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Tunisia: gli scontri per il potere non vinceranno sul popolo e la cultura. Intervista a Chiara Sebastiani (parte II)

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TunisiLuca Cardin, Zeroviolenza
2 aprile 2015

Cardin: Chiara Sebastiani, Che conseguenze può avere questo attentato nel processo di democrazia messo in atto in Tunisia e negli equilibri geopolitici della sponda sud del Mediterraneo?

Sebastiani: Che la neonata democrazia tunisina sia ancora fragile lo sanno tutti, i tunisini, la comunità internazionale, e anche coloro che vorrebbero soffocarla sul nascere (o seppellirla viva, come facevano con le neonate le tribù preislamiche).
L'attentato può avere ripercussioni sull'abitudine della gente a frequentare lo spazio pubblico la cui riappropriazione è stata una delle prime conquiste della rivoluzione; può mettere in difficoltà un governo faticosamente costituito scatenando il conflitto sociale; può solleticare le voglie interventiste di chi non vede di buon occhio una svolta politica in cui la sicurezza del Mediterraneo sia affidata ad istituzioni sostenute dal consenso popolare anziché dalla repressione autoritaria.

Insomma, il ritorno alla vecchia formula - governo di elites che esclude una parte della popolazione, conflitto sociale tenuto a bada da mediazioni corporative, sostegno delle democrazie occidentali in cambio del ruolo di guardiano dei confini a fronte dei flussi migratori e della “minaccia fondamentalista” – che certamente a qualcuno non dispiacerebbe.

Ma può anche avere effetti opposti. La Tunisia si è già mostrata capace di sorprendere l’Occidente che da essa non si aspettava né una rivoluzione né una transizione democratica come quelle che ha conosciuto. Fin da ora, le crepe vistose nei sistemi di sicurezza stanno portando a sostituzioni importanti ai vertici degli apparati dove era stato finora difficilissimo mettere le mani. La necessità comune alle due sponde del Mediterraneo di una cooperazione per la sicurezza può rafforzare un governo di unità nazionale e la sua legittimità internazionale: la marcia di ieri con diversi capi di stato ne è un segnale importante.

Inoltre, paradossalmente il tragico attentato ha fatto scoprire a molti quanto sia vicina la Tunisia e quanto sia importante il museo del Bardo (per le scolaresche italiane per esempio). La solidarietà internazionale non è mancata come mostrano gli slogan “Andiamo tutti in Tunisia in vacanza”. Simili appelli vi furono anche nel 2011, soprattutto da parte di generosi piccoli gruppi e associazioni della società civile. Finirono dimenticati non solo per disattenzione ma per radicata abitudine sulle due sponde del Mediterraneo ad un solo modello di turismo: quello di massa, in mano a tour operator e investitori stranieri, legittimamente (ma cinicamente) disposti a dirottare i flussi turistici non appena si profili il rischio di un calo dei profitti.

Oggi, in un contesto diverso, proprio questa potrebbe essere l’occasione di rilanciare nuovi modelli di turismo, di cui si parla da tempo: basati sulla mobilitazione di risorse, capacità, energie locali, indirizzati ad un pubblico giovanile, attento, curioso e solidale come quello che ha affollato il Social Forum, o a quel “ceto medio riflessivo” che potrebbe allargare il perimetro delle sue esplorazioni culturali e sociali con formule di piccoli gruppi low cost e low budget. Il vecchio modello di turismo è stato utilissimo al mantenimento di un sistema dittatoriale; oggi si potrebbero scoprire nuovi modelli di turismo che favoriscono lo sviluppo democratico. Con beneficio sia del nord sia del sud del Mediterraneo.

Cardin: Secondo Franco Cardini quella a cui stiamo assistendo è una “guerra civile musulmana” e come tale andrebbe trattata. E’ d’accordo? Come dovrebbero comportarsi i governi dei paesi occidentali?

Sebastiani: Ho letto l’articolo di Cardini e non ho capito bene il riferimento ad una “guerra civile musulmana”. L’espressione “guerra civile” si riferisce normalmente a quelle combattute all’interno di uno stato. Ci sono guerre civili in atto in Libia, in Siria, nello Yemen; non in Tunisia dove uno stato e un governo legittimati tanto dalle procedure istituzionali e legali quanto dal consenso popolare è fatto oggetto di attacchi volti a cambiare con la violenza l’assetto dell’uno o dell’altro o di ambedue.

Da questo punto di vista l’omogeneità del paese, dove non si danno linee di frattura a base religiosa, etnica o tribale di qualche rilievo, è certamente una delle variabili che possono spiegare il successo della primavera araba in quel solo paese per adesso. Ma se è così, allora dobbiamo pensare che linee di frattura religiose, etniche o tribali possano essere utilmente manipolate da chi ha interesse che nella regione vi siano guerre, civili o meno. E la storia del Medio Oriente ci dice che queste linee di frattura sono state abbondantemente utilizzate dalle potenze coloniali ai propri fini.

Da questo punto di vista mi sembrano invece convincenti le lapidarie conclusioni di Cardini: “Siamo immersi solo in una serie di scontri per il potere, l’egemonia politica, il predominio energetico. E’ tutto”. Scontri che certamente sono in primis scontri tra musulmani, all’interno di uno stato o tra stati musulmani. Ma qualificarli come “guerra musulmana” sarebbe come definire “cristiana” la guerra civile in Ucraina. Papa Francesco in proposito ha opportunatamente parlato di “guerra tra cristiani” ed è una sfumatura importante.

E proprio come nell’Est Europa (oggi ma già ieri ai tempi della dissoluzione della Yugoslavia) anche in Medio oriente c’è chi soffia sul fuoco con il combustibile di cui dispone trasformando il pluralismo etnico e culturale da ricchezza secolare in materia di conflitti fino a ieri impensabile per le stesse popolazioni. Se sul terreno sono musulmani a massacrarsi, quelli che li armano spesso sono di altra fede o religione.

In quanto al comportamento dei “paesi occidentali” forse dovremmo prendere atto del fatto che la nozione di “Occidente” si è da tempo disciolta nei processi del mondo globalizzato e i paesi che storicamente raggruppiamo sotto questa definizione hanno interessi nettamente divergenti. Attraverso la Manica passa un confine geo-politico assai più importante di quello costruito artificialmente – e con gli esiti disastrosi che oggi incominciamo a vedere – attraverso il Mediterraneo. Usa e Gran Bretagna non hanno gli stessi interessi dell’Europa continentale, i paesi dell’Europa centrale e quelli dell’Europa orientale non hanno gli stessi interessi dei paesi dell’Europa meridionale. Una serie di stati europei – Francia e Germania in primis – da tempo si sono ripresi ampi margini di azione a livello statale mentre in Italia continuiamo a comportarci come i cattivi alunni di una potestà sovranazionale.

Oggi i governi europei dovrebbero affrancarsi dal ruolo di custodi dei confini dell’Occidente dalle orde barbariche e affamate di Africa e Oriente loro assegnato – affrancarsi, cioè dal terrore e dal ricatto dei flussi migratori. I grandi flussi di popolazione sono fenomeni storici epocali: si tratta di governarli al meglio, non di bloccarli. In Emilia, quando la piena del Po minaccia gli argini, si può ricorrere al taglio di alcuni punti degli argini medesimi per allentare la pressione e consentire un deflusso controllato delle acque.

L’Europa dovrebbe aprire certi canali di accesso anziché blindare ulteriormente le sue frontiere. In quanto all’Italia, dovrebbe rendersi conto che un patrimonio non solo di interessi ma di memorie, affinità, culture ci lega a filo doppio alla Tunisia e che su questo patrimonio dobbiamo e possiamo investire con delle politiche – dato l’argomento ricorrente della mancanza di risorse - che sarebbero realizzabili quasi a costo zero e con ritorni importanti.

Altrimenti, così come nel 19° secolo l’Italia subì lo “schiaffo di Tunisi” con il quale la Francia si sostituì con il suo Protettorato al regime delle capitolazioni che faceva dell’Italia un partner privilegiato della Tunisia, oggi vediamo la Germania impegnata a radicarsi in Tunisia con un (egregio) impegno di carattere culturale, linguistico e di sostegno alla transizione democratica mentre centinaia di giovani tunisini che parlano e studiano l’italiano diventeranno a loro volta insegnanti senza avere avuto la possibilità di passare un solo giorno in Italia.

* Chiara Sebastiani insegna Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane presso l'Università di Bologna.
La prima parte di questa intervista è stata pubblicata lunedì 30 marzo

Ultima modifica il Venerdì, 03 Aprile 2015 07:25
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