Valentina Calderone, Zeroviolenza26 febbraio 2015La questione carceraria nel nostro paese sembra, quasi miracolosamente, uscita dalla zona d'ombra cui fino a poco tempo fa veniva relegata. Si è parlato molto di sovraffollamento, di condizioni fatiscenti dal punto di vista strutturale, di trattamenti inumani e degradanti subiti dai detenuti.Ad aprire un varco nell’oblio collettivo che affliggeva lo stato delle nostre prigioni – come se parlar di carcere non fosse argomento di interesse anche per i cittadini liberi – ci ha pensato la Corte europea per i diritti dell'uomo, che ha più volte ammonito, quando non multato, l’Italia per infrazione dell’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani. Ma se adesso, dopo tutte le polemiche e l’attenzione confluite intorno al nostro sistema penitenziario, facessimo un piccolo passo avanti?Lo dico un po’ provocatoriamente, ma neanche troppo: e se cominciassimo a parlare di carcere, senza però parlare di carcere? Mi spiego meglio. Nell’immaginario collettivo quando si pensa all’autore di un reato, e a come questi dovrebbe “risarcire” la vittima e la collettività tutta per le sue malefatte, si pensa al carcere. Lunghi corridoi animati solo dal tintinnare delle chiavi appese alla cintola di un uomo in divisa, cancelli che si richiudono dietro le spalle con un rumore sordo, celle anguste e buie delimitate da sbarre. Ce lo immaginiamo così, pensando sia l’unica soluzione possibile, ma ci sbagliamo di grosso. Nel nostro ordinamento, come in moltissimi altri, è prevista un’esecuzione diversa della pena dal nome “misure alternative”. Noi, addirittura, ne troviamo un accenno nella nostra Costituzione. Quando all’articolo 27 troviamo scritto “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” significa proprio questo: la pena non è una sola – il carcere appunto – ma può essere costituita da una serie di misure che comunque raggiungano lo scopo prefissato. Bisognerebbe chiedersi, allora, qual è (forse meglio dire quale dovrebbe essere) il senso delle pene inflitte a chi ha commesso un reato. La Costituzione in parte ce lo dice, parlando di rieducazione del condannato, altre motivazioni possono essere la riduzione della pericolosità e l’aumento della sicurezza collettiva. Ed ecco un primo motivo per cui il carcere non è molto utile: chi sconta la pena in carcere, ha quasi il 70% di probabilità di tornare a delinquere una volta uscito, chi sconta la pena in misura alternativa commette nuovamente reati nel 20% dei casi. Sono dati scientifici, conosciuti e inoppugnabili, ma tenuti in nessuna considerazione da chi ha la responsabilità di decidere e agire. Le misure alternative possono andare dalla detenzione domiciliare all’affidamento in prova ai servizi sociali, dal lavoro di pubblica utilità alla messa in prova (istituto previsto per i minorenni e recentemente introdotto anche nell’esecuzione penale degli adulti). Ma, e proprio qui sta il punto, nel nostro paese tutte queste misure sono scarsamente utilizzate. In Francia e in Gran Bretagna, dove la cultura delle alternative al carcere è molto più forte che da noi, le persone che lavorano nell’esecuzione penale esterna sono rispettivamente il 12% e il 28% del totale dei dipendenti dell’amministrazione della giustizia. Mentre da noi, ci dobbiamo accontentare di un misero 3%. Dopo tutto il parlare di questi ultimi mesi di riforma del sistema penitenziario – all’indomani della condanna della Corte europea con la cosiddetta sentenza Torreggiani – sono stati presi dei provvedimenti che in effetti stanno dando dei risultati positivi in termini di diminuzione del sovraffollamento e di vivibilità delle carceri, ma esiste un dato a mio parere estremamente sconfortante: ai provveditorati regionale, presidi locali del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, sono stati destinati per gli uffici di esecuzione penale esterna (deputati a valutare ed eseguire le misure alternative) solo 500mila euro. Delle briciole in confronto ai quasi 3 miliardi complessivi stanziati nel 2015 per l’interno Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Si potrebbe ripartire da qui, senza più dover lavorare in emergenza incrociando un turbinio di leggi, provvedimenti e appalti per la costruzione di nuovi istituti. Mettere al centro e dare potenza alle alternative al carcere, sviluppare competenze e creare professionalità per poi dotarle degli strumenti per lavorare. Solo così, ed è tutt’altro che un’ipotesi utopistica, potremmo avere la certezza, come cittadini, di essere davvero garantiti. Più umanità, possibilità e cura per chi commette reati, equivalgono a più sicurezza per noi tutti.