Marco Omizzolo e Roberto Lessio, Zeroviolenza10 dicembre 2014 Il nuovismo renziano, come il berlusconismo, è stato costruito e utilizzato per deformare la rappresentazione della realtà. La formula è sempre la stessa. Si costruisce uno schema, spesso accarezzando la retorica del momento, lo si infarcisce di luoghi comuni e lo si usa come strumento politico capace, anche con la complicità di parte dei media nazionali, di segnare un pre e un post.Il nuovismo di Renzi è oggi lo schema predominante, la lente che deforma, lo schema che distingue il buono dal cattivo. Ciò che è nuovo ovviamente lo decide il capo. Il resto è roba vecchia, fallita, bollita e da rottamare, magari con un tweet. Un nuovismo di facciata e distorcente, usato per annichilire operai, sindacati, terzo settore, welfare, disoccupati. Perché nel concreto, come l'ambientalismo più moderno insegna, i rifiuti sono risorse e spesso nascondono usi nuovi e alternativi. In sostanza è il concetto stesso di rifiuto ad essere “nuovo” in quanto mai esistito in passato. Anche perché libertà, giustizia sociale, uguaglianza, diritti, sono concetti (r)esistenti. Non si fanno manipolare con facilità. Sono radicati nella realtà più di quanto politici, imprenditori e filosofi del neoliberismo immaginino. Essi obbligano tutti loro, e tutti noi, ad un confronto severo e qualificato con i territori, con le storie e le aspettative dei cittadini, con l'economia reale, con le necessità e i bisogni, i rapporti di classe e le ingiustizie quotidiane. Alcune recenti ricerche dimostrano che esiste la possibilità di rispondere alla sfida della crisi, che è più politica che economica, evitando le scorciatoie neoliberiste e violente nei confronti dei lavoratori, dell'ambiente, dei precari, degli anziani, dei disoccupati, attraverso una riformulazione ragionevole del mondo del lavoro, senza cancellarne i diritti e le prospettive di crescita sociale. L’attuale crisi infatti è sistemica: non se ne esce risolvendo i problemi di una categoria sociale a scapito di altre. Questa prospettiva emerge con chiarezza, ad esempio, leggendo il libro di Marco Craviolatti “E la borsa e la vita”, edito da Ediesse (euro 14.00), prefazione di Stefano Fassina. Il sottotitolo indica subito la direzione dell'analisi, peraltro sempre molto qualificata e ragionata, ossia “distribuire e ridurre il tempo: orizzonte di giustizia e di benessere”. È una pubblicazione di grande interesse, che affronta il tema della riduzione dell'orario di lavoro attraverso alcune analisi precise e documentate. Lavorare meno e produrre di più, superare alcune grandi ingiustizie sociali, riscoprire alcuni concetti cardine come conflitto e modernizzare una sinistra, e non solo, ancora troppo spesso incapace di contaminarsi superando una sterile autoreferenzialità, uno dei suoi punti deboli e motivo a volte di vittoria dei poteri padronali. Il libro menziona quattro ottimi motivi per ridurre gli orari di lavoro. E da questa disamina scorre verso un'analisi sempre più approfondita e convincente. In primis si tratterebbe di uno strumento di distribuzione della domanda di lavoro, soprattutto se scarsa. Sembra una considerazione perfetta per il tempo che stiamo vivendo. Sono politiche sperimentate, come ricorda Craviolatti, già in altri paesi europei e con ottimi risultati, nonché in Italia coi “vecchi” contratti di solidarietà. La coniugazione di investimenti pubblici per l'occupazione, magari a partire dalla messa in sicurezza del territorio, vera grande opera utile del paese, insieme alla redistribuzione del lavoro può sopperire alla relativa scarsità di risorse economiche da impiegare. In questa direzione si muove la seconda ragione, per cui la riduzione di orario inciderebbe sul rapporto tra capitale e lavoro, “restituendo”, scrive testualmente Craviolatti, “ai lavoratori una quota dell'enorme crescita di produttività avvenuta negli ultimi quarant'anni”. In questo caso i vantaggi sono sempre andati in favore della rendita e dei profitti da capitale, cresciuti più dei salari. Una ragione “di sinistra” che i vari governi succedutisi hanno dimenticato di fare propria. Intanto la vittoria del capitale ha creato distanze di classe sempre maggiori tra ricchi e poveri. Non si è trattato solo di erosione economica. I processi di modernizzazione del capitale hanno sempre più allontanato il lavoratore dalla centralità della produzione capitalista. Informatica, elettronica, toyotismo, lean production lo hanno colpito con durezza. L'inversione di questa direzione è abbastanza semplice. Secondo l'autore è sufficiente far crescere i salari reali e/o ridurre gli orari di lavoro a tendenziale parità di salario. Serve solo volontà politica. Un'ulteriore ragione riguarda i benefici anche per il sistema impresa. La riduzione oraria migliorerebbe l'efficienza e la produttività del lavoro incentivando la concorrenza fondata sull'innovazione e sulle competenze professionali, in alternativa al feroce contenimento dei costi produttivi. Meno lavoro, più produttività e maggiore benessere collettivo non è solo uno slogan, ma la conclusione di uno studio qualificato. La quarta e ultima ragione consisterebbe nell'impatto positivo nella vita individuale e sociale, limitando l'alienazione e liberando risorse individuali e collettive in favore dello sviluppo della persona, della partecipazione sociale, dello scambio non monetario. Una finalità sociale che potrebbe contribuire a superare stati diffusi di anomia e segregazione sociale che colpisce in particolare le classi deboli della società italiana. Su queste proposte può esserci una positiva convergenza di analisi e impegni di sindacati, movimenti, associazioni, partiti, peraltro non solo di sinistra ma comprendenti settori ben più ampi e interessati, intellettuali. In fondo, rispetto al dibattito attuale, secondo il quale riducendo, compromettendo, cancellando i diritti dei lavoratori aumenterebbe l'occupazione, siamo un bel po' avanti. Il saggio merita di diventare materia di dibattito e riflessione politica, anche critica, per l'accuratezza che dimostra e la plausibilità degli argomenti che sostiene. Una proposta di senso, qualificata, che indica una direzione diversa rispetto a quella attuale, dove non vince solo e sempre il capitale, come in una partita a carte con il baro, dove il conflitto ha un ruolo sociale preciso e non è derubricato a residuo ideologico, dove la forbice tra ricchi e poveri può diminuire sensibilmente migliorando produttività, diritti, giustizia, uguaglianza. Un moderato riformismo è sufficiente per avviarla, è scritto nella sua introduzione, mentre gli esiti potrebbero essere una radicale trasformazione dei modelli di produzione e di consumo. Diminuire l'orario di lavoro per uscire dalla crisi è anche fare in modo che il tempo libero diventi fonte di godimento per tutti: non affannosa ricerca per chi dipende da un unico reddito e frustrazione quotidiana per chi è disoccupato. Benessere individuale, giustizia sociale e di genere, efficienza ed efficacia produttiva sono obiettivi ed effetti immediatamente perseguibili, capaci di migliorare subito la vita di milioni di persone in carne e ossa, afferma Craviolatti. Come dargli torto. Costruire una società migliore, ridando respiro a una idealità pragmatica che è sintesi di istanze non rottamate ne rottamabili di libertà, uguaglianza e giustizia, innovando sindacati, associazioni, partiti, movimenti. E magari rilanciando anche un'idea di Europa, non solo finanziaria ma sociale, democratica e del benessere collettivo. Altro che formulette padronali come il job acts, nuovismo e berlusconismo, volti sempre organici della solita solfa neoliberista, che tanti danni sta facendo e di cui prima o poi dovremmo chieder conto.