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"La Tunisia non cede al terrore". Intervista a Chiara Sebastiani* (parte I)

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Manifestazione Tunisi BardoLuca Cardin, Zeroviolenza
30 marzo 2015

Cardin: Chiara Sebastiani, la Tunisia è al centro delle cronache di questi giorni per l'attentato al Museo del Bardo. La scelta di colpire il Paese da cui è partito il movimento delle "primavere arabe" fa parte di una precisa strategia dell'Isis o è frutto di "cellule dormienti" che si sono mosse senza un ordine preciso?

Sebastiani: Mantengo molti dubbi sulle rivendicazioni dell'Isis. Questa è ormai diventata una sigla con la quale chiunque può rivendicare quello che vuole, come è stato in passato per Al Qaeda.

Se guardiamo ai fatti sufficientemente accertati di cui disponiamo fino ad ora, appare che autori materiali della strage siano stati miliziani di una delle bande armate che operano in Tunisia, la brigata Okba Bin Nafaa.

Nel frattempo sono arrivate le classiche "rivendicazioni deliranti" (come si sarebbe detto ai tempi delle Brigate Rosse): "ammazzate i turisti, massacrate gli infedeli", ecc.

La mia sensazione è che tutto ciò sia un contorno ad un messaggio molto chiaro: “possiamo colpire l’immagine della Tunisia”, cioè quella di un paese pacificato e democratizzato grazie ad uno storico accordo tra un fronte anti-islamista che comprende tanto vecchi esponenti dei regimi burghibista e benalista quanto nuove forze laiche, moderniste e liberali da un lato, e una componente islamista riformista che ha rotto con le sue frange radicali dall’altro. E ancora: “possiamo affossare il turismo, e con esso l’economia del paese, e con essa il governo” che si troverà nuovamente investito da moti di scontento popolare se non riesce a dare urgentemente qualche minima risposta ai problemi economici e sociali.

Chi può avere interesse a lanciare un simile messaggio? Tra amici tunisini di orientamenti assai diversi ho sentito parlare con insistenza di uomini d’affari, da tempo attivi in faccende di riciclaggio o altri traffici ma a tutt’oggi intoccabili. L’ipotesi mi pare interessante per due motivi. In primo luogo perché la percezione immediata degli effetti dell’attentato da parte della popolazione è stata quella di una “catastrofe” economico-sociale per il paese, tanto che sui social media qualcuno ha protestato sostenendo che si parlava più del disastro economico che della tragedia umana.

In secondo luogo perché il passato regime era notoriamente un sistema politico “mafioso” in cui la gestione del potere era ormai finalizzata prevalentemente alla promozione di interessi economici privati di gruppi e clan. E l’attentato ha avuto luogo proprio quando, avendo istaurato con successo tutte le istituzioni politiche di una democrazia “ordinaria” (costituzione, parlamento, governo) la politica trova finalmente, in cima alla sua agenda, le urgenti misure di riassetto economico e sociale. Che potrebbero intralciare gli affari tuttora in corso a livello nazionale o internazionale.

A questa ipotesi io ne aggiungo una seconda: l’attacco alla stabilità della Tunisia avviene in un momento in cui la comunità internazionale sta esercitando una (opportuna) pressione per un processo di riconciliazione in Libia tra le milizie del generale Haftar e quelle di Fajr Lybia, in vista di un governo di unità nazionale in funzione anti-Isis. In questo processo la Tunisia è un attore-chiave: perché la sua posizione geografica è strategica; perché il suo modello può ispirare il processo libico; perché la sua esperienza può dare un contributo al processo di mediazione. Se poi pensiamo che da quattro anni il confine tra la Tunisia e la Libia è luogo di attraversamento di armi, merci e denaro, le due ipotesi potrebbero anche essere complementari.

Cardin: La reazione della popolazione è stata immediata con manifestazioni e proteste. Qual è il ruolo delle donne in questa fase?

Sebastiani: Le donne hanno preso parte a tutte le manifestazioni. Come sempre, verrebbe da aggiungere. Nel senso che l’abitudine di vedere le donne scendere in strada in occasioni e emergenze importanti è ormai consolidata e le donne non manifestano soltanto quando si tratta della difesa dei propri diritti. In questo caso il collante, la molla alla mobilitazione, è stato il sentimento di unità nazionale, di difesa comune del paese, di orgoglio tunisino: impensabile, in Tunisia, che tutto ciò si possa esprimere senza le donne.

* Chiara Sebastiani insegna Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane presso l'Università di Bologna.
La II parte dell'intervista è stata pubblicata il 2 aprile

Ultima modifica il Giovedì, 02 Aprile 2015 20:57
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