Desaparecidos#43 e Megalopolis a Roma

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  • Pubblicato in Lo Spettacolo
9 ottobre, ore 21.30
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Ayotzinapa somos todos: una marea invade le strade in Messico

  • Martedì, 29 Settembre 2015 06:23 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
29 09 2015


Ad un anno dall'assassinio di tre normalisti e dalla sparizione di altri 43 studenti, le strade di decine di città sono state invase da migliaia di manifestanti. "Chiediamo giustizia e denunciamo le responsabilità del governo di Enrique Peña Nieto".

Il cielo si è fatto grigio, sembra vestito a lutto. Leggere gocce di pioggia hanno accolto l’arrivo dei primi manifestanti, i più puntuali. Ma subito la timidezza della tenue pioggia mattutina si è trasformata in un grande aquazzone. I partecipanti seguono l'andamento della pioggia, e crescono sempre di più: in poco tempo piccoli gruppi sparsi si trasformano in una moltitudine, con presenze stremamente variegate, dalle comunità cattoliche di base fino ai gruppi anarchici.

Secondo le stime dei conservatori, quelle della segreteria della sicurezza pubblica del distretto federale, questo 26 di settembre, ad un anno esatto dal più grande crimine dello Stato messicano degli ultimi anni – l’uccisione di tre studenti normalisti e la sparizione forzata di altri 43 – hanno manifestato per le strade della capitale quindicimila persone. Secondo le stime dei manifestanti invece il corteo ha coperto dieci chilometri di strada, cosa che contrasta con le irrisorie stime ufficiali. Quando la testa del corteo arrivava al cosiddetto anti-monumento ai 43, la metà del corteo si trovana ad Estela de Luz, ovvero 5 chilometri più indietro, sul Paseo de la Reforma.

Quali che siano i numeri reali, che valgano o no le stime degli organizzatori, secondo cui hanno manifestato 150mila persone, si è trattato senza dubbio di una manifestazione, quella iniziata alle 12.30, davvero enorme. Non è stata la tipica manifestazione studentesca. E’ stata la protesta della società che sic è svegliata in seguito all’orrore dei fatti di Iguala nello stato del Guerrero.


La grande partecipazione ha causato tre problemi di ordine logistico. L’ordine degli spezzoni, nonostante lo sforzo degli organizzatori, è saltato. Uomini, donne, bambini, bambine, giovani, anziani, continuavano ad aggiungersi alla protesta. Arrivano continuamente famiglie, gruppi con i loro settori di lavoro e sindacati, ed entravano nel corteo in ordine sparso. I familiari dei 43 studenti arrestati e spariti e dei tre assassinati aprivano il corteo, tenendo in mano lo striscione con le foto dei loro ragazzi. Era impossibile avvicinarsi a loro, blindati da una doppia barriere: un cordone bianco e una marea umana.

Dietro di loro, gli studenti delle scuole normali rurali del paese, progetto educativo nato dalla Rivoluzione messicana. Stavolta non portavano con sé il telo rosso che li contraddistingue e che per colore ed insegne (quella della Federazione degli studenti contadini socialisti del Messico) ricorda la loro ideologia politica. Hanno sostituito questo simbolo con due teloni neri, della stessa misura, in cui si legge, con lettere costituite da tante piccole foto, la frase “Nessun perdono, nessun oblio”.

I normalisti, uomini e donne, li si distingueva per la freschezza del volto e la grande voglia di dare voce ad ogni slogan, così come per i vestiti umili e i capelli rasati nel caso degli studenti neoiscritti, coloro i quali nonostante tutto hanno deciso di far parte di una nuova generazione di futuri docenti. “Vogliono far scomparire i normalisti rurali, con la lotta e il sangue li difenderemo” cantavano. Dietro tutti gli altri, una mescolanza eterogenea. Studenti delle superiori, professori, sindacalisti, attivisti, difensori dei diritti umani, artisti, tutti uniti contro l’indifferenza e l’oblio. “Se ami qualcuno devi lottare affinché possa vivere in un mondo migliore”, “Figlio, sono qui a lottare affinché tu possa crescere senza la paura di sparire” sono solo alcune delle frasi che i manifestanti hanno scritto sui cartelli e gli striscioni.

Anche i bambini sono scesi in piazza, bambini e bambine che lottano fin da adesso per costruire un futuro e un paese vivibile. Nonostante la pioggia, i bambini sono arrivati allo Zocalo della capitale con globi multicolori e cartelli in mano, con i loro genitori poco dietro. La rabbia sociale cresce e non può essere occultata. La gente lo sa e lo manifesta per le strade, come recita lo slogan “E’ storicamente provato, il terrorismo è di Stato”, “E’ stato l’esercito” si legge con una scritta spray su un camion che passa per il Paseo de la Reforma.

Carmelita y Cristina, madri di due dei ragazzi arrestati e scomparsi, hanno preso parola durante il comizio finale. Entrambe hanno sottolineato la responsabilità dello Stato rispetto al crimine di Iguala, per il quale hanno reclamato la destituzione del presidente Enrique Peña Nieto.

“Il 26 settembre e la mattina del 27 tutto il corpo di polizia ha partecipato, fin dalle cinque del pomeriggio sapevano che i normalisti stavano andando a Iguala. Per questo noi cogliamo che si dimetta Enrique Peña Nieto e il suo staff, ma prima deve ridarci i nostri figli perché sono in mano loro. E da qui lo dico, non faccia il furbo, perché sa dove sono" ha detto Carmelita.

Cristina, che abita nelle montagne del Guerrero, ha parlato alla moltitudine con il suo spagnolo . Ma la forma non è riuscita a mitigare il contenuto del suo messaggio “ Ora vedo, mi rendo conto, che il nostro invito non è stato vano. Sì, ci hanno ascoltato. Oggi sono scesi in piazza. Oggi sono scesi in piazza assieme, per difendere i nostri diritti. Mi rivolgo a tutti gli studenti che camminano assieme a noi, oggi è il momento di alzare la voce affinché non accada a loro, affinché non si ripeta ciò che stiamo vivendo. Che non accada ai nostri figli, ai nostri nipoti. E’ il momento di alzare la voce e cambiare questo paese, cambiare questo governo, affinché non continuino a governarci loro. Che in ogni paese e in ogni villaggio indigeno non permettano che entri il presidente. Che sia ognuno di noi e voi a governare, e non il governo con le armi”.


*Tratto da Desinformemonos, traduzione a cura di Dinamopress

La Repubblica
23 09 2015

CITTÀ DEL MESSICO - Fino a un anno fa, Gildardo López Astillo era uno sconosciuto, uno dei tanti affiliati al cartello criminale messicano Guerreros Unidos. I media iniziarono a parlare di lui nell'ottobre 2014, quando nella città di Iguala apparse una narcomanta, uno striscione scritto su un lenzuolo, in cui si accusava le autorità di essere colluse con il narcotraffico, e affermava che i 43 studenti di Ayotzinapa scomparsi il 26 settembre 2014 erano vivi.

López Astillo, meglio conosciuto come El Cabo Gil, è stato arrestato il 16 settembre nei pressi di Iguala, da cui non si è mai allontanato perché sapeva di godere della protezione della polizia.

A dieci giorni dell'anniversario dell'attacco del 26 settembre - durante il quale 6 persone sono state uccise, più di 40 ferite e 43 fatte sparire - è stata annunciata la cattura dell'uomo che la ricostruzione ufficiale diffusa lo scorso gennaio indica come esecutore materiale dell'uccisione degli studenti. Ricostruzione che la procura generale della Repubblica (PGR) ha definito "verità storica", ma che è stata presto contraddetta da inchieste giornalistiche e da analisi di esperti indipendenti.

Secondo la "verità storica" della magistratura, alcuni tra i 111 detenuti per il caso di Ayotzinapa hanno dichiarato che la Polizia Municipale avrebbe consegnato i ragazzi al Cabo Gil. Dopo averli identificati come integranti del cartello rivale de Los Rojos, l'uomo li avrebbe portati nella discarica di Cocula per ucciderli, bruciarli e gettare le loro ceneri nel fiume San Juan, all'interno di una borsa. "Non li troveranno mai, li abbiamo polverizzati e gettati in acqua", scrisse in un sms al suo capo, Sidronio Casarrubias Salgado.

Il giorno successivo alla detenzione del Cabo Gil, il governo messicano ha reso pubblica un'altra prova a sostegno della ricostruzione ufficiale dei fatti. Il 17 settembre le autorità hanno annunciato che, grazie alle analisi dei frammenti ossei contenuti nella borsa rinvenuta nel fiume San Juan, l'università di Innsbruck ha identificato il dna di un secondo studente di Ayotzinapa: Jhosivani Guerrero de la Cruz. I suoi genitori lo hanno scoperto guardando la televisione.

Tutto sembra tornare. I colpevoli vengono assicurati alla giustizia e i desaparecidos ricompaiono. Sotto forma di frammenti ossei e cenere, ma almeno le famiglie smetteranno di aspettarli e reclamarli. "Non crediamo alla versione della procura. La procura inventa le prove, fa quadrare le sue ipotesi", ha dichiarato Felipe de la Cruz, portavoce dei genitori dei ragazzi scomparsi, che hanno convocato una manifestazione a Città del Messico sabato prossimo in occasione dell'anniversario della scomparsa.
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La sfiducia di Felipe de la Cruz non è solo una reazione al dolore per la sparizione del figlio. Secondo un sondaggio dell'istituto Parametrí a, il 64% della popolazione messicana non crede alla versione diffusa dalla procura sul caso Ayotzinapa. E non stupisce, visto che nei mesi scorsi numerose inchieste giornalistiche hanno portato a galla le incongruenze presenti nella ricostruzione del caso, tra cui un dettaglio grottesco: quella notte, a Cocula, stava piovendo sul presunto rogo di corpi.

Anche gli esperti del Equipo Argentino de Antropologí a Forense (EAAF), che hanno svolto un'indagine forense indipendente, hanno sollevato dubbi. Secondo i periti argentini, nella discarica di Cocula non sono stati trovati i resti di nessuno studente, ed è solo una probabilità "bassa in termini statistici" che i frammenti ossei analizzati dall'Università di Innsbruck appartengano a Jhosivani Guerrero de la Cruz. Non esiste invece nessun dubbio sull'accertamento dell'identità, avvenuto a dicembre, dello studente Alexander Mora, i cui frammenti ossei si trovavano nella stessa borsa.

Il colpo di grazia alla ricostruzione dei magistrati messicani è arrivato il 6 settembre scorso, quando un gruppo di esperti indipendenti nominato dalla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) ha presentato il risultato di una ricerca durata sei mesi. "Gli studenti non sono stati bruciati a Cocula, il nostro perito lo ha determinato a partire dall'analisi delle condizioni oggettive della discarica. E abbiamo riscontrato forti incongruenze tra le dichiarazioni degli imputati sulla dinamica dei fatti", avverte in intervista Carlos Baristain, uno degli esperti che ha partecipato all'indagine.

Il Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (Giei) ha dimostrato che gli studenti non erano stati confusi con narcotrafficanti, e che la Polizia Federale e l'esercito hanno preso parte all'aggressione. La procura ne era a conoscenza, ma lo ha occultato. Le autorità sapevano anche dell'esistenza di un quinto autobus, che non compare nella ricostruzione ufficiale. Si tratta di uno dei pullman che i ragazzi avevano occupato ad Iguala e che probabilmente veniva utilizzato per trasportare droga, all'insaputa dei giovani. Secondo gli esperti, questo autobus potrebbe rappresentare il movente dell'attacco.

"Gli elementi su cui non si è indagato, che sono stati occultati e omessi nell'inchiesta della procura sono molti. Abbiamo fatto delle raccomandazioni alle autorità che speriamo vengano accolte, il nostro lavoro è un'opportunità per lo stato messicano, è un contributo alla lotta contro l'impunità nel paese", conclude Carlos Baristain.

Internazionale
18 09 2015

Le autorità messicane hanno arrestato il presunto responsabile della scomparsa di 43 studenti l’anno scorso nella città di Iguala, nello stato di Guerrero.

Gildardo López Astudillo, chiamato el Gil, di 36 anni, è stato fermato nella città di Taxco, proprio nello stato di Guerrero. È considerato il capo dei sicari dei Guerreros unidos, il cartello della droga che controlla la regione e che secondo la procura ha dato l’ordine alla polizia locale di sequestrare i giovani e poi si è occupato di ucciderli e farli sparire.

Secondo gli investigatori, el Gil era al centro di questo piano criminale. A lui si rivolsero gli agenti, il 26 settembre del 2014, dopo aver arrestato gli alunni di una scuola normale rurale di Ayotzinapa che attraversavano Iguala in bus. È stato el Gil a contattare Sidronio Casarrubias Salgado, il capo dei Guerreros unidos, per sapere che fare degli studenti. In vari dispacci per Salgado, el Gil ha detto che i giovani facevano parte de Los rojos, il cartello rivale. Sulla base di questa informazione falsa, il loro viaggio a Iguala è stato interpretato dai Guerreros unidos come un attacco sul territorio.

Lo stato di Guerrero è il maggior produttore di oppio di tutta l’America e il controllo di Iguala permette di controllare da vicino le piantagioni, le strade, i politici e la polizia, consentendo ai narcos di vivere nell’impunità. Per conquistare Iguala, i Guerreros Unidos hanno impiegato anni. Per questo, quando el Gil riferì al suo capo che 43 componenti della banda rivale erano stati catturati dalla polizia locale, Casarrubias Salgado ha dato l’ordine di ucciderli per difendere il territorio.

El Gil ha eseguito il mandato. Secondo la ricostruzione della procura, si è fatto consegnare gli ostaggi e, con l’aiuto degli altri sicari del cartello, li ha condotti fino a una discarica nella cittadina di Cocula, dove li ha uccisi e poi ha bruciato i corpi. Per non lasciare tracce, ha deciso di gettare i resti nel fiume San Juan, lì vicino.

Le indagini hanno portato finora all’arresto di 11 persone, compreso il capo dei Guerreros Unidos. Eppure restano molti dubbi sulle indagini ufficiali. È inspiegabile il fatto che dei giovani studenti siano stati scambiati per narcotrafficanti de Los rojos. I familiari rifiutano la versione fornita del governo e della procura.

Anche gli esperti internazionali scelti dall’organizzazione degli stati americani (Oea), che sono in Messico per raccogliere prove e studiare il caso, sostengono che non esistano prove del fatto che i giovani siano stati bruciati a Cocula. Ma questo è il punto centrale delle confessioni degli arrestati: se non è successo, tutte le testimonianze perdono credibilità.

minima&moralia
26 08 2015


“Oggi è lunedì e non sappiamo chi si prenderà cura dei tuoi cani.
Non sappiamo chi si prenderà cura di noi”.

(Lettera a Nadia Vera, Comitato Universitario di Lotta, Xalapa, Veracruz, 3 agosto 2015)
di Alessandro Raveggi

La storia mostra a volte un ghigno insperato nella scelta dei propri toponimi. In Italia risuona ancora, inadatto a pronunciarsi, scomodo in bocca e al concetto, il nome della località messicana da dove provenivano i 43 studenti desaparecidos, svaniti nel nulla da oramai un anno: tra un mese, mentre si scoperchiano ancora decine di fosse comuni, ci toccherà ricordare il lugubre anniversario del 27 settembre 2014, della sparizione forzata ad Iguala degli studenti di Ayotzinapa. Un nome che parte sordo e poi ti taglia la lingua con la sua lama, per poi ritornare a svelarsi arcaico, azteco, quasi sanante nella sua coda.

Oggi il giro di vite mi porta invece ad un nome che personalmente mi suona come una sorta di everyman messicano: Ruben Espinosa. Un nome da messicano di strada, che potrebbe essere quello di un addetto di pompa di benzina, multimilionario del cemento, di un uscere di ristorante di lusso, di giovane scrittore della casa editrice Anagrama, di un artigiano di Oaxaca. O, disgraziatamente, quello del fotoreporter barbaramente assassinato lo scorso primo agosto a Città del Messico, nella Colonia Narvarte, nel suo auto-esilio al Distrito Federal.

Rinvenuto non per caso dopo le frequenti minacce e intimidazioni subite nello Stato di Veracruz – ad oggi lo stato più pericoloso per i giornalisti, con ben 15 assassinii dal 2011 ad oggi – amministrato dal discutibile a dir poco governatore Javier Duarte (un ammiratore di Francisco Franco, per dirne una). C’è una foto, uno scatto, datato marzo 2015, che forse lo definisce più di tutti, al buon Duarte: il corpulento governatore che, ad un comizio elettorale in pieno stile priista, frana addosso a degli scolari in una palestra, travolgendo tutto. Questa frana umana illustra meglio di altro le responsabilità strutturali del governatore nel caso Espinosa.

Conosco poi bene la colonia, cioè il quartiere, della Narvarte dove è stato perpetrato l’orrendo delitto: è stato il mio primo approdo a Città del Messico, vivevo infatti a pochi passi da quell’appartamento dell’orrore. Per almeno un anno ho vissuto lì, ho mangiato i suoi polli arrosto, i suoi decenti tacos, ho fatto yoga per un solo mese e jogging per non molti di più, ho visto scorrere frastornati e tuonanti tanti tir sgasati dai suoi crocevia principali, mentre attendevo mezz’ore per attraversare su strisce pedonali inesistenti. Una colonia piena di cliniche mediche private più o meno buone, dove era più facile trovare per strada un bianco camice che una bigia uniforme da polizia – quelle messicane col giubbotto antiproiettile messe su anche per la festa del patrono.
Uno spazio, la Narvarte, tutto sommato tranquillo, di classe media ma anche di media pericolosità, con i suoi parchetti e pratini verdi, pochissime spazzature e miasmi fognari per strada, i mercati rionali affabili che ti gridano dietro senza fregarti solo perché sei straniero e di carnagione un po’ più chiara, i piccoli caffè con la torrefazione personale, e qualche bar che si stava affacciando timidamente al business con prodotti sofisticati. Un pezzo di città che s’avviava a riempirsi negli anni sempre più di studenti – vuoi perché è servito da una strategica stazione del metro che ti permette di arrivare alla Universidad Nacional in quindici minuti, non facendoti pesare il fatto di vivere in una megalopoli. Piena di universitari e di conseguenza di loro necessità notturne. Certo non vedevi studenti di classe alta, studenti mantenuti che arrivano ai parcheggi dell’università privata rombanti con le loro cineree BMW, giovanissimi e in via di sviluppo, che manco riescono a far capolino con la testa dietro il cruscotto portentoso della loro Mustang.

Alla Narvarte ci sono più studenti paragonabili ai fuori sede italiani e europei, studenti di classe media. È forse per questo che è meta di tanti stranieri, che qui vi si orientano maggiormente: artisti tedeschi, architetti catalani, cooperanti francesi, qualche italiano. Questo luogo, pur nella sua tranquillità, non nasconde quindi un certo brio intellettuale: era d’altronde anche il quartier generale del movimento de la Onda, la controcultura letteraria degli anni ’60, di José Agustín e Parménides García Saldaña, della ribellione di Pasto verde. Nonché il quartiere dove visse Ernesto “Che” Guevara, che mentre faceva il dottore ad Hospital General proprio lì si preparava alla rivoluzione cubana.

È così, nel mezzo di questa calma ebollizione della mia Narvarte, che il corpo di Ruben Espinosa, fotoreporter fuggito da Xalapa, Veracruz, è stato rinvenuto. Freddo, duro e indigeribile ai più, ancora uno dei figli di Tlatelolco in giro e da cantare piangendo, direbbe Auxilio Lacouture, l’eroina dell’Amuleto di Bolaño: Ruben seviziato, con escoriazioni per tutto il corpo, e con un oramai “classico” colpo di grazia alla tempia. Braccato, lontano dal suo luogo d’operato. E il corpo di Ruben non era lì da solo: altri quattro corpi, corpi per giunta di ragazze, di donne – di cui una, Nadia Vera Pérez, attivista del Movimento #YoSoy132, organizzatrice culturale e teatrante – che sono state anch’elle martoriate, in quello che la polizia sta indagando anche come un omicidio per furto – segue un’amara risata per il ridicolo di questa flebile pista. Pochi ci credono più infatti, alla storia del furto, tale la puntualità del crimine brutale. Il Messico è una terra di violenze efferate, ma difficilmente si compie sadismo del genere senza secondi fini.

Il massacro interiore della Narvarte: un titolo possibile che mi tocca nell’intimo, e che sveglia tutta la sonnolenta metropoli messicana – si spera, ma ci si crede poco. Che rompe quella sua misura di sicurezza che forse è difficilmente apprezzabile fuori dalla città: la tranquillità in cui si vive e si opera nella capitale caotica e in continuo cantiere, come io vivevo placidamente alla Colonia Narvarte, nell’incoscienza che un mio coetaneo avrebbe potuto esser rinvenuto in quelle condizioni, a pochi passi dal mio farmacista di fiducia. Quell’oramai antico e necessario oblio di intere classi che si rifiutano giornalmente di vedere la realtà per come è, è oggi diventato un grave disturbo schizoide – di fronte alla guerra subita dai giornalisti e non solo: studenti, figli, giovani prima di tutto, donne, direi anche bambini, in tutto il Paese, cifre, numeri, ricorrenze di uno sterminio – il disturbo schizoide di tutto quel Messico che sogna fulgore, sviluppo, grattacieli, start up, e una stereotipata Europa che non esiste forse più. Una tranquillità che già vacilla al di fuori dei caselli autostradali del Distrito Federal.
La caccia a Ruben Espinosa nel cuore della Città del Messico pare che abbia però smosso maggiormente gli animi, ma anche terrorizzato gli intellettuali e gli scrittori che nel DF trovavano consolazione temporanea al nominato “Interior de la Republica” (mai termine, usato per definire tutto quello che sta al di fuori del DF, è più calzante oggi): il crimine, ci sta bussando alla porta, l’orrore è veramente dietro casa. O meglio, il suo toc toc è una strana eco che viene da dentro il nostro cervello, dal nostro Interior, o è il suono delle mascelle del crasso corpo avido d’espansione dell’apparente democrazia messicana, che frana su degli studenti in una palestra di provincia. Siamo infatti sempre di più di fronte ad un Messico Saturno, intento ad annullare, annientare, divorare i propri figli, in modo per lo più incosciente, sovrasviluppato dalle ossa e meningi molto fragili.

Per impotenza, per pusillanimità, o per premeditazione mafiosa, per timore di lasciare vecchie pratiche di corruttela oramai incancrenite, per l’incapacità di modernizzarsi come democrazia, per il terrore indetto dai narcos e alimentato dalla guerra governativa di pochi anni fa, si sta compiendo un vero e proprio genocidio dove sono i giovani che ne subiscono le più crude conseguenze: un sistema che uccide i propri figli degno delle storie del Cile del 1973 e l’Argentina del 1976. Quei giovani che imbracciano la camera per documentare la verità del proprio quartiere, che usano la penna, aprono un blog o un account Twitter, fanno lavori creativi, o vanno in America e divengono premi Oscar, vanno a Berlino e spopolano alle Biennali. Molti anche nell’intento di smascherare, sovvertire, la logica del piccolo cacicco di provincia come del Presidente – che, lasciatemelo dire, oggi pare il male minore di una nazione divoratrice di generazioni.
Quando il corpo crasso del Messico Saturno che divora i propri figli con gli occhi fissi nel vuoto come in Goya finirà col mangiare se stesso? In attesa che l’ONU voglia fare veramente qualcosa in questo paese, dove dal 2007 si sono registrati più morti violente che in Afghanistan ed in Iraq. Quando e come avrà fine questo banchetto saturnino, questa immane frana umana sugli scolari di tutta la nazione, se lo chiedono in molti. Oggi è lunedì e non sappiamo chi si prenderà cura dei tuoi cani. Non sappiamo chi si prenderà cura di noi.

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