Sarantis Thanopulos, Il Manifesto8 aprile 2017Nello scontro tra il costume occidentale di "scoprirsi" e quello islamico di "coprirsi", apparentemente un dialogo tra sordi, è sempre più chiara l’inconsapevole complicità sotterranea tra le due parti. La figlia dell’uomo che ha compiuto l’attentato a Westminster, ha postato delle foto. In esse appare con un vestito succinto che mette in bella evidenza i suoi seni. Il suo gesto è stato probabilmente una reazione all’azione omicida del padre. Su questa reazione, di cui si ignorano le reali, profonde motivazioni, sarebbe stato meglio tacere. È stata, invece, ripresa e enfatizzata come gesto di ribellione al fondamentalismo, uno «schiaffo all’Isis».Negli stessi giorni, una quattordicenne di famiglia musulmana, originaria di Bangladesh, si è presentata alla sua scuola a Bologna con i capelli tagliati cortissimi. Dietro insistenze dei suoi insegnanti ha indicato come colpevole del taglio sua madre: avrebbe voluto impedirle, in tal modo, di togliere il velo quando usciva di casa. Gli insegnanti hanno chiamato i carabinieri che si sono rivolti al giudice. Costui ha disposto l’allontanamento della ragazza dalla famiglia e il suo affidamento a una struttura protetta.L’autorità giudiziaria dovrebbe tener conto dei rischi che si corrono quando, chiamata a difendere i diritti di minorenni, decide, senza una valutazione adeguata e sulla spinta dello stato emotivo del momento, di decretare una rottura che potrebbe essere, a vantaggio di tutti, riparabile. In particolare quando si tratta di conflitti tra un’adolescente e la propria madre che, a prescindere dal contesto culturale, non sono semplici da dirimere. È più ragionevole sostenere la coppia dei litiganti nel gestirli in modo più appropriato.In mezzo a questi due fatti, ha creato perplessità la nuova divisa delle hostess di Alitalia, considerata castigata e inelegante. I sindacati hanno preferito insistere sul materiale sintetico, infiammabile: la carta della sicurezza (peraltro sacrosanta) è più facilmente spendibile. Il problema più importante (che un tessuto più sicuro, che deve essere usato, non risolverebbe) non è quello estetico (che pure non è poca cosa), ma il fatto che le hostess sono vestite e pettinate in modo da sembrare donne arabe «moderate»: né molto scoperte, né molto coperte. I padroni di Alitalia sono arabi oligarchi, omogenei al potere finanziario che sta globalizzando la nostra esistenza. Non crea scandalo il loro tentativo di omologare l’immagine della donna a un prototipo costruito a tavolino (non ha importanza se casto o disinibito, di questa cultura o di quell’altra).Nello scontro tra il costume occidentale di «scoprirsi» e quello islamico di «coprirsi», apparentemente un dialogo tra sordi, è sempre più chiara l’inconsapevole complicità sotterranea tra le due parti. La divisa delle hostess che, andando oltre la sua funzione di praticità e riconoscibilità (non priva di una restrizione di libertà), diventa uniforme, rivela, al di là dell’opposizione tra Occidente e Islam, un processo di uniformazione, mortificazione del corpo femminile che fornisce la materia prima alla malattia della nostra civiltà.Sotto la divisa il corpo della singola donna può restare vivo, dietro l’uniforme (svestente o rivestente) offerta al nostro sguardo c’è il nulla. Cosa c’è dietro la descrizione che un giornalista ha fatto del vestito della figlia «ribelle» dell’attentatore di Londra: «nasconde e mostra i seni fasciandone il corpo di ragazza quasi adolescente, ma già rapinosa»?Dietro il tutto vedere o il nulla vedere è barata l’apertura (non un buco) del corpo femminile che, in tutti noi, schiude al mondo il tessuto profondo delle nostre sensazioni, emozioni, sentimenti e pensieri. Al suo posto una fanciulla in fiore, ferma nel suo avvenire, chiusa nell’ideale unisessuale di kuros, l’eterno efebico.