Oct 31, 2026
Il Fatto Quotidiano
07 12 2015

Sarebbe drammatico se in questi giorni passasse l’emendamento presentato nell’ultima legge di stabilità detto “Codice Rosa”. L’emendamento propone una ipotesi di futuro sistema di protezione per donne che hanno subito violenza che mette al centro degli interventi di presa in carico per uscire dalla violenza i pronto soccorso (Ministero della Salute) e attraverso questi l’attivazione di meccanismi rigidi da parte delle forze dell’ordine (Ministero dell’Interno) e della magistratura (Ministero della Giustizia), in questa prospettiva le donne che subiscono violenza non avranno alcuna opportunità di scelta. Anzi un tale percorso le espone a maggiori pericoli e a una ulteriore vittimizzazione, sotto l’egida delle procure d’Italia che non hanno assolutamente questa funzione.

A chi serve il Codice Rosa se, come vuole l’emendamento, le donne entrando nei Pronto Soccorsi si troveranno ad affrontare in un percorso obbligatorio di denuncia accompagnate solo dalle forze di polizia e dalle autorità giudiziarie? C’è la reale possibilità che le donne, da domani, decideranno di non farsi curare perché non si sentiranno protette dal percorso “Codice-Rosa”. Quali saranno le alternative per uscire dalla violenza? Avranno paura di rientrare a casa, appena uscite dall’ospedale, dove ci sarà di nuovo qualcuno pronto a fare peggio di quando vi sono entrate, se non ad ammazzarle. Mentre servono Reti di servizi di presa in carico territoriale coordinati e Centri antiviolenza che possono sostenere la scelta di uscire dalla violenza.

Questo emendamento non è in linea con la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne sottoscritta dall’Italia e giuridicamente vincolante dall’agosto 2014. La Convenzione pone i diritti delle donne che subiscono violenza al centro di misure legislative, di politiche integrate e di azioni coordinate sui territori tra le articolazioni dello Stato e i centri antiviolenza, le organizzazioni di donne e per i diritti umani. In Italia come strumenti per attuare questi obblighi abbiamo ad oggi la legge 119/13 e il Piano Nazionale Antiviolenza del Dipartimento Pari opportunità del 2015.

Sono almeno tre anni che circola la proposta “Codice Rosa”. Le associazioni che lavorano in questo campo e le esperte che ne conoscono le nefaste conseguenze, l’hanno sempre avversata ogni volta che se la sono trovata servita sotto diverse forme, non ultima nei tavoli di discussione e costruzione del Piano Nazionale Antiviolenza. Ora rispunta in un emendamento sulla legge di stabilità.

La violenza maschile contro le donne è un fenomeno sociale strutturale che necessita risposte politiche e azioni coordinate dello Stato nei diversi territori, non si può interpretare solo in una ottica prettamente sanitaria, di ordine pubblico e di sicurezza come fa l’emendamento del “Codice Rosa”. Tali manovre, che dovrebbero essere inammissibili nella legge di stabilità, sono frutto di legislatrici e legislatori che, consapevoli o meno, autorizzano così una vittimizzazione istituzionale delle donne che subiscono violenza. Ciò vorrebbe dire essere sotto scacco di quella cultura politica che continua a non rispondere agli impegni di salvaguardia e protezione dei diritti umani. Non si può mettere l’interesse di alcuni Ministeri al di sopra del diritto che deve essere garantito dallo Stato alle sue cittadine e alle altre donne.

Serve un “Codice Rosa” nei pronto soccorsi? Servono pronti soccorsi attrezzati e con personale formato, in grado di offrire cure, informazione e assistenza verso una uscita dalla violenza consapevole. Servono pronto soccorsi che lavorino con la rete dei servizi territoriali, compresi i centri antiviolenza, (le forze dell’ordine, i servizi sociali etc.) all’interno del Piano Nazionale Antiviolenza. La rete deve pertanto essere capace di prendersi in carico una donna (ed eventuali figli), nel momento in cui lei decide di uscire dalla violenza, garantendone la protezione h24.
Servono, in periodo di austerity, risorse adeguate, spese in maniera efficace, per la formazione omogenea di tutto il personale delle reti territoriali, affinché il sostegno alle donne dia risultati.

Non inventiamoci nulla, chi oggi è al potere legislativo ed esecutivo se proprio vuole richiamare la questione della violenza nella legge di Stabilità (anche se ribadisco dovrebbe essere  inammissibile), dovrebbe inserire riferimenti di più ampio respiro e maggiore visione come prevede la Convenzione di Istanbul, che agisca nel rispetto della legge 119/13 e del Piano Nazionale.
Se i legislatori quando propongono emendamenti sapessero quali sono le drammatiche conseguenze che derivano dalle loro azioni, e se si informassero prima, forse la democrazia prenderebbe una forma diversa e saremmo più disponibili e convinti tutte e tutti nell’andare a votare chi ci dovrebbe rappresentare.

Simona Lanzoni

Toscana. Il Codice Rosa diventa operativo in tutta la regione

  • Mercoledì, 12 Marzo 2014 14:34 ,
  • Pubblicato in Flash news

Quotidianosanita'
12 03 2014

Il progetto è stato esteso alle ultime realtà ancora non coinvolte: aziende 1 di Massa e Carrara, 3 di Pistoia, 7 di Siena, 10 di Firenze, e le aziende ospedaliero universitarie pisana e senese. Marroni: "Lavoro essenziale per emersione abusi e maltrattamenti".

12 MAR - Il Codice Rosa è presente in tutta la Toscana. Con una delibera approvata dalla giunta, che estende il progetto regionale alle aziende 1 di Massa e Carrara, 3 di Pistoia, 7 di Siena, 10 di Firenze, e alle aziende ospedaliero universitarie pisana e senese, ora il progetto del Codice Rosa copre l'intero territorio toscano, essendo presente nelle 12 aziende sanitarie e nelle 4 aziende ospedaliero-universitarie della regione.

"I dati di attività dimostrano come il progetto regionale del Codice Rosa contribuisca all'emersione del fenomeno dei maltrattamenti e abusi commessi nei confronti delle fasce deboli della popolazione: donne, ma anche bambini, anziani, omosessuali, extracomunitari – dice l'assessore al diritto alla salute Luigi Marroni - Nel 2012, nelle 5 aziende in cui il Codice Rosa era presente, sono stati registrati 1.455 casi di violenza, mentre nel 2013, con 10 aziende, sono stati accertati 2.998 casi. Il lavoro di squadra che mette in rete tante competenze diverse - medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, magistratura, forze dell'ordine, associazioni, centri antiviolenza - si è dimostrato molto efficace nel far emergere gli episodi di violenza, dare sostegno alle vittime e perseguire i responsabili".

Il progetto del Codice Rosa è partito nel 2010 nella Asl di Grosseto. Dal gennaio 2012 è diventato progetto regionale, con la firma di un protocollo tra Regione Toscana e Procura della Repubblica, coinvolgendo 5 aziende. Dal gennaio 2013 altre 5 aziende sono entrate nel progetto. Con l'estensione del progetto alle rimanenti 6 aziende, ora il Codice Rosa è operativo in tutte le aziende della Toscana.

Nel 2013, nelle 10 aziende in cui il Codice Rosa era attivo sono stati registrati 2.998 casi, di cui 2.646 su adulti (2.536 maltrattamenti, 85 abusi, 25 stalking), e 352 su minori (293 maltrattamenti e 59 abusi). Dal 2012 ad oggi, la Regione ha destinato al progetto del Codice Rosa la cifra complessiva di 595.000 euro: per l'allestimento della ‘stanza rosa’ nei pronto soccorso, la dotazione di tutto il materiale necessario, le spese aggiuntive per il personale (reperibilità/straordinari), l'organizzazione delle iniziative formative rivolte al personale e le attività informative/comunicative rivolte alla cittadinanza.

Codice rosa, bloccata la sua estensione a livello nazionale

  • Martedì, 25 Febbraio 2014 13:57 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
25 02 2014

Le buone pratiche ci sono anche in Italia, nascono dal basso, funzionano, ma poi non vengono adottate a livello nazionale.È il caso del codice rosa antiviolenza sviluppato dall’Asl 9 di Grosseto, insieme alla procura, alle forze dell’ordine e ai centri antiviolenza. Una stanza ”rosa” (come una rosa bianca) accoglie al pronto soccorso le vittime di violenza. Sono in maggioranza donne picchiate dai loro compagni e mariti o molestate, ma anche anziani, bambini, immigrati. Codice rosa offre assistenza, ascolto, raccolta delle prove per il processo. Una procedura che ha consentito di accelerare l’iter giudiziario e di aumentare la fiducia nelle istituzioni.

Lo Stato ci ha provato a estendere questa esperienza su tutto il territorio, all’interno dei sette tavoli formati dal ministero delle Pari opportunità per scrivere il Piano nazionale antiviolenza, previsto dal decreto Femminicidio. I tavoli dovevano portare a diversi protocolli/regolamenti su formazione degli operatori, rete di assistenza, intervento nei pronto soccorsi, raccolta dei dati, educazione nelle scuole, rinserimento delle donne nel tessuto lavorativo, rieducazione degli uomini maltrattanti.

Del codice rosa si è occupato un tavolo specifico. Vi sedevano tutti i ministeri coordinati dal dipartimento Pari opportunità e le associazioni femminili, Udi e Dire, in rappresentanza dei centri antiviolenza. Il lavoro si è avviato a ottobre, e poi si è rallentato fino a fermarsi. Il 14 ottobre, all’incontro “Great network” organizzato alla scuola di polizia di Roma la ministra della Salute Beatrice Lorenzin affermava: «In Italia non siamo all’anno zero, ci sono esperienze avviate e produttive, come quella del codice rosa di Grosseto». Il 25 novembre, giornata mondiale della violenza contro le donne lex viceministra con delega alle Pari opportunità Maria Cecilia Guerra era in visita a Grosseto. Si è trattato di un’investitura, i tempi sembravano maturi, ma passa dicembre, poi gennaio, a febbraio tutti i tavoli sono stati riconvocati, si voleva chiudere prima che cadesse il governo, ma del tavolo sul codice rosa non si è saputo più nulla, tutto bloccato.

Fonti interne al tavolo raccontano che il problema è stata l’accelerata del ministero degli Interni che voleva che il codice fosse coordinato dai prefetti, iniziativa presa senza consultare Pari opportunità e associazioni femminili. Il coordinamento ai prefetti, avrebbe riportato la lotta alla violenza a un approccio emergenziale, e non di tipo strutturale, raccontano dal tavolo. Si cerca una diversa soluzione che non si trova.

Nel frattempo si moltiplicano le iniziative locali per tamponare la situazione. Infatti, il sistema sanitario nazionale ancora non riconosce la violenza di genere che riconduce a “violenza privata” e non forma il personale. Se una donna arriva al pronto soccorso può solo augurarsi di trovare un medico attento e sensibile. In Lazio è stato lanciato da poco ‘percorso rosa’, un codice di pronto soccorso criptato che prevede «un percorso ad hoc nel caso di violenza sessuale o fisica con l’immediata attivazione della task force interistituzionale in cui entrano prefettura, questura, carabinieri e tutte le professionalità» spiega la sua ideatrice l’assessore alle Pari opportunità e sicurezza Concettina Ciminiello impegnata in questi giorni a chiudere il protocollo operativo. Ci sono poi esperienze più simili a quella di Grosseto in Veneto, in Lombardia, in Basilicata, in Puglia, promosse da singole realtà ospedaliere.

In Toscana, dove da quest’anno il codice è attivo in tutte le asl della regione i numeri parlano da soli: nel 2012, nelle 5 aziende toscane in cui il Codice rosa era già in funzione (Lucca Prato, Arezzo, Grosseto, Viareggio), sono stati trattati 1.455 casi di maltrattamenti e abusi su adulti e minori; da gennaio a settembre 2013, in 10 asl (si sono aggiunte Pisa, Livorno, Empoli, Careggi e Meyer a Firenze) i casi sono saliti a 2.259, di cui 2.139 maltrattamenti, 108 abusi, 12 maltrattamenti in seguito a stalking. Sappiamo anche che 2.006 erano adulti e 253 bambini. Le associazioni per questo chiedono una ministra delle Pari opportunità oppure che le deleghe rimangano al presidente del Consiglio in modo che il lavoro sul Piano antiviolenza possa concludersi.

Violenza sulle donne, in ospedale ci sarà il codice rosa

  • Martedì, 18 Febbraio 2014 09:35 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Repubblica
18 02 2014

Un "codice rosa" contro la violenza sulle donne, un modo per non lasciare da sole le vittime da subito, fin dal primo soccorso. Una rivoluzione simbolica e sostanziale che verrà introdotta negli ospedali del Lazio quando sarà approvata la legge contro la violenza sulle donne licenziata ieri in Commissione alla Pisana …

Il "codice rosa", ha spiegato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, "è quello assegnato alle donne che si presentano al pronto soccorso con i segni di violenza. L'idea è far partire da qui un percorso che va dall'assistenza medica e psicologica alla denuncia, fino all'accompagnamento nell'iter processuale". ...