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l'Espresso04 06 2015Orgoglio italiano, finalmente siamo primi in qualcosa: l'odio razziale. Tra i nostri cugini europei non c'è infatti nessuno che ci batte quando si parla di detestare i rom e i musulmani. Quando invece si tratta di odiare gli ebrei siamo secondi dietro la Polonia: peccato, abbiamo sfiorato il triplete. Sarà per la prossima volta.A certificare che in Europa siamo un caso di studio, in senso negativo ovviamente, ci pensa una ricerca pubblicata ieri dal Pew research center e dedicata in generale all'Unione Europea, con una parte che si concentra invece sulla percezione delle minoranze nei vari paesi. La ricerca non credo possa cogliere nessuno di sopresa, anche se i numeri del distacco rispetto ai nostri vicini europei sono quantomeno inquietanti.Ma basta ciarlare, ecco qualche numero. Come vengono percepiti i Rom in Europa?Gli italiani, con l'86 per cento, sono di gran lunga il popolo che vede con maggior sfavore i Rom. Solo 9 italiani su 100 hanno un'opinione favorevole. Piuttosto curioso notare come in Germania, Spagna e Regno Unito siano molti di più coloro che hanno una percezione positiva e solo la Francia, seppure con numeri assai diversi, è più o meno nella nostra situazione. Direi che questo grafico dovrebbe aiutare a capire quanto il problema forse non siano direttamente "i rom" in quanto tali, ma la gestione della loro presenza sul territorio. Gestione su cui tanti hanno lucrato, e lucrano, milioni di euro e voti.Vabbeh ma i rom saranno un'eccezione no? Chissà quanto siamo più moderati e aperti quando parliamo di altre categorie, come i musulmani. Beh, non proprio.Anche qui, siamo primi in classifica. Sei italiani su dieci non vedono di buon occhio i musulmani, mentre in Regno Unito, Francia e Germania le cifre sono ribaltate. Una ricerca che conferma quanto riportato da un altro studio, quello di Ipsos, di cui avevo parlato un anno fa circa e da cui emergeva come gli italiani credono di essere circondati da musulmani.A completare il terzetto arriva la percezione per gli ebrei. "Purtroppo" qui ci classifichiamo solo secondi, dietro la Polonia.Interessante in ogni caso notare come un italiano su 5 abbia un qualche pregiudizio nei confronti degli ebrei, mentre in Francia e Regno Unito a condividere questi sentimenti sono appena 7 persone su cento.Forse dovrei chiudere questo post con una mia opinione, un giudizio su quanto avviene di fronte ai nostri occhi, un commento sulla stranezza del caso italiano in Europa. Ma stavolta preferisco tacere e far parlare i semplici numeri. Se volete dire qualcosa voi, i commenti sotto sono il posto giusto.PS. Temendo che qui sotto possa scatenarsi l'inferno già avvenuto in occasione della ricerca sull'ignoranza degli italiani, mi premuro di darvi tutte le informazioni aggiuntive per valutare la bontà e la serietà dello studio. A questo link trovate il testo della ricerca. Per ottenere questi risultati, il centro Pew ha realizzato interviste a campione, qui trovate i dettagli sulla metodologia: dichiarano un margine di errore del 4,1 per cento.Mauro Munafò
Il Fatto Quotidiano23 12 2014
Gli occupati sono il 2,1% in meno, così come i giovani laureati. Un'età media sempre più alta, così come la popolazione, di cui gli immigrati sono il 7,4%. Aumenta la spesa low cost, male la grande distribuzione e le piccole botteghe. In calo i viaggi. Si legge sempre meno e diminuisce l'amore per il cinema. Resistono radio, tv, teatri e museiGli italiani sono più vecchi, sempre meno occupati e poco interessati alla politica. È quanto è emerso dall’Annuario Statistico Italiano dell’Istat del 2014. I dati, relativi all’anno 2013, fotografano una nazione in cui, malgrado la popolazione sia cresciuta di un milione di persone, l’età media è la seconda più alta d’Europa e i giovani laureati sono solo al 12,3 per cento. Considerando l’ultimo posto nella graduatoria Ue per quanto riguarda la spesa pubblica per l’istruzione, poi, non sorprende che in Italia si leggano meno libri e quotidiani. È il lavoro, tuttavia, a destare le maggiori preoccupazioni: nel 2013 gli occupati sono stati 478mila in meno rispetto all’anno precedente. La precaria situazione lavorativa, in cui si riflette un incremento del part-time, si riversa sui consumi, che penalizzano le piccole botteghe a vantaggio del low-cost.
SEMPRE MENO OCCUPATI. Nel 2013 il numero degli occupati si è ridotto a 22,420 milioni di persone, con un calo del 2,1% rispetto al 2012. Il tasso di occupazione per la fascia 15-64 anni si ferma così al 55,6%, “molto al di sotto del dato Ue, 64,1%”. I disoccupati, per cui si intendono le persone in cerca di lavoro, salgono al 12,2%, per un incremento di 1,5 punti, mentre il tasso di inattività del 2013 è pari al 36,5%, “ben superiore alla media Ue, che si attesta al 28 per cento.
La crescita anagrafica della popolazione si rispecchia nell’aumento di lavoro per i 55-64enni (da 40,4% a 42,7%) e nella diminuzione degli occupati tra i 15-34enni (da 18,5% a 16,3%) e i 25-34enni (da 63,8% a 60,2%). Diminuiscono, secondo l’Istituto di statistica, i dipendenti con contratto a tempo indeterminato e quelli a termine, mentre, consequenzialmente, aumenta il lavoro part-time del 2,8 per cento. E così i lavoratori dipendenti sono 335mila in meno, 143mila gli indipendenti.
Il tasso di occupazione 2013 è al 55,6%, “valore che si mantiene ampiamente al di sotto della media Ue (64,1%)”. Quello maschile è al 64,8% (dal 66,5% del 2012), mentre il tasso riferito alle donne è al 46,5% (47,1% l’anno precedente). Rimangono ampi i divari territoriali, con il tasso di occupazione che al Nord (64,2%) è oltre venti punti più elevato di quello dell’area meridionale (42%)”.
Il calo, secondo l’Istat, “riguarda tutti i settori, ma i più colpiti sono costruzioni (-9,3%), con 163mila posti di lavoro persi e agricoltura (-4,2%, 163mila lavoratori in meno)”. Il secondario conta un calo di 89mila unità, meno di metà rispetto ai servizi, che perdono 191mila dipendenti. La disponibilità di posti vacanti tra industria e servizi è nel 2013 pari allo 0,5% del totale delle posizioni lavorative. Nelle grandi imprese l’indice generale dell’occupazione alle dipendenze flette in media dell’1,4%, come anche il ricorso alla Cassa integrazione (-1,4 ore ogni mille lavorate).
Nel corso del 2013 sono stati rinnovati 17 contratti collettivi nazionali coinvolgendo poco più della metà dei lavoratori, con un aumento dell’indice delle retribuzioni orarie contrattuali dell’1,4%: l’Istat lo indica ricordando che con il blocco contrattuale anche nel 2013 non c’è stato invece alcun rinnovo nella pubblica amministrazione, dove quindi “gli aumenti sono pari a zero”. Quasi un dipendente su due è in attesa di vedere rinnovato il proprio contratto nazionale di lavoro (48,1% contro il 30,4% del 2012).
MENO GIOVANI NEGLI ATENEI Poco più della metà dei giovani che prendono il diploma si iscrivono all’Università: nell’anno accademico 2012-2013, solo il 55,7%, a fronte del 72 per cento dell’anno accademico 2003-2004. Ad avere il diploma di scuola superiore, ha sottolineato l’Annuario Istat, sono tre persone su dieci e i laureati sono circa 1.400 in meno rispetto all’anno precedente . Il passaggio dalle superiori all’Università è andato progressivamente riducendosi. I valori sono più alti per i residenti nelle regioni del Nord-Ovest e in quelle del Centro (entrambe 60,2). La popolazione universitaria è di 1.709.407 studenti, in flessione rispetto all’anno precedente (-2,4%). Sono soprattutto i liceali a proseguire gli studi: 6 su 10 si dichiarano studenti a tempo pieno contro meno del 20% dei diplomati degli istituti tecnici e il 6,7% di quelli degli istituti professionali. (-0,5%).
ULTIMI UE PER SPESA PUBBLICA ISTRUZIONE. I dati poco incoraggianti dell’Annuario sull’Università diventano più comprensibili se si considera che la spesa pubblica per l’istruzione in Italia si ferma al 4,6% del Pil, una percentuale che piazza la Penisola in fondo alla classifica dei Paesi europei. Graduatoria capeggiata dalla Danimarca (7,9%), ma fanno meglio anche Germania, Francia, Regno Unito, Spagna, Portogallo o Irlanda. I dati si basano su quelli Ocse del 2011, che si riferiscono a tutti i livelli d’istruzione e considerano come fonti di finanziamento le spese dirette pubbliche per gli istituti scolastici e i sussidi pubblici alle famiglie.
POCO INTERESSE PER LA POLITICA. La partecipazione degli italiani alle tornate elettorali diminuisce sempre di più. L’Annuario 2014 porta ad esempio sia le recenti europee che le ultime politiche. Per le politiche nel 2013 si è registrato un 72,3%, quando fino agli anni 80 la partecipazione al voto per entrambe le Camere si era mantenuta al di sopra della soglia del 90%. Negli anni, fa notare l’Istituto, il numero di cittadini italiani chiamati alle urne per le consultazioni europee è andato sempre aumentando, ma la quota di quanti hanno effettivamente partecipato è diminuita, scendendo dall’85,7% dei votanti del 1979 al 57,2% del 2014, il minimo storico.
PIU’ VECCHI. Solo la Germania, in Europa, ha un’età media più alta dell’Italia. Secondo l’Istat, al 1 gennaio 2013 l’indice di vecchiaia è di 151,4 anziani ogni 100 giovani (148,6 nel 2012). Di contro, grazie alla riduzione dei rischi di morte, prosegue anche nel 2013 l’incremento della speranza di vita alla nascita: per gli uomini da 79,6 del 2012 a 79,8 e per le donne da 84,4 a 84,6: nell’Unione, l’Italia è ai vertici insieme a Svezia, Spagna e Francia.
LA POPOLAZIONE AUMENTA. I residenti nel territorio nazionale sono stati oltre un milione in più in un anno. Più del 7,4% sono stranieri, + 8,3% rispetto al 2012. Il 28,3% di questi cittadini proviene dall’Ue, il 24,3% dall’Europa centro-orientale e il 14,1% dall’Africa settentrionale.
Stando alle rilevazioni dell’Istat, al 31 dicembre 2013 in Italia si contavano complessivamente 60.782.668 di persone, l’1,8 per cento in più rispetto all’inizio dell’anno. La ripartizione in cui si è registrato il maggiore incremento è il Centro (+3,3%), mentre quella più popolosa è il Nord-Ovest (26,5% del totale).
Nel 2013 i decessi sono stati 600.744, in calo rispetto all’anno precedente (612.883). Parallelamente però si è assistito a una riduzione delle nascite (514.308 contro 534.186 del 2012). Di conseguenza, il saldo naturale (-86.436) è più negativo rispetto a quello dell’anno precedente (-78.697).
In calo, invece, le separazioni legali (che sono passate da 88.797 del 2011 a 88.288 del 2012) e i divorzi (da 53.806 a 51.319). Le separazioni consensuali sono molte di più di quelle giudiziali.
PIU’ SPESA LOW COST. Nel 2014 cresce solo la spesa low cost nei discount che fa segnare un aumento del 2,4%, mentre calano tutte le altre forme distributive sia alimentari che non. I dati, basati sui calcoli di Coldiretti, evidenziano un calo generale dell’1,3%. In particolare, un italiano su tre (32%) fa regolarmente scorta di cibo in offerta mentre la metà degli italiani (49,8%).
Leggermente in calo (-0,6%) risultano le vendite nella grande distribuzione ma un vero tonfo si rileva per le piccole botteghe, soprattutto alimentari, con un calo del 2,6% “che, precisa Coldiretti, ne mette a serio rischio la sopravvivenza”. Crescono invece gli acquisti di prodotti alimentari a basso prezzo nei discount, “a cui però può corrispondere anche una bassa qualità, con il rischio che il risparmio sia solo apparente.
MENO VIAGGI. Nell’ultimo quinquennio gli italiani hanno viaggiato sempre meno facendo registrare una perdita complessiva di quasi 51 milioni di viaggi e circa 263 milioni di notti in albergo. Le vacanze brevi subiscono la maggior diminuzione passando da circa 32,3 milioni nel 2012 a circa 24,8 milioni nel 2013. Anche le vacanze lunghe dei residenti con più di 15 anni sono sono molto al di sotto della media Ue, pari nel 2012 a 2,5 viaggi pro capite, contro il dato italiano che supera di poco l’unità.
Neanche sul turismo in ingresso i dati Istat fanno sorridere. Da un lato infatti l’Italia si colloca in terza posizione, tra i Paesi europei, per numero di presenze totali negli esercizi ricettivi, con un’incidenza di quelle straniere superiore alla media europea (47,4 rispetto a 42,7%). Dall’altro, però, il flusso dei clienti nel 2013 è di 376,7 milioni di presenze, in calo dell’1,1% rispetto al 2012, con una permanenza media di 3,63 notti (-0,04 notti). Nello stesso anno l’indice del fatturato nel settore dell’alloggio segna una contrazione dell’1,1%. I turisti sono più orientati verso gli alberghi a 4 e 5 stelle e preferiscono come mete le regioni del Veneto, Trentino-Alto Adige, Toscana e Lazio.
SI LEGGE MENO. I numeri dell’Istituto di statistica confermano la scarsa attitudine degli italiani a leggere quotidiani e libri. In calo anche l’interesse per il cinema, mentre la televisione rimane l’attrazione preferita soprattutto tra i bambini dai 3 anni in su e tra gli over 60. La radio può contare su un pubblico affezionato che non cala. Di contro però, si va di più a teatro, ai concerti, in discoteca e nei musei.
Nel dettaglio, nel 2013 è diminuita la tiratura di quasi un quinto dei libri (nel 2012 ne sono stati pubblicati 59.230, per un totale di 179 milioni di copie). In aumento solo le prime edizioni (il 64,8% della produzione). Il cinema è apprezzato dal 47,8% della popolazione (nel 2010 la percentuale era del 52,3%).
I consumi culturali invece “riprendono a crescere”, invece, nel 2014, soprattutto fuori casa. Il 62,6% della popolazione ha infatti assistito ad almeno uno spettacolo o un intrattenimento o ha visitato musei e mostre (61,1% nel 2013). Al top del gradimento, sottolinea l’Istat, le visite a musei, mostre e siti archeologici (dal 25,9% del 2013 al 27,9%) e la partecipazione a spettacoli sportivi (dal 24,4 al 25,2%).
La preferenza è per la musica. Nella graduatoria vincono le discoteche e balere (19,4%), segue a ruota il teatro (18,9%), gli altri concerti e, all’ultimo posto, la musica classica, che interessa appena il 9,3% della popolazione.
Fanno sorridere i dati sui musei, che registrano 1,8 milioni di visitatori in più nel 2013 rispetto all’anno precedente. Lo scorso anno sono stati oltre 38 milioni e 190 mila le persone hanno varcato la soglia dei 431 luoghi di antichità e arte presenti sulla Penisola. Ma sono quelli del Lazio, con 17,6 milioni di ingressi, e della Toscana, che da sola registra quasi lo stesso numero di visite (poco più di 6,1 milioni) totalizzate dall’insieme delle regioni del Nord, ad essere presi d’assalto.
Anche il piccolo schermo registra una disaffezione pur rimanendo tra le attrazioni più apprezzate: la guarda il 91,1% della popolazione di tre anni e più (92,3% nel 2013). La tv attrae spettatori in tutte le fasce di età, anche se i più accaniti sono i giovanissimi di 6-14 anni (94%) e i 60-74enni (94%). La radio non perde ascoltatori e rimane una abitudine per il 56,7% della popolazione. I programmi radiofonici hanno le maggiori audience fra i giovani di 18-24 anni (68%) e fra i 25-44enni (72%).
Corriere della Sera20 10 2014
dal nostro inviato Leonard Berberi
TIRANA (Albania) – «Sa qual è stata la prima parola di mio figlio? “Babi”, vuol dire papà in albanese. Forse è un segno, ma come faccio a tornare in Italia se il bimbo è nato e cresciuto qui?». Luca Falanga è seduto in un bar di Rruga e Durresit, un vialone che parte dal cuore di Tirana, mentre tutt’intorno è un fiorire di cliniche dentarie italiane, agenzie turistiche che sponsorizzano una settimana di vacanza a Roma, Firenze e Venezia. Ha trentadue anni, è un perito informatico e commerciale di Galbiate, in provincia di Lecco, e nella capitale albanese lavora in un call center gestito da albanesi ma al servizio di aziende italiane.La carica dei 19 milaLuca è uno dei tanti, tantissimi, che negli anni hanno lasciato l’Italia e si sono trasferiti al di là dell’Adriatico. Chi per avventura. Chi per amore. Chi, soprattutto, per necessità. «Nel nostro Paese vivono e lavorano 19 mila italiani», calcola Erion Veliaj, ministro albanese del Benessere sociale e della gioventù nel governo socialista guidato da Edi Rama. Numeri che, al netto degli imprenditori, dei rappresentanti diplomatici e degli studenti iscritti ai corsi di Medicina all’Università Cattolica Nostra Signora del Buon Consiglio, indicano in 15-16 mila quelli che hanno un contratto di lavoro dipendente. E un permesso di soggiorno. Si trovano soprattutto a Tirana. Gli altri sono distribuiti tra Scutari, Durazzo, Valona. «Quando sono arrivato nel 2004 qui di connazionali ce n’erano davvero pochi», ricorda Pasquale Fiore, 63enne barese. «Ora ci sono giorni in cui mi sembra di stare in Italia e non a Tirana». Fiore è cuoco al Taiwan, che è una mega-struttura nel cuore della capitale dove si trovano un ristorante, un centro commerciale, diversi bar.
Da Lecco nel “Paese delle aquile”E com’è l’approccio con l’Albania? Luca Falanga sorride. «In questa città è un gran caos, dal traffico agli uffici pubblici, passando per gli ospedali. Ma è un posto con margini di crescita pazzeschi». E la Lombardia? «È smarrita. Nel Lecchese le aziende che hanno caratterizzato la mia infanzia hanno chiuso una dopo l’altra. Ho perso i miei punti di riferimento». Così, senza lavoro, s’è trasferito a Tirana. È diventato papà. «Qui anche se sei precario, ma vali, il lavoro non ti mancherà mai. E con 600 mila lek (circa 400 euro, ndr) vivi bene». Come tutti i suoi connazionali, anche Luca deve ricordarsi di rinnovare il permesso di soggiorno. «Altrimenti ti rimandano a casa». E mima con le mani il tipico gesto. «Pensi come sono cambiate le cose: una volta erano gli albanesi a fare la fila nelle nostre questure per rinnovare i documenti. Ora siamo noi».La nuova vita della famiglia friulanaLa sanità da queste parti resta un problema, secondo Falanga. «Senza soldi non vai da nessuna parte. Per fortuna ci sono gli ospedali privati, che però costano un sacco». A Tirana è un fiorire di cliniche italiane. Ne sanno qualcosa Stefano Turchetto e Laura Redivo. Marito e moglie, 38 anni lui, 37 lei, hanno due figli e arrivano da Gradisca d’Isonzo, in Friuli. In Albania lavorano come medici internisti in una struttura gestita da un altro italiano, Luca Mocenni, che è il direttore amministrativo. I figli studiano in una scuola internazionale con lezioni in inglese. Come si trova una famiglia migrante? «Io bene, mia moglie un po’ meno», dice Turchetto. «Molti servizi per la famiglia sono di fatto inesistenti». Quello che non manca è il lavoro. «A differenza dell’Italia dove la nostra categoria è bistrattata e non ha futuro». In Albania, invece, «c’è una forte domanda di medici professionisti». Anche se «resiste ancora, in alcuni settori del Paese, l’idea che uomo e donna non siano pari. Lo vedo in ospedale: certi pazienti albanesi pensano che farsi visitare da me sia meglio che farlo con mia moglie, pur essendo noi allo stesso livello. Non lo dicono in faccia, ma lo si intuisce».
Dalla Calabria al call center albaneseAntonio Giorgio Buda ha 23 anni, è di Corigliano Calabro e molti di voi l’avranno sentito proporre un’offerta per una società o l’altra via telefono. Antonio lavora in un call center gestito da alcuni trentenni albanesi. Ha studiato cucina in Francia, poi ha vissuto tra Albano Laziale e Ariccia. È arrivato nel Paese delle aquile quattro anni fa e da tre contatta le famiglie italiane. «Vengo pagato come un albanese, a volte riesco a racimolare 900 euro al mese che è tanto, considerato il costo della vita», calcola lui. «Qui non importa se sei italiano, albanese o altro. Importa solo che tu lavori». L’Italia? «Per me, per ora, è un capitolo chiuso. Non credo di avere un futuro. Ma se le cose dovessero cambiare ovvio che ci torno, è il mio Paese». Soprattutto perché, confessa, «mi manca la schiacciata calabrese. Anche se da qualche settimana è arrivata anche qui, in un supermercato italiano. Quando l’ho visto stavo quasi piangendo. Certo, il sapore è diverso e il costo esorbitante: 15 euro al chilo».
Il bar distrutto dal sisma e la fuga dalla burocraziaC’è anche chi si è letteralmente ricostruito la vita. Come Maurizio Cantalini. Cinquant’anni, viveva all’Aquila dove gestiva un bar-paninoteca nel centro storico. Poi è arrivato il terremoto. Il locale è andato distrutto e, anni dopo, non è riuscito a riaprirlo in città. Così si è trasferito. Prima in Spagna. Poi a Tirana, dallo scorso novembre, dove ha aperto «Vita 99». «Qui c’è fermento», dice. Mentre i suoi figli, di 11 e 7 anni, nati in Italia e ancora là, giocherellano tra i tavoli. «Parliamo in italiano, c’è poco tempo per imparare l’albanese oltre alle parole solite». Perché ha lasciato l’Italia? «Per le troppe tasse e la troppa burocrazia. Qui hai il 10% di prelievo fiscale e in un’ora puoi aprirti la società pagando 300 euro. Poi hai molte agevolazioni. Il ristorante di Cantalini, «Vita 99», è un omaggio alla città abruzzese. «“Vita” vuol rappresentare la rinascita dell’Aquila. Il numero, il 99, è un elemento simbolo del posto dove sono nato». Certo, anche per lui l’Albania non è il Paese delle meraviglie. «L’arretratezza infrastrutturale resta, l’Europa è ancora lontana e il divario tra i troppo poveri e i troppo ricchi è enorme. Però almeno c’è dinamismo».
Lo chef diventato star della tvAlessandro Giampietro di anni ne ha 44 ed è di Roma. È arrivato in Albania tre anni e mezzo fa. Nel suo piccolo è diventato una star della tv locale con le trasmissioni di cucina. «Ho fatto 75 puntate su Vizion+ (terza tv privata più seguita del Paese, ndr): qui il “Made in Italy” piace eccome. Non è un caso se oltre alla cucina il marchio Conad ha deciso di aprire decine di supermercati». Giampietro ha iniziato a Durazzo, poi s’è trasferito a Tirana. «Questo è un Paese intraprendente, la gente è molto più pratica, gli manca certo il senso di coordinamento, la progettazione a lungo termine. In quest’ultima noi italiani siamo abbastanza bravi».L’uomo che ha portato l’aperitivo nella movidaMarco Angelotti, romano 44enne pure lui, vive a Tirana dal 2010. «Mi sono trovato catapultato qui in una realtà ignota», racconta. «Piano piano ho però iniziato a conoscere la città, a prendere i contatti». Due anni dopo aver messo piede nella capitale albanese ha lanciato le sue attività per cambiare la movida tra aperitivi e cucina romana prima con un ristorante a due passi dall’ambasciata italiana, poi con un altro in pieno centro, a pochi metri da piazza Skanderbeg. In Italia? «Non ci sono opportunità». Angelotti non nasconde di aver vissuto qualche settimana da irregolare, con un permesso di soggiorno scaduto. «Ma come sempre qui, basta la giusta conoscenza e l’intoppo si risolve».Il ristorante nelle Marche, la crisi e l’approdo oltre l’AdriaticoFabio Crostelli, cuoco di 57 anni, arriva da Ostra (Ancona) via Porto Rico. È in Albania da meno di un anno. Dopo aver chiuso – per crisi – un ristorante nelle Marche. «Poi un amico d’infanzia, da anni in questo Paese, mi chiama e mi fa: “Vieni qui”. Io lo ammetto: non sapevo nemmeno dov’era l’Albania e avevo qualche pregiudizio». Pregiudizi che ora «sono spariti: qui ho trovato affetto, persone stupende, disponibili. Un Paese che ha voglia di fare». Così ha aperto un piccolo ristorante, a due passi dall’Istituto italiano di cultura: pochi tavoli fuori, cucina rigorosamente italiana. Il nome? «“Torcoletto da Fabio”. Lo stesso nome del locale nelle Marche». Non tutto è così bello però. «Quello che non mi piace è che le leggi spesso sono soggettive: dipende da chi le deve applicare. Eppoi non manca la corruzione. Ma le tangenti, come la vita, qui costano decisamente meno», sorride.Nello stesso tavolo è seduto Roberto Cannata. Cinquant’anni, di Torino, tre figli, racconta di essere in Albania «per rimettermi in gioco nel mondo del lavoro. Cosa che in Italia non si può fare» dopo aver lavorato nella ristorazione tra Roma e Viterbo. A Tirana ha anche lui una pizzeria. «Sono rinato qui a Tirana», dice. E anche se – come Crostelli – spiega che «qui le istituzioni sono abbastanza inesperte», calcola che «il Paese viaggia cinque volte più veloce dell’Italia. Tra poco ci raggiungeranno e ci supereranno. E forse se lo meritano».
«Il Paese cresce, chi ha voglia di fare qui è il benvenuto»«Da qualche settimana cerco soprattutto centralinisti italiani, ormai non bastano gli albanesi che parlano bene la vostra lingua», dice Agron Shehaj, un passato nel Belpaese, ora proprietario di Ids, il più grande call center dell’Albania e uno dei più importanti dei Balcani. Più di seimila dipendenti chiamano ogni giorno le famiglie oltre l’Adriatico per conto delle aziende italiane. «Nella mia società non mancano i vostri connazionali, ma ne vorrei ancora di più: chi cerca lavoro, si faccia avanti. Certo, è Tirana e non Milano o Roma, ma lo stipendio è assicurato e qui si vive decisamente bene».«Siamo un Paese giovane e ambizioso, quasi una piccola America a due passi da casa», sintetizza il ministro Erion Veliaj nel suo ufficio tutto a tema nazionale con il tavolo e le sedie rossonere. Veliaj snocciola i numeri degli italiani con soddisfazione. Ricorda che questi risultati arrivano soltanto 23 anni dopo la fine della dittatura comunista. Anche se ammette che il tasso di disoccupazione della forza lavoro locale (al 17,7% nel secondo trimestre del 2014) resta comunque alto e bisogna ridurlo di un bel po’. «Però il Paese cresce». Così come gli stipendi. Passati, certifica l’Instat, l’istituto nazionale di statistica, dai 107 euro di media del 2000 ai poco meno di 375 euro del 2013. «Chi ha voglia di lavorare qui è il benvenuto», assicura Veliaj. «Lo dico soprattutto agli italiani, non semplicemente dei vicini, ma da sempre fratelli».