"Io, con dieci euro in tasca senza casa e senza lavoro"

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PovertàAlessandro Madron, Il Fatto Quotidiano
8 dicembre 2017

Come si diventa poveri in Italia? Come si vive quando si è perso tutto? Per rispondere a queste domande ho passato una settimana da senza dimora a Torino, sperimentando i servizi assistenziali e raccogliendo dal vivo le storie di chi è finito in mezzo a una strada per rovesci economici o familiari, per dipendenze da droghe o gioco d’azzardo o per una somma di questi fattori.


Per alcuni giorni ho vissuto come uno degli oltre 50mila senza dimora censiti nel nostro Paese (Istat 2014), che conta, secondo il rapporto Caritas “Futuro anteriore”, ben 4,7 milioni di persone che vivono in stato di grave povertà, con un incremento del 165% nell’ultimo decennio. Una platea che è in continua crescita: è di pochi giorni fa l’ultimo rapporto Istat che fissa a 18 milioni il numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale, il 30% della popolazione residente (contro il 28,7% registrato l’anno precedente) che vive in bilico sulla sottile linea di separazione tra chi è povero e chi non lo è.
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Ma dietro ai numeri ci sono persone, storie, fatiche reali e quotidiane. Nel reportage su Fq Millennium di dicembre 2017/gennaio 2018 (in edicola da sabato 9 dicembre), ho provato a dare un volto e una voce a queste vite. L’ho fatto raccontando cosa mi è successo quando mi sono messo in fila per essere ammesso ai servizi comunali, cosa e con chi ho mangiato alla mensa del Sacro cuore di Gesù, come ho passato le notti nei diversi dormitori comunali a cui mi sono rivolto.

Il reportage, inevitabilmente, si porta dentro il peso delle emozioni, il fastidio per gli odori e quello dovuto al freddo o all’umidità. Un racconto che non passa solo in rassegna fatti, numeri e accadimenti, ma si scontra con i tanti vuoti che la vita di strada ti costringe ad affrontare. Un puzzle di miserie che si compone pezzo dopo pezzo e restituisce la fotografia di vite ai margini, estremamente complicate. Spesso frustranti.

Prima di partire ero convinto che me la sarei cavata senza grosse difficoltà. Mi ero fatto un’idea su cosa mi sarebbe mancato e cosa no. Su quali ostacoli avrei dovuto superare. Mi sbagliavo quasi su tutto. Vivendo da senza dimora tra i senza dimora, ho capito che generalmente chi ha la fortuna di non toccare con mano la povertà estrema ha un’idea piuttosto distorta di chi siano e come vivano le persone che non possono permettersi una spesa al supermercato o una stanza in affitto.

Un mondo multiforme e variegato che va molto oltre il clochard che abbiamo tutti in mente: quello sporco, magari un po’ avvinazzato, che vive (e molto spesso muore) sotto qualche porticato.

Ci sono persone invisibili, che vestono abiti decorosi, si lavano ogni volta che possono e fanno di tutto per sembrare normali. E ci ho provato anche io, a essere normale. Partito con pochi spicci in tasca, dieci euro in tutto, ho provato (con scarso successo) a rimediare qualche centesimo di elemosina e mi sono fatto venire le vesciche ai piedi alla ricerca (vana) di qualche lavoretto per iniziare a rimettermi in sesto.

Al Centro per l’impiego di Torino Nord mi sono sentito dire di presentarmi alle cinque e mezzo del mattino per provare a iscrivermi alle liste del collocamento, perché “c’è sempre molta coda” anche se, a detta dei miei compagni di sventura “iscriversi non serve a nulla”.

Ho avuto la prova di quanto la guerra tra poveri, fra senza casa italiani e stranieri, abbia ridotto di molto le possibilità di guadagno in “lavoretti” classici come il montaggio e smontaggio delle bancarelle del mercato di Porta Palazzo: “Perché – come lamenta Hassan – con tutti questi africani che si svendono per dieci euro, non si trova più niente”.

Ultima modifica il Venerdì, 25 Maggio 2018 17:46
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