Il giornalismo salvato dai web robot

Federico Gennari Santori, Pagina99
31 dicembre 2014

"La fine dei giornali è una delle cose più prevedibili del nostro futuro, gli unici che non lo sanno ancora sono i giornalisti". Così, a metà novembre, Gianroberto Casaleggio lanciava il suo anatema sul futuro della stampa, uccisa dal cosiddetto robot journalism.
Presto i giornalisti saranno rimpiazzati da web robot (o semplicemente bot), software in grado di scrivere articoli al posto loro, ma in quantità nettamente superiori. Forse anche con migliore accuratezza.

Diversi giornali, soprattutto online, hanno fatto cenno al robot journalism, perlopiù con piglio allarmistico. Qualcuno ricorderà titoli del tipo “I robot rubano il lavoro ai giornalisti”, “Verso la morte del giornalismo”, “Meglio i robot dei giornalisti”. Buoni per acchiappare click, ma superficiali nell’analisi. Molte sono le implicazioni che questo fenomeno in espansione potrebbe avere per gli addetti ai lavori, ma anche per i fruitori dell’informazione in rete.

E quindi, un domani non molto lontano, per tutti noi. In fondo «robot journalism è il nuovo nome affibbiato a un problema di cui si parla dagli anni ’90, quando scoppiò il caso del Daily Me, un giornale virtuale personalizzato», ci ricorda Stefano Epifani, docente di Social Media Management a La Sapienza. Non è altro che il secolare dibattito sul rapporto uomo-macchina in versione 2.0.

 

La tecnologia per la scrittura automatica deve molto agli specialisti in intelligenza artificiale della Northwestern University dell’Illinois. Larry Birnbaum e Kris Hammond, docenti di Informatica e fondatori della start-up Narrative Science, hanno inventato Quill, uno dei primi sistemi per la produzione di testi brevi ma di senso compiuto, senza intermediazione umana. «Sulla base di algoritmi che rispondono a specifiche funzioni, il software comincia con l’importazione di dati – perlopiù su finanza o sport, che si limitano a riportare nomi e numeri – da aggregatori esterni.

Si va dai database governativi a Twitter, come già avviene per l’analisi del consenso in occasione di tornate elettorali», spiega a pagina99 Alessio Cimarelli, data scientist e cofondatore della rete Dataninja. Liste, tabelle e grafici vengono quindi convertiti, in modo che siano funzionali a una costruzione narrativa. Infine si costruiscono frasi semplici ma leggibili, con la lingua di tutti i giorni o termini tecnici, coerenti con la linea editoriale del giornale che acquista il servizio. Il risultato è una notizia di 150-300 parole. Tutto avviene in una manciata di secondi. Automaticamente.

Di recente a far discutere è stata una delle più grandi agenzie di stampa al mondo, Associated Press (Ap), che lo scorso luglio ha annunciato l’utilizzo di Wordsmith, un sistema per la produzione di notizie sui risultati trimestrali delle società quotate in borsa fornito dalla società Automated Insights. «Per molti anni abbiamo speso tempo a macinare numeri e rimaneggiare le informazioni delle imprese, pubblicando circa 300 rapporti ogni trimestre», ha spiegato il caporedattore economico di Ap, Lou Ferrara.

«Ora saremo in grado di fornirne fino a 4.400». Per confezionare tante notizie ci vorrebbero decine di giornalisti, che si occupino esclusivamente di spulciare tra i rapporti delle compagnie e copiarli, con costi esorbitanti. E passare in rassegna la mole di dati disponibili è già impossibile, basti pensare che il 90% di quelli che abbiamo, dal prezzo del rame alle temperature, sono stati raccolti negli ultimi 2 anni.

Nell’era digitale dei Big Data ci siamo appena entrati: aumenteranno esponenzialmente e da soli non possiamo sfruttarli. Un computer non ha margine di errore, analizza enormi quantità di dati e svolge simultaneamente più lavori. Senza stancarsi mai. Può sostituire il personale adibito alle news e fornire una mole di informazioni almeno 15 volte superiore. Tutto a un prezzo più basso. Non è un caso che molti altri giornali statunitensi, tra cui Huffington Post, Sport Illustrated, Business Insider e ProPublica abbiano scelto di sperimentare il robot journalism.

«Abbiamo ancora intenzione di usare i nostri cervelli e il nostro tempo in maniera più efficiente», assicurava Ferrara. Secondo una buona parte di addetti ai lavori, i bot non possono che essere un bene per la professione. I redattori avrebbero modo di rinunciare a lavori alienanti per concentrarsi su contenuti più complessi, come inchieste, reportage, commenti e recensioni.

«Le storie che i bot possono scrivere oggi sono, francamente, quelle che gli umani odiano scrivere», commenta Kevin Roose, ex redattore del New York Times. «Se il Times avesse usato un algoritmo per i rapporti trimestrali invece di passare la palla a giornalisti in erba, avrei potuto investire le mie mattinate su lavori che richiedono una reale intelligenza umana». Certo, molti potrebbero perdere il lavoro, ma i giornalisti dovranno essere sempre più bravi a produrre contenuti e a costruirsi un seguito. Del resto, oltre al fantasma del robot journalism, sono le stesse dinamiche del web a imporlo.

Il grosso del materiale prodotto dai media in rete è rappresentato da articoli brevi e facilmente leggibili, relativi a fatti e dichiarazioni specifiche. In una parola, notizie. L’avvento di internet ha significato aumento dello spazio e contrazione del tempo, così la repentina evoluzione dell’informazione online si è basata sulla prolificazione e sulla tempestività di nuovi contenuti. Oggi ci sentiamo soggetti a un bombardamento mediatico.

Se già negli anni ’90 il cittadino medio non era interessato alle news, nel 2014 si è assuefatto. Non è questo che gli utenti vogliono dalla rete. «Ad attirarli sono interpretazioni che rispecchino le loro opinioni e i loro gusti – dice a pagina99 il professor Epifani – Seriose o divertenti, mediocri o di qualità, l’importante è che siano curate e, perché no, personalizzate».

Non è un caso che tutti i giornali online, chi più chi meno, abbiano lasciato ampio spazio ai blog personali e che quelli gestiti da personaggi importanti, o semplicemente abili, abbiano più seguito della stessa testata che li ospita. È sulla scia di queste tendenze che vanno osservati l’aumento di articoli sempre più lunghi e curati dal punto di vista multimediale (il cosiddetto long journalism), la diffusione di contenuti spiccatamente narrativi (lo storytelling), o il successo di progetti editoriali come Huffington Post, primo a investire davvero sui blog, e BuzzFeed, il fenomeno da 300 milioni di visitatori mensili che ha puntato tutto su freddure e format disimpegnati ma altamente leggibili.

La rete ha offerto nuove opportunità e abbattuto barriere che un tempo sembravano invalicabili. I grandi giornali hanno capito che nel web 2.0, quello dei social network e dell’e-commerce, le news da sole non vendono e servono soluzioni nuove. Ecco perché, nonostante bot e tabù, la professione non morirà. Anzi, a fare la differenza sarà tutto ciò che una macchina non può avere: qualità, originalità ed elasticità. Il mondo dell’informazione, dunque, avrà confini meno solcati ma sarà più selettivo. Offrendo a chi ne sarà in grado l’occasione di reinventarsi, uscire dagli schemi e non farsi rubare il lavoro da alcun computer.

Con la crescente disponibilità di dati, inevitabilmente le notizie aumenteranno, ma con scopi altri rispetto alla fruizione da parte di un utente. Grazie alle visualizzazioni da parte degli utenti e alla propagazione attraverso i social media, produrranno a loro volta dati che un altro sistema potrebbe analizzare. Secondo il sociologo bielorusso ed esperto di nuovi media Evgenij Morozov, docente invitato alla Stanford University, in gran parte «sarà giornalismo fatto dai bot per i bot».

La domanda di contenuti più ricercati a cui i giornali stanno cercando di rispondere, però, si colloca in un contesto più ampio. «Oggi gli utenti pretendono tutela della privacy, protezione da virus e spam, ma anche di ricevere informazioni e visualizzare contenuti più vicini ai loro reali interessi», ci spiega Alessio Cimarelli. «Non è un caso che di recente Facebook e Twitter abbiano modificato in questo senso gli algoritmi che determinano che cosa vediamo dai nostri account». Sono gli stessi ad aver costruito, insieme a Google, un modello di business fondato su dati personali che gli internauti rilasciano effettuando ricerche tramite i browser, interagendo sui social network e acquistando in rete. Ancora Big Data.

Con queste informazioni i colossi del web sono in grado di far visualizzare a ogni singolo utente contenuti selezionati appositamente in base alle sue inclinazioni, sempre in automatico. E quando si tratta di pubblicità mirata, un inserzionista che punta a un preciso target di consumatori pagherà. La merce di scambio è l'utente. Se vi è capitato di cercare su internet informazioni per un viaggio e subito dopo essere stati sommersi da avvisi su villaggi vacanze e compagnie aeree, sapete di che cosa si tratta. Come ci riescono? Con i bot, proprio come quelli per la scrittura automatica.

I colossi del web, quindi, potrebbero andare oltre la pubblicità e l’aggregazione di notizie esterne, sviluppando un servizio di contenuti informativi prodotti in casa e studiati ad personam. Si tratta di incrociare i dati sulla personalità dell’utente con quelli provenienti dalle fonti d’informazione primaria. E l’algoritmo che individua i contenuti da far visualizzare con quello che creerebbe le news.


«Nel 2025 il 90% delle notizie lette dal pubblico saranno generate dai computer e la quantità di materiale pubblicato crescerà enormemente», ha affermato il fondatore di Narrative Science, Kris Hammond. «Un giorno ci sarà soltanto un lettore per ciascun articolo». Del resto, assicura il vice-presidente di Automated Insights Adam Smith, «partendo agli stessi dati, possiamo formulare milioni di storie diverse» in base alle necessità e ai destinatari. Non solo, gli articoli arriverebbero direttamente all’utente, che non dovendo cercarseli svolgerà un ruolo meno attivo e finirà col ricevere notizie sempre dalle stesse fonti, comunque affini al suo modo di pensare.

«Un circolo vizioso», lo definisce Evgenij Morozov. «Molte persone potrebbero consumare informazioni spazzatura e avere soltanto piccoli indizi dell’esistenza di un mondo diverso e più intelligente». Con l’impressione di non essersi persi nulla grazie a quella «natura comunitaria dei social media», che sta limita le interazioni degli utenti alla cerchia più ristretta di amici e persone che seguono, amalgamando opinioni affini. Tra i più ascoltati critici dell’internet-centrismo, Morozov ha ipotizzato le conseguenze che potrebbero avere sistemi avanzati di robot journalism nelle mani di aziende come Google e Amazon.

«La vera minaccia viene dal nostro rifiuto di investigare le conseguenze sociali e politiche del vivere in un mondo che rende impossibile leggere qualcosa in forma anonima. Un mondo che gli inserzionisti e i giganti del web non vedono l’ora di occupare, in cui sarà più difficile preservare il pensiero critico, erudito e non convenzionale», seppellito dal senso comune sulla cui formazione proprio quei giganti avranno sempre più potere.

Non tutti credono che, per come l’informazione online funziona al momento, quei giganti siano realmente interessati a investire sul robot journalism. Certamente non nel breve termine. Secondo Cimarelli, infatti, «tutto sommato i bot sono ancora rudimentali e ci vorrebbero più ricerche». Ma nell’arco di qualche anno le cose potrebbero cambiare. «Facebook, Google e Amazon si stanno espandendo sempre di più, anche su settori nuovi», spiega Stefano Epifani. «Che approdino nel mondo dell’informazione non è solo plausibile, ma anche probabile».

Tra l’altro, se si tratta di notizie flash la qualità dei testi generati dai bot potrebbe essere più che sufficiente per un lettore e perfetta per un altro bot. «La domanda – continua Epifani – è se l’investimento conviene. Dipende dai modelli di business e dalle normative antitrust. L’unica cosa certa è che ci vorranno regole nuove per evitare che il fenomeno degeneri».

Le start-up
«I giornali italiani hanno sempre guardato con diffidenza alle innovazioni tecnologiche», dice a pagina99 Antonio Bettanini, professore di Storia del Giornalismo a La Sapienza. «Ma è un processo irreversibile, si delegano alle macchine i lavori meno interessanti. I giornali sono a caccia di nuovi prodotti e gradualmente di butteranno in questo campo. Anche in Italia, che come sempre vive una lenta rincorsa». In attesa che arrivi il nostro momento, nel resto del mondo qualcosa si muove. In America, ma anche in Francia ad esempio, esistono grandi e piccole start-up che animano un settore ancora neonato.

Narrative Science. Per trasformare Quill – uno dei primi algoritmi scrittori – in un prodotto da vendere, Kris Hammond ha fondato Narrative Science, start-up di riferimento nel nascente settore della generazione automatica di testi. Nell'ambito del robot journalism ha un contratto con la celebre rivista americana Forbes per le news finanziare. Ma sul fronte dell'analisi dei Big Data lavora anche con MasterCard, Credit Suisse e altre importanti compagnie.

Automated Insights. A contendersi la seadership del settore con Narrative Science è questa società del Nord Carolina. Ha cominciato nel 2010 con la produzione di cronache sportive col nome di StatSheet e nel 2013 è arrivata a produrre oltre 300 milioni di testi. Forte delle collaborazioni con colossi come Yahoo News, Microsoft e Samsung, prevede di raggiungere il miliardo entro la fine di quest’anno. Il suo algoritmo, Wordsmith, è quello utilizzato da Associated Press per le notizie sulle compagnie quotate in borsa.

Quakebot. Anche il Los Angeles Times, per dare prima di tutti la notizia dei frequenti terremoti nella regione, si è dotato di un algoritmo. Quakebot pesca i dati dalle mail di avviso inviate dall’US Geological Survey e li inserisce in un testo pronto per la pubblicazione, con una sorta di firma: «questo articolo è stato creato da un algoritmo scritto dall’autore». Nell’ultimo anno, però, proprio il quotidiano californiano ha licenziato diversi giornalisti per problemi economici.

Yseop. Società francese che opera anche in Texas, ha sviluppato un sistema in grado di parlare inglese, francese, spagnolo, portoghese e presto giapponese. Yseop lavora per banche e società di telecomunicazioni, nell'ambito dei servizi offerti ai clienti, ma anche per siti di notizie gestiti da società finanziarie e agenzie investigative sui trend di mercato.

Labsense. Il marketing online è un altro campo in cui i bot scrittori sono già al lavoro. Questa piccola startup parigina collabora con siti di e-commerce e cataloghi, fornendo un algoritmo che mette insieme i dettagli, schede tecniche e manuali d'uso di innumerevoli prodotti, da elettrodomestici ad alberghi, per comporre una breve descrizione esplicativa. L'azienda ha costruito un corpus di terminologia corrispondente ai principali settori coinvolti nel trading on line, tra cui viaggi, elettronica e intrattenimento.
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