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EURONEWS

Incendio a Moria LesboEuronews
20 settembre 2016

Circa 4.000 rifugiati in fuga dal campo profughi di Moria, nell'isola di Lesbo, avvolto dalle fiamme. Un incendio che secondo la polizia ellenica sarebbe di natura dolosa, appiccato dai migranti stessi. Le autorità non hanno registrato vittime ma l'incendio ha completamente distrutto le tende e i container utilizzati come alloggi dai richiedenti asilo.

Huffington Post
02 07 2015

Nonostante il presidente sudanese Omar Hassan al Bashir avesse chiesto a più riprese che l'Onu avviasse un piano di ritiro delle truppe di pace dispiegate in Sudan, il Consiglio di sicurezza ha prorogato di un anno la Missione congiunta dell'Unione africana e delle Nazioni Unite in Darfur. La risoluzione, approvata all'unanimità al Palazzo di vetro nella notte del 30 giugno, rischia di portare ad un punto di rottura la comunità internazionale e il governo di Khartoum, che nega l'inasprimento del conflitto in atto nella regione.

Bashir e i suoi ministri hanno accusato più volte le Nazioni Unite di diffondere false informazioni sulla situazione umanitaria e sulla sicurezza nel paese, con lo scopo di garantire la prosecuzione di Unamid. Non è un caso che il reggente degli Esteri, Ibrahim Ghandour, pur non contestando la risoluzione del Consiglio, abbia rinnovato nelle ore in cui venva approvata l'invito a elaborare una "exit strategy" riprendendo "immediatamente" le consultazioni con il gruppo di lavoro congiunto - composto da 16 funzionari governativi sudanesi, 13 esponenti delle Nazioni Unite e otto funzionari dell'Unione africana - per studiare una "strategia di uscita per migliorare le future relazioni con la missione",

Più che un invito le parole di Ghandour sono apparse come una velata minaccia.

La risoluzione sottolinea la "mancanza di progressi sul versante umanitario e il significativo deterioramento della situazione della sicurezza", Riafferma, inoltre, le priorità strategiche della missione, ovvero la protezione dei civili, la facilitazione della fornitura di assistenza umanitaria, la sicurezza del personale e il sostegno alla mediazione delle comunità in conflitto. Nel corso della riunione del Consiglio di sicurezza è intervenuta anche la procuratrice della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, ricordando che a sei anni dall'emissione del mandato d'arresto nei confronti del presidente Bashir per crimini di guerra nel Darfur, la determinazione della Cpi ad assicurare "una giustizia indipendente e imparziale" al popolo sudanese resta immutata. Nonostante la poca collaborazione da parte dei paesi adeternti allo Statuto di Roma che ne ha decretato la fondazione, come il Sudafrica.

Lo stato africano, la scorsa settimana, ha permesso a Bashir di partecipare al vertice annuale dell'Ue e di lasciare il Paese contravvenendo alle indicazioni del Tribunale dell'Aja che ne aveva chiesto l'arresto e l'estradizione. "La questione cui dobbiamo rispondere oggi - ha affermato la Bensouda - è se il popolo del Darfur, che continua a patire sofferenze riconosciute anche dall'Unione africana, debba ricevere la giustizia che merita. Se alle loro difficoltà si risponderà con una giustizia imparziale e indipendente o se le loro richieste continueranno a incontrare solo una tacita inazione". Secondo i rapporti delle Nazioni Unite e di diverse organizzazioni internazionali, nei combattimenti tra le forze governative e i gruppi armati ribelli sono state commesse atrocità come stragi di civili e stupri di massa.

Le violenze e i bombardamenti sono diffusi non solo in Darfur, ma anche in altre aree del Sudan. Resta però la regione occidentale la vera spina nel fianco di Khartoum. Dodici anni dopo lo scoppio del conflitto e l'avvio di quella che è stata definita la crisi umanitaria più grande del mondo, in Darfur si continua a morire e circa l'80 per cento della popolazione è direttamente coinvolta nella lotta armata.

Nonostante il disarmo delle milizie (mai realizzato concretamente), l'embargo sulle armi deliberato nel 2004 e l'imponente missione di peacekeeping dispiegata sul territorio, questa "guerra dimenticata" prosegue e si inasprisce sempre di più nell'indifferenza della comunità internazionale, che si limita ad appoggiare risoluzioni inefficaci e che restano su carta.

Antonella Napoli

Dobbiamo piantare semi di pace

  • Gen 19, 2015
  • Pubblicato in EURONEWS
  • Letto 1766 volte

Huffington Post
19 01 2015

Viviamo in tempi segnati dalla violenza. Dall'uccisione di 134 bambini innocenti a Peshawar alle 2000 persone massacrate da Boko Haram in Nigeria fino alle 17 vittime di Parigi, solo nell'ultimo mese.

Dobbiamo condannare questa violenza. Ma dobbiamo fare di più e capire le sue radici. Le esplosioni di violenza in luoghi imprevedibili contro innocenti stanno crescendo e quando qualsiasi processo cresce nella società, l'umanità ha bisogno di riflettere su ciò che lo sta alimentando, da dove arriva il suo nutrimento, e che cosa possiamo fare evitare che un futuro scoppio di violenza sconvolga la serenità e la stabilità della vita di tutti i giorni, in ogni parte del mondo.

La maggior parte delle analisi riduce e rende intrinseca la violenza a particolari culture. L'analisi dominante basata su frammentazione e riduzionismo, separa le azioni dalle loro conseguenze. Questo consente la deresponsabilizzazione della violenza strutturale fatta dalle società attraverso le guerre e un'economia globalizzata, che di fatto che ha tutte le caratteristiche di una guerra.

Ma la violenza non è essenziale per gli esseri umani o per una particolare cultura. Proprio come la pace, va coltivata - i suoi semi devono essere piantati. Come esseri umani, con tutte le diversità culturali e le nostre storie abbiamo in noi il potenziale per essere sia violenti che pacifici.

Il nutrimento per l'epidemia di violenza nei nostri tempi viene dalla violenza strutturale della guerra, dell'espropriazione, dello sradicamento e dell'esclusione. Proviene dal derubare la gente di senso, dignità, rispetto di sé, sicurezza. Questo furto di significato, ha svuotato i diritti e la dignità radicati nella diversità delle culture dell'umanità, crea un vuoto interiore che è riempito di identità posticce di tipo fondamentalista. Invece di identità coltivate in modo olistico e positivo da un senso di appartenenza e di cultura, queste identità vengono progettate in identità negative, definite solo come la negazione dell'altro.

La diffusione di guerre distruttive sia del punto di vista sociale che ecologico sta sradicando le persone in tutto il mondo. L'ultima espressione di questa logica basata sull'identità negativa è lo sterminio dell'altro. Attori potenti che hanno scatenato guerre in Afghanistan e in Siria non si assumono la responsabilità per lo sradicamento e la brutalizzazione delle comunità. In un solo anno, da metà 2013 a metà 2014, 3 milioni di rifugiati sono stati costretti ad abbandonare la Siria, 2,6 milioni l'Afghanistan, 1 milione la Somalia e 5 milioni il Sudan. E anche quelli che non hanno potuto lasciare le loro case come rifugiati sono stati trasformati in rifugiati culturali ed economici sottraendo loro sicurezza e stabilità. Gli esseri umani brutalizzati diffondono brutalità.

Samuel Huntington, famoso per il suo Clash of Civilizations (Scontro di civiltà), ha sbagliato quando ha detto "possiamo solo sapere che siamo, quando sappiamo che odiamo'. In India, la pratica del controllo del respiro il pranayama', recita così "sei, quindi sono". Seminiamo i semi della pace ogni volta che ricordiamo e celebriamo la nostra dipendenza dagli "altri". Essere aperti alla "diversità" degli altri crea le condizioni di compassione, pace e benessere di tutti.

Vandana Shiva

Womenareurope
04 02 2014


FEBBRAIO 4, 2014 DI WOMENAREUROPE
Manifestazioni a Madrid e in altri Paesti europei contro riforma aborto
Si chiama ‘treno della libertà’ ed è partita dalla stazione madrilena di Atocha la manifestazione contro la riforma dell’aborto varata dal governo spagnolo. Lanciata da due associazioni femminili asturiane, la protesta è stata raccolta da centinaia di associazioni, e le manifestanti sono giunte da tutto il Paese.

http://it.euronews.com/2014/02/01/spagna-manifestazione-a-madrid-e-in-altri-paesi-europei-contro-riforma-dell-/

Euronews
23 08 2012


Sarà piu facile per i Rom ottenere lavoro in Francia. Il governo Hollande diminuisce le restrizioni sull’impiego di lavoratori di etnia rom provenienti da Romania e Bulgaria. L’annuncio è arrivato al termine di una riunione d’urgenza convocata a Matignon dal primo ministro Jean-Marc Ayrault dopo le polemiche scoppiate nei giorni scorsi per lo sgombero dei campi nomadi.

Ayrault ha incontrato gli esponenti dell’associazione Romeurope: “Non esiste un problema Rom – dichiara Malik Salemkour di Romeurope – non c‘è una richiesta specifica da parte dei Rom se non quella di vivere una vita dignitosa, in condizioni idonee sul territorio francese. 20 mila rom: non è un numero enorme, dobbiamo trovare una soluzione.”

Tra le misure adottate, in vigore fino al 2013, l’abolizione della tassa di 300 euro che i datori di lavoro dovevano pagare e l’ampliamento della lista dei lavori accessibili.

Misure criticate dall’opposizione politica: “La Francia ha il 10% di disoccupati – dice Eric Ciotti, deputato dell’UMP – è pura illusione far sperare che queste persone, spesso prive di una formazione, possano lavorare.”

Il governo socialista continuerà, però, a smantellare i campi clandestini, per mettere fine ad una “situazione di pericolo e rischio sanitario”. La Commissione Europea ha accolto con favore l’annuncio del governo, invitandolo a ‘‘rimuovere tutte le restrizioni ancora in vigore.”

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