Anche il non profit discrimina. Le donne e il lavoro "buono"

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Ingenere.it
03 09 2014

Nelle organizzazioni senza fini di lucro le lavoratrici sono in larga maggioranza. Ma come per i settori produttivi profit, sono pagate meno degli uomini, segregate in determinati ambiti e lontane dalle posizioni di comando. Tutti i dati dell'ultimo censimento Istat

Le donne, in queso caso, sono in larga maggioranza e non sono molto più precarie degli uomini. Eppure il divario salariale c'è lo stesso, e anche la segregazione in ambiti specifici e nel part time. Si tratta del non profit, di cui l'ultimo censimento Istat rende una fotografia dettagliata, da cui è evidente che sì, le donne trovano una via preferenziale di inserimento occupazionale in questo settore, ma allo stesso tempo si ripresentano gli stessi svantaggi e le stesse forme di discriminazione ben noti in altri settori lavorativi.

Su 952mila lavoratori retribuiti le donne sono ben 636mila, ossia il 67% del totale. Le dipendenti sono oltre due volte e mezzo gli uomini (264,1 donne per 100 uomini) e anche se si guarda alle diverse forme contrattuali, le donne superano sistematicamente gli uomini con rapporti a deciso svantaggio di questi ultimi (Fig. 1).

Tra le dipendenti donne, la distribuzione di chi ha un contratto a tempo indeterminato o a tempo determinato è simile a quella degli uomini (84% a tempo indeterminato, 15% a tempo determinato). Se si guarda però alle richieste di part-time delle donne, che costituiscono l’81% dei lavoratori con questo tipo di contratto, il settore non profit si rivela particolarmente sensibile alla domanda di flessibilità oraria della componente femminile della forza lavoro.

Le sfide ancora aperte. Nonostante la massiccia presenza delle donne in questo strategico settore produttivo, permangono una serie di disuguaglianze riconducibili alle ben note questioni della segregazione settoriale, della differenza salariale (gender pay gap), e della limitata progressione nella carriera (tetto di cristallo).

Donne e uomini “occupano” sistematicamente settori di attività molto diversi tra loro: sembra quasi che appartengano a “universi” occupazionali del tutto separati. Le donne sono dalle tre alle quattro volte più numerose degli uomini nell’assistenza sociale e la protezione civile (409,4 per cento donne per 100 uomini), nell’istruzione e la ricerca (276,2) e nella sanità (275,5). Sono invece meno presenti laddove prevalgono gli uomini: nelle attività ricreativo-sportive (97,6 donne per 100 uomini), in quelle dedicate all’ambiente (65), nelle organizzazioni di carattere sindacale e di rappresentanza d’interessi (88,9). Andando ancora più a fondo nell’analisi, si rileva che, considerando esclusivamente le istituzioni non profit che operano solo con lavoratori retribuiti, i primi 10 servizi a prevalenza femminile sono la gestione di asili nido, di scuole dell’infanzia, di strutture residenziali per lungo degenti, l’assistenza domiciliare, i servizi ambulatoriali, la gestione di strutture residenziali, i trattamenti terapeutico/riabilitativi, i servizi sanitari a domicilio, mentre quelli a prevalenza maschile sono la gestione e la manutenzione del verde, l’autocostruzione e il recupero di unità abitative, gli interventi di salvaguardia del territorio, il soccorso e l’ospitalità degli animali, la gestione di impianti e l’organizzazione di eventi sportivi, il riciclo, il riuso e lo smaltimento di rifiuti, la rappresentanza sindacale.

Se poi ci si sofferma nell’analisi della spesa media per dipendente sostenuta dalle istituzioni non profit si rileva che nelle istituzioni che hanno esclusivamente dipendenti donne la spesa media pro-capite è sensibilmente più bassa rispetto a quella sostenuta dalle istituzioni con soli uomini alle dipendenze (rispettivamente 19.753,20 euro contro 22.266,71) (Fig. 2). Se questo risultato si associa alla tipologia di servizi prevalentemente svolti dalla forza lavoro femminile nel non profit (cfr. sopra), si evince che le professioni socio-sanitarie ed educative, centrate sulla cura e l’assistenza, non trovano di fatto un adeguato riconoscimento sul piano salariale.

Inoltre, nonostante le donne siano frequentemente più dotate di capitale umano rispetto agli uomini, continuano a incontrare difficoltà nel raggiungere posizioni di “comando” all’interno di queste organizzazioni. La figura 3 sintetizza molto bene questo effetto, a tutti noto come tetto di cristallo: nella posizione più alta, quella delle/dei dirigenti e imprenditori/imprenditrici le donne sono appena 12mila contro i 21mila uomini. Passando alle professioni intellettuali, scientifiche e ad elevata specializzazione donne e uomini non mostrano differenze percentuali degne di nota (appena mezzo punto percentuale): il che sta a dimostrare che non mancano donne capaci di ricoprire tali ruoli.

Non solo. Le donne prevalgono ampiamente sugli uomini nelle professioni qualificate del commercio e dei servizi (17 punti percentuali di differenza a favore delle prime) mentre gli uomini sono 2,5 p.p. più numerosi delle donne nelle professioni non qualificate.


In conclusione: se il settore non profit si conferma una via privilegiata di inserimento lavorativo per le donne, d’altro canto sconta ancora il limite di non essere riuscito a superare una serie di disuguaglianze e discriminazioni di genere riassumibili in una significativa segregazione orizzontale e verticale, nonché in un sensibile gender pay gap: segni evidenti della matrice culturale della persistente condizione di discriminazione delle donne nel mercato del lavoro, trasversale a settori produttivi molto diversi tra loro.

 

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