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domenica 24 settembre 2017



"Nell'estremo dolore, i ruoli sono capovolti: gli uomini emettono grida bestiali e le bestie grida umane".

Malcolm de Chazal


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La misoginia dei soliti sospetti e degli insospettabili

Femminicidio ViolenzadonneSarantis Thanopulos, Il Manifesto
2 settembre 2017

Abid Jee, un improbabile mediatore culturale di una cooperativa bolognese, ha scritto su Facebook in seguito ai gravi episodi di violenza carnale accaduti a Rimini: "Lo stupro è un atto peggio, ma solo all’inizio, poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale". Sempre su Facebook, Saverio Siorini, segretario della Lega a San Giovanni Rotondo, si è chiesto: "Quando alla Boldrini e alle donne del Pd?".

Questi commenti, in cui l’elemento raccapricciante contende il primato alla stupidità, rivelano, a modo loro, le due forze motrici della violenza sessuale. L’uso della donna – che deve subire la sessualità assestandosi in una posizione di passività – come calmante degli appetiti maschili; la sua umiliazione vendicativa perché, restando viva nel suo desiderio, fa risaltare la miseria di uno sfogo senza godimento.

Una violenza nei confronti della donna esiste da sempre nelle relazioni erotiche tra i due sessi, in assenza di una costrizione fisica. Nella misura che la sovradeterminazione sociale dell’eros si accorda prevalentemente con la sessualità maschile, più compatta, ordinata e strutturante, a scapito di quella femminile, più libera, disordinata e destrutturante, la donna è costretta a censurare una parte significativa del suo potenziale erotico. Le forme tradizionali del rispetto nei suoi confronti la costringono nel recinto di un’idealizzazione che opera come menomazione erotica del suo corpo.

Massimo Gramellini nel denunciare l’indifendibile Jee, si è sentito più al sicuro, nel differenziarsi da lui, mettendosi in una posizione di superiorità culturale e religiosa. Dopo aver castigato la «violenza nei confronti anzitutto della lingua italiana» nel post incriminato (inconsapevole dell’affinità esistente tra la purezza della propria lingua e il corpo virginale della madre), si è barricato dietro i secoli di Illuminismo (che hanno concesso nel nostro paese il voto femminile solo settant’anni fa) e di Romanticismo (terreno di grandi passioni artistiche e politiche che ha donato alle donne una loro visuale ideale e «nobile» da parte dell’animo maschile).

Forte di questa tradizione, Gramellini ha aggiunto all’Illuminismo e al Romanticismo «finanche il Boldrinismo», nell’elenco delle cose che ci distinguono da fallocrati musulmani. Secoli di tolleranza ci permettono, secondo lui, di sopportare perfino il femminismo associato a Boldrini e supposto dai suoi detrattori fatuo. La negazione dell’ambivalenza maschile nei confronti della donna è una strada cosparsa di bucce di banane.

Quando la critica nei confronti della terza carica dello stato, diventa ossessione, disprezzo reiterato verso una donna, che accomuna i soliti sospetti e gli insospettabili, emerge una misoginia collettiva che le buone intenzioni non riescono a cancellare. Gramellini ha ragione nel dire che il trattare la donna come protesi silente del proprio corpo sottende ogni forma di stupro. Potrebbe fare un passo in più e riconoscere che sul silenziamento del corpo della donna e il suo uso come protesi si fonda la nostra civiltà della scarica impulsiva delle emozioni e dei desideri (in cui il sollievo calmante si alterna all’eccitazione).

Questa civiltà, non è stata fondata dai saraceni. Avversa la sessualità femminile la cui profondità, che ama l’intensità e le trasformazioni, destabilizza i suoi modelli omeostatici di funzionamento e assegnando all’uomo un potere miserabile ne fa una caricatura di se stesso. Violenta la donna nella sua autodeterminazione e volontà e quando la fa abdicare al proprio modo di essere raddoppia la violenza.

Se di baratro culturale ed etico si discetta ampiamente, è chiaro che quello più rumoroso è politico. Consentire che per giorni interi si prosegua a discutere dell’accostamento stupri-migranti senza ascoltare parole sensate da parte delle istituzioni, dà il polso di quanto quella retorica del silenzio che tanto maldestramente si attribuisce «alle donne» sia invece una totale noncuranza ben più generalizzata che pesca da una miseria lessicale e ancor prima simbolica.