La Stampa25 02 2014 Le buone pratiche ci sono anche in Italia, nascono dal basso, funzionano, ma poi non vengono adottate a livello nazionale.È il caso del codice rosa antiviolenza sviluppato dall’Asl 9 di Grosseto, insieme alla procura, alle forze dell’ordine e ai centri antiviolenza. Una stanza ”rosa” (come una rosa bianca) accoglie al pronto soccorso le vittime di violenza. Sono in maggioranza donne picchiate dai loro compagni e mariti o molestate, ma anche anziani, bambini, immigrati. Codice rosa offre assistenza, ascolto, raccolta delle prove per il processo. Una procedura che ha consentito di accelerare l’iter giudiziario e di aumentare la fiducia nelle istituzioni. Lo Stato ci ha provato a estendere questa esperienza su tutto il territorio, all’interno dei sette tavoli formati dal ministero delle Pari opportunità per scrivere il Piano nazionale antiviolenza, previsto dal decreto Femminicidio. I tavoli dovevano portare a diversi protocolli/regolamenti su formazione degli operatori, rete di assistenza, intervento nei pronto soccorsi, raccolta dei dati, educazione nelle scuole, rinserimento delle donne nel tessuto lavorativo, rieducazione degli uomini maltrattanti. Del codice rosa si è occupato un tavolo specifico. Vi sedevano tutti i ministeri coordinati dal dipartimento Pari opportunità e le associazioni femminili, Udi e Dire, in rappresentanza dei centri antiviolenza. Il lavoro si è avviato a ottobre, e poi si è rallentato fino a fermarsi. Il 14 ottobre, all’incontro “Great network” organizzato alla scuola di polizia di Roma la ministra della Salute Beatrice Lorenzin affermava: «In Italia non siamo all’anno zero, ci sono esperienze avviate e produttive, come quella del codice rosa di Grosseto». Il 25 novembre, giornata mondiale della violenza contro le donne lex viceministra con delega alle Pari opportunità Maria Cecilia Guerra era in visita a Grosseto. Si è trattato di un’investitura, i tempi sembravano maturi, ma passa dicembre, poi gennaio, a febbraio tutti i tavoli sono stati riconvocati, si voleva chiudere prima che cadesse il governo, ma del tavolo sul codice rosa non si è saputo più nulla, tutto bloccato. Fonti interne al tavolo raccontano che il problema è stata l’accelerata del ministero degli Interni che voleva che il codice fosse coordinato dai prefetti, iniziativa presa senza consultare Pari opportunità e associazioni femminili. Il coordinamento ai prefetti, avrebbe riportato la lotta alla violenza a un approccio emergenziale, e non di tipo strutturale, raccontano dal tavolo. Si cerca una diversa soluzione che non si trova. Nel frattempo si moltiplicano le iniziative locali per tamponare la situazione. Infatti, il sistema sanitario nazionale ancora non riconosce la violenza di genere che riconduce a “violenza privata” e non forma il personale. Se una donna arriva al pronto soccorso può solo augurarsi di trovare un medico attento e sensibile. In Lazio è stato lanciato da poco ‘percorso rosa’, un codice di pronto soccorso criptato che prevede «un percorso ad hoc nel caso di violenza sessuale o fisica con l’immediata attivazione della task force interistituzionale in cui entrano prefettura, questura, carabinieri e tutte le professionalità» spiega la sua ideatrice l’assessore alle Pari opportunità e sicurezza Concettina Ciminiello impegnata in questi giorni a chiudere il protocollo operativo. Ci sono poi esperienze più simili a quella di Grosseto in Veneto, in Lombardia, in Basilicata, in Puglia, promosse da singole realtà ospedaliere. In Toscana, dove da quest’anno il codice è attivo in tutte le asl della regione i numeri parlano da soli: nel 2012, nelle 5 aziende toscane in cui il Codice rosa era già in funzione (Lucca Prato, Arezzo, Grosseto, Viareggio), sono stati trattati 1.455 casi di maltrattamenti e abusi su adulti e minori; da gennaio a settembre 2013, in 10 asl (si sono aggiunte Pisa, Livorno, Empoli, Careggi e Meyer a Firenze) i casi sono saliti a 2.259, di cui 2.139 maltrattamenti, 108 abusi, 12 maltrattamenti in seguito a stalking. Sappiamo anche che 2.006 erano adulti e 253 bambini. Le associazioni per questo chiedono una ministra delle Pari opportunità oppure che le deleghe rimangano al presidente del Consiglio in modo che il lavoro sul Piano antiviolenza possa concludersi.