne per esempio non avvengono mai con moventi esplicitamente sessisti, anche se quella di liberarsi delle donne in gravidanza è una costante ambizione di coloro che si prendono cura dei profitti.

Se si dichiarassero apertamente le ragioni del licenziamento, nel caso delle donne non si violerebbe solo una legge ma la Costituzione stessa.  In un caso recente un ingenuo imprenditore, che aveva messo in mobilità delle lavoratrici con l'argomento che è il salario degli uomini a garantire il mantenimento della famiglia, ha dovuto fare una rapida marcia indietro.
In genere il pretesto dei licenziamenti discriminatori è di natura economica e finora l'articolo 18 ha imposto il reintegro nel caso la giusta causa non venga riconosciuta dal giudice. Con la riforma del lavoro la possibilità del reintegro diventa quanto mai remota. Monti ha detto la verità, quando ha rassicurato la Confindustria con l'argomento che  la parola reintegro è riferiti a casi estremi e improbabili.

Con la nuova legge la possibilità di reintegro è legata a una “manifesta insussistenza” e, come è noto, chi organizza il lavoro ha tutta la possibilità di rendere l'insussistenza non manifesta. Sulla stampa è stato possibile leggere in questi giorni una serie di esempi sulla difficoltà a riconoscere, sulla base di questa formula, ciò che per la legge è legittimo da ciò che non lo è. Per esempio se un licenziamento avviene per la soppressione di un posto, l'insussistenza dovrebbe essere riconosciuta quando risulti che il posto invece rimane; non potrebbe invece essere riconosciuta se il lavoro venisse distribuito tra gli altri lavoratori. In alternativa al reintegro la legge prevede un'indennità tra le 12 e le 24 mensilità e l'entità reale viene stabilita tenendo conto anche dell'impegno nella ricerca di un nuovo posto di lavoro. Insomma viene premiato chi si dà già per vinto, prima ancora della sentenza del giudice.

Le altre misure della riforma hanno più o meno la stessa logica. Viene indebolita anche la possibilità di resistere ai licenziamenti collettivi per i quali oggi devono esserci due comunicazioni: la prima sulla decisione e sul numero dei licenziandi; la seconda sui prescelti e sui motivi. Con la riforma la prima comunicazione non sarà più impugnabile; la seconda è impugnabile dal singolo ma non dà diritto al reintegro. Quanto alle misure che avrebbero dovuto rappresentare la contropartita alla cancellazione dell'articolo 18, davvero nulla o quasi nulla di fatto. La cosiddetta flessibilità in entrata resterà la più ingiusta e svantaggiosa in Europa. Non una delle 46 forme contrattuali sarà eliminata e il primo contratto a termine e il primo interinale sono stati addirittura liberalizzati.

Solo per le partite IVA qualcosa potrebbe cambiare: se  dimostrano di aver un reddito del 75 per cento proveniente da un unico datore o che per quello lavorano sei mesi all'anno, lavoratrice e lavoratore possono aspirare a diventare eventualmente subordinati.
Molto altro veleno è sparso qua e là nella riforma, ma è meglio non avventurasi in spiegazioni troppo tecniche e complesse, anche perché la FIOM (l'unico sindacato che ha mantenuto ferma la sua opposizione) è stato prodigo di interviste e spiegazioni sul tema.

Più importante è comprendere la filosofia delle più recenti misure del governo Monti. Le élites economiche, che il capo del governo rappresenta egregiamente, lavorano per l'abrogazione definitiva del modello sociale europeo, come condizione sine qua non per affrontare la concorrenza dei paesi emergenti e degli Stati Uniti. La svalorizzazione ulteriore della forza lavoro,  la possibilità di prenderla ed eliminarla secondo il bisogno, lo smantellamento finale di ciò che resta del welfare vengono considerati passi indispensabili verso l'obiettivo. E se si provasse invece a rimettere in discussione le logiche che sono alla radice della crisi?
Ultima modifica il Lunedì, 23 Aprile 2012 06:51
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