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sabato 21 aprile 2018



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Assassinio di 13 bambini eritrei

Marco Omizzolo e Roberto Lessio, Zeroviolenza
30 dicembre 2014

Una strage di Natale. Di quelle che tolgono il sonno e dipingono i colori luminosi di questo Natale di un grigio spento. La tragedia è avvenuta ancora una volta per colpa di una delle dittature più atroci, quella eritrea di Isaias Afewerki.
Secondo l'agenzia di stampa Gedab News e il Comitato Giustizia per i Nuovi Desaparecidos, 13 ragazzi eritrei, sette donne e sei uomini tra i 13 e i 20 anni, in fuga dal loro paese, sono stati massacrati a colpi di mitra vicino la piccola città di Karora.
La polizia di frontiera Eritrea ha aperto il fuoco e senza scrupoli ha lasciato sul campo 13 vittime innocenti. Non contenti di questo massacro hanno pensato bene di gettare i corpi in fosse comuni, per cancellare ogni prova.

Un'azione che meriterebbe la severa condanna da parte della comunità internazionale e dell'Occidente in particolare, così celere nell'esportare la sua democrazia, ovviamente insieme a progetti industriali in allegato. Invece tutto rischia di passare sotto silenzio. E quei bambini trucidati rischiano di morire una seconda volta.

La strage sarebbe avvenuta a settembre ma scoperta solo qualche giorno fa. E probabilmente non è l'unica del genere. I ragazzi facevano parte di un gruppo di 16 giovanissimi che un “passatore-guida” eritreo ingaggiato dalle loro famiglie stava guidando fuori dal paese.

La notizia è emersa grazie a Tesfahanes Hagos, ex colonnello dell’esercito eritreo, eroe della guerra di liberazione contro l’Etiopia e padre di tre bambine trucidate nel massacro. Le bambine si chiamavano Arian di 19 anni, Rita di 16 anni e Hossana, appena tredicenne, fuggite per cercare di raggiungere la madre in Canada. Si può solo immaginare il dolore del genitore e la rabbia per una rivoluzione combattuta e poi tradita, calpestata nei suoi valori, mortificata nelle aspettative, trasformatasi nel suo contrario.

Lo denunciano le più importanti agenzie internazionali, movimenti e organizzazioni internazionali. Amnesty International denuncia arresti e detenzioni arbitrarie; nessun prigioniero è mai stato accusato o processato né ha potuto incontrare un avvocato mentre le loro famiglie non hanno notizie da tempo. La cancellazione dei diritti umani è quotidiana e la retorica del regime, insieme all'azione indagatrice dei suoi servizi segreti, anche in Italia, si fa pressante. Non mancano infatti i tentativi di condizionare giornali, giornalisti e intellettuali per “rassicurarli sulla bontà del regime di Afewerki”.

Una strategia praticata da tutti i regimi dittatoriali (e spesso anche da qualche democrazia), quello fascista e nazista compresi. Questo non è l'esito di una rivoluzione socialista ma la sua epigrafe. Viene in mente quel celebre passo di Marx in cui afferma “innata casistica dell'uomo, quella di cambiare le cose mutandone i nomi! E di trovare un sotterfugio per infrangere la tradizione rimanendo nella tradizione, laddove un interesse diretto abbia dato la spinta sufficiente”.

Quasi tutti i ragazzi trucidati erano figli di ex militari eritrei. La maggioranza di loro, come afferma ancora il Comitato Giustizia per i Nuovi Desaparecidos, veniva dal Denden Camp, un quartiere-villaggio di Asmara allestito per reduci e invalidi dell’esercito. Ci si domanda perché i i padri della rivoluzione abbiano deciso di inviare i propri figli all'estero.

Forse il presagio di una debolezza strutturale del regime? Di un'impossibilità concreta di vivere quel tradimento e quelle condizioni materiali imposte e l'esigenza naturale d garantire, o almeno provarci, ai propri figli, un futuro migliore, in cui prevalgano i diritti e non le violenze?

Intanto, il destino dei 3 bambini sopravvissuti è ad oggi sconosciuto. Per loro, in assenza di azioni puntuali da parte delle grandi diplomazie occidentali, vale solo la speranza che non siano morti anch'essi o caduti vittime di qualche trafficante, magari di organi. Sarebbe interessante sollecitare il nostro ministero degli Esteri e l'Europa su questa vicenda, ricordando loro che senza un'analisi coraggiosa e una denuncia puntuale a livello internazionale di quel regime, i vari “processi di Kartoum” o altri rischiano di essere una grande presa in giro.