Oct 31, 2026

Padri che amano i figli, cade l’ultimo tabù

Angela Azzaro-Katia Ippaso, Gli Altri
19 marzo 2013

Addio ai padri padroni, ai padri indifferenti che non hanno mai cambiato un pannolino. Si sta estinguendo, lentamente ma ineluttabilmente, la specie dei padri sempre e comunque maledetti, sempre e comunque irresponsabili,
l’immagine di maschi edonisti incapaci di declinare le proprie azioni al plurale. Non in tutte le case, non in tutti i ménage è così, ma intorno a noi la paternità sta cambiando. E sta cambiando in meglio. Non più amorfi genitori incapaci di dire ti amo ai figli, ma uomini che vogliono viversi il rapporto con loro in modo diverso, che non credono più che essere genitori voglia dire essere lontani, freddi, autoritari.

E’ un fenomeno nuovo che incrocia almeno due generazioni. Quella che viene dal Sessantotto e che ha creduto davvero nel rinnovamento della società e dei ruoli, prima di chiudersi in molti casi in una dimensione solo privata. E la generazione di chi invece in quegli anni non era ancora nato. Gli uomini che oggi hanno 30/40 anni sta scombinando le carte di un gioco le cui regole credevamo di conoscere a memoria e ci ripetevamo ogni sera come una litania. Essere precari, almeno in questo ha giovato. Ha creato un’opportunità. Più tempo da dedicare ai figli ha fatto sì che anche il giovane maschio italiano abbia dovuto rinunciare a alcuni forti privilegi per aderire al ruolo più difficile di tutti: allevare, crescere, amare qualcuno che ha bisogno di te.

E’ una rivoluzione copernicana. Perché dietro a questo cambiamento c’è l’abbattimento di un pregiudizio pesante, che metteva radici dappertutto: l’idea che il maschile non potesse essere allineato sul piano della cura, perché la cura era esclusivo terreno delle donne, e che solo le donne avrebbero potuto esercitarla. Il desiderio di un uomo di stare fisicamente accanto al proprio figlio era stato cancellato, e criminalizzato, da una prassi (e una teoria) molto poco analitica, un lavoro in grosso che nessuno osava mettere in discussione. Come figli prima che come padri, alcuni uomini hanno voluto far capire quello che provavano, e si sono così ribellati, prendendosi quello che gli era stato tolto: il diritto ad amare. Molti di loro hanno scelto di starsene a casa, di dare da mangiare ai figli, di accudirli, di vigilare su di loro nei riti di passaggio. Mentre sono le donne, le mogli, a lavorare fuori dalla casa.

“Mammi” li hanno chiamati i giornali, con una di quelle sintesi che funzionano nei titoli ma sviano fortemente dalla realtà e dalla novità. Non sono mammi, sono padri. Inequivocabilmente padri. E sono nuovi padri. Sono uomini che non ci stanno più a essere chiusi in un ruolo che ha significato aumento di potere nella dimensione pubblica, ma sottrazione di autorità nella dimensione dei sentimenti e degli affetti.

Sono i nuovi genitori che non hanno timore a rinunciare alla carriera, a guadagnare di meno, pur di passare più tempo con i bambini che hanno messo al mondo. Li vedi gironzolare con lo zainetto faidate, pronti all’occorrenza a preparare una pappa e cambiare il vestito. Hanno tutto con sé, compresa una nuova consapevolezza dell’essere padri e, soprattutto, dell’essere uomini. Molti di loro vogliono continuare a esserlo anche dopo la separazione, disposti a rinunciare a molti privilegi compresa la casa per fare in modo che i figli abbiano il necessario, e talvolta anche il superfluo. Ma questo desiderio non viene realizzato sempre in maniera pacifica, e non sempre per colpa loro. Sono ogni giorno più numerose le storie di conflitto fortissimo con le madri dei loro figli per poterli vedere e contribuire all’educazione. Naturalmente ogni caso è diverso e va valutato nella sua specificità, anche perché dietro queste logoranti battaglie dei padri c’è spesso un antico potere e una aggressività camuffata da eccessiva bontà. Resta il fatto che i tabù cadono, e con i tabù si smonta anche l’assioma secondo il quale i figli sono delle madri, mentre i padri sono tutti anaffettivi e incuranti.

Ma, appunto, le novità spiazzano. E in questo caso spiazzano su due fronti, entrambi incandescenti. Il primo elemento di polemica riguarda la messa in crisi dell’autorità paterna. Secondo molti commentatori “esperti”, psicologi di varia risma, il nuovo modo di essere genitori indebolirebbe le capacità educative. Fatto fuori il padre irraggiungibile, verrebbe meno il modello maschile di riferimento, con tutta una serie di conseguenze nefaste per la psiche e i comportamenti delle nuove generazioni. E’ il discorso che incrocia la “crisi del maschio” e che risponde ai cambiamenti, riproponendo ruoli sfilacciati. In nome di un Freud usato al supermarket dei salotti pseudo-culturali, si fa ricorso ad una idea dell’autorità paterna che lo stesso inventore della psicoanalisi, a sua volta figlio di un padre autoritario, aveva tentato di sconfiggere. E’ una reazione di puro terrore nei confronti della trasformazione ormai in atto da tempo.

Perché questa ottusa resistenza verso i nuovi padri?

E’ evidente che è molto più difficile mettere l’autorevolezza al posto dell’autorità, e l’amore al posto del comando. E’ questa la sfida che ad alcuni fa paura, per altri invece è l’unica dimensione oggi possibile.

Il canto delle sirene di chi, con saggi o pamphlet, vorrebbe riportarci al vecchio ordine maschile non deve incantarci. Perché qui non è in campo un puro atto di volontà, ma un dato di realtà: diversi giovani e meno giovani uomini sono cambiati. E sono pronti a scambiare il potere con il rispetto, il privilegio con il sentimento paterno. Stiamo parlando probabilmente di un campione legato solo a una parte della società, ma è un segnale incontrovertibile.

E le donne? Eccoci al secondo punto dolente. Forse il più dolente. Perché se la reazione degli uomini che si sentono messi in un angolo dal loro genere è, se pur condannabile, prevedibile, colpisce invece la reazione delle mogli e delle compagne. Per molte donne questa trasformazione ha significato non solo meno lavoro e meno fatica, ma un rapporto più libero con i figli e più intenso con gli uomini che amano o con cui condividono la genitorialità. Avere più tempo per se stesse vuol dire anche disporre di un tempo più pieno da passare con il figlio, amarlo di più. Significa restare donne anche quando si è madri. Per gli uomini la separazione delle due sfere è un dato quasi banale. Per le donne è una conquista, oggi resa più facile da padri diversi con cui condividere mansioni prima considerate solo femminili.

I nuovi padri, che seguono l’onda lunga dei cambiamenti introdotti dal femminismo, si pongono accanto alle nuove donne che non considerano l’essere madri come un destino, ma una scelta. Una scelta vissuta giorno dopo giorno.

Ma questa rivoluzione culturale in atto non viene così accettata. Per alcune di noi il nuovo ruolo paterno è una sottrazione, una messa in discussione di una geometria che non si può toccare. Non si tratta di frange isolate o residuali. Questo stesso atteggiamento si può riscontrare anche tra le donne libere in tutto tranne che nell’accettazione del fatto che qualche volta bisogna mollare gli ormeggi, cioè quei privilegi che arrivano di diritto dall’essere “madri”.

Se due genitori si separano, è dato per scontato che i figli restino con lei. Ma se prima questa prassi era il frutto dell’egoismo paterno e della biologizzazione dei ruoli (“colei che accudisce è solamente colei che ti ha messo al mondo”), oggi che cosa è se non puro anacronismo? Eppure tante donne non sono disposte a mettere in discussione questo passaggio, ritagliandosi un vestito che non si addice più né alla loro identità né a quella dei compagni o ex mariti. E’ come se si avesse  paura di navigare in un mare ancora più aperto e più libero. Ma non era questo che chiedeva il femminismo?
Altro in questa categoria: Niente sesso, siamo pari »
Devi effettuare il login per inviare commenti