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Quando l'euforia diventa furore
Da
kuka
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Dossier
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Il Fatto Quotidiano
12 maggio 2014
Non è solo un
problema
di
violenza
fisica, ma anche psicologica e sessuale. Nelle varie fasi dell'
ubriacatura
, quella dell'
aggressività
è una costante. Ma che cosa
scatena
il più delle volte questo tipo di aggressione? I
motivi
possono essere diversi, e non tutti sempre così chiari.
...
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dipendenze
alcol
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L'equilibrio tra vita e lavoro non è una questione di genere
Da
kuka
Pubblicato in
Dossier
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Tiziana Canal,
Ingenere
30 aprile 2014
Il
tempo
dedicato al
lavoro
non è più lo stesso. Si è
ristretto
, ma ha anche "invaso" la
vita privata
delle persone. Per trovare un nuovo
equilibrio
è bene non pensare più la
conciliazione
come una questione solo
femminile
.
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genere
work life balance
vitalavoro
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Anoressia, allerta maschi
Da
Super User
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Dossier
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Tina Simoniello,
La Repubblica
22 aprile 2014
E non è un fenomeno propriamente
marginale
: il dato più citato è quello di un
maschio
ogni
dieci casi
, tuttavia secondo diversi studi le percentuali potrebbero raggiungere anche il
25 per cento del totale
, considerate insieme tutte le
tipologie
di disturbo.
...
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bulimia
anoressia
disturbi alimentari
anoressia maschile
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I Reportage dell'Otto per Mille Valdese
Da
kuka
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Dossier
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Il
racconto
di come sono spesi i soldi degli italiani
.
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otto per mille
8x1000
8x1000valdese
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Uscire in tempo di crisi
Da
kuka
Pubblicato in
Dossier
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Susanna Ripamonti,
carteBollate
10 aprile 2014
Questo nomero di
carte Bollate
affronta il tema delle
paure
e delle
difficoltà
che deve affrontare chi
esce dal carcere
in tempo di
crisi
. Tornare a essere
cittadini liberi
è l'obiettivo principale di qualunque
detenuto
.
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carcere
detenuti
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Il fallimento in corso
Da
kuka
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Dossier
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Stefano Galieni,
Corriere delle migrazioni
10 marzo 2014
Cambierà
qualcosa nel sistema dei
Cie
? Difficile capirlo sospesi fra le
promesse
e la
aperture
fatte dal precedente governo e il
silenzio
di quello attuale. Nei
ruoli chiave
che sovraintendono a tale questione sono rimaste nel governo le
stesse persone
:
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cie
migranti
carcere
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Internet in carcere, perché no?
Da
kuka
Pubblicato in
Dossier
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Susanna Ripamonti,
carteBollate
9 dicembre 2013
Internet in carcere,
perché no
? E' il tema centrale che affrontiamo nel dossier di questo nuovo numero di
carteBollate
. Ci chiediamo e abbiamo girato la
domanda
agli addetti ai lavori, se sia proprio
impensabile
un
accesso
limitato e controllato al web, anche per chi sta in
carcere
,
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carcere
repressione
web
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Fuori dal solito giro
Da
kuka
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Dossier
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Stefania Ragusa,
Corriere delle migrazioni
1 dicembre 2013
Chi si
somiglia
si piglia, dice il proverbio. Questo vuol dire, per esempio, che le persone interessate all'
intercultura
o attive ogni giorno nella
difesa
dei
diritti umani
tendono a frequentarsi tra di loro.
Cosa che può essere molto
gratificante
e utile, ma può avere un
effetto collaterale
insidioso: indurre a confondere il proprio sentire con quello
dominante
, a credere che il mondo ci somigli molto più del vero.
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donne
diritti
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Mamme in carcere
Da
kuka
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Dossier
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12 novembre 2013
L'ultimo numero di
carteBollate
, la rivista del carcere di Bollate, è dedicato alle
mamme recluse
. Qui di seguito gli articoli.
* Sulla condizione delle prigioniere mamme
* Guardiamo il carcere con gli occhi di un bambino
* Il dovere morale di resistere alle ingiustizie
* Per le donne una prigionia anche psicologica e umana
* La doppia pena delle straniere in carcere
* Questo carcere insensato non serve a nessuno
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carcere donne
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La doppia pena delle straniere in carcere
Da
kuka
Pubblicato in
Dossier
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Ana Aikawa
carteBollate
- ottobre 2013
Intervistando una brasiliana le chiediamo quale è stata la peggiore cosa che le è successa dopo l’arresto. La risposta è stata di essere buttata in una cella in una delle carceri lombarde. Un vero inferno dove la maggior parte delle ragazze che si trovano là, è la prima volta che vedono un carcere.
La difficoltà è che non essendo nel proprio Paese dove puoi avere la possibilità di incontrare dei parenti, ti ritrovi senza un centesimo in tasca per poter comprare qualcosa da mangiare o per fumare, dovendo andare a letto con i crampi della fame, dovendo riempire la pancia d’acqua e pane, perché il mangiare è poco e a volte sembra un impasto adatto ai cani.
Facendo una analisi generale tante donne straniere si trovano in una situazione disperata, perché a parte il non capire una sola parola di quello che viene detto (soprattutto al momento dell’arresto) e il non riuscire a spiegarsi, il peggio è essere buttati in un carcere totalmente privo di strumenti per dare un ausilio alle nuove venute, che si pensa debbano rimanere per poco tempo. La mancanza di una psicologa che possa seguirti in un momento delicato come l’arresto influisce sullo status generale della straniera.
C’è anche l’impossibilità di avvisare i propri parenti dell’accaduto, soprattutto per ragazze che entrano nel mondo del crimine per la prima volta. Le ragioni che inducono alcune ragazze a commettere un reato, nella fattispecie quello di trasportare droga dal Sudamerica, sono molteplici e tutte motivate dalla disperazione. Ho conosciuto una brasiliana che ha fatto il viaggio per poter comprare le apparecchiature necessarie per il proprio figlio, nato con una forma di sindrome di Down e ora può solo contare sulla carità di chi ha preso a cuore la sua situazione.
E la pena è stata di quattro anni senza diritto all’espulsione. È giusto questo? La cosiddetta “mula” in genere affronta il viaggio inconsapevole della gravità dell’azione, spesso lo fa pensando solo ed esclusivamente ad aiutare i propri figli che si trovano, nella maggior parte dei casi, in una condizione di inedia. Per questo vengono ingannate con l’assicurazione che tutto andrà bene e caricate su un aereo, preso per la prima volta. Le autorità dovrebbero capire che chi fa il viaggio non appartiene a nessuna organizzazione e che non possono essere considerate alla stregua di un narcotrafficante, perché di fatto esse stesse sono vittime di organizzazioni criminali. L’arresto le separa traumaticamente dai propri figli, che devono essere cresciuti da altre mamme con altrettanti figli in uno stato peggiore di quello precedente all’arresto.
La solitudine è un grande problema. Il giorno del colloquio vediamo le donne (la maggior parte italiane) ricevere i parenti che portano amore, affetto e noi senza alcuna possibilità di ricevere un abbraccio, un bacio dalle nostre famiglie. I figli incontrano le loro madri e noi lontano da loro. Solo una madre può ca¬pire tanto dolore. La mancanza di comprensione, il preconcetto nell’accettarci e la difficoltà nell’adattarsi, sono barrie¬re quasi insormontabili. Fortunatamen¬te esistono persone buone e solidali che ci aiutano.
Oggi molto è cambiato; siamo più serene perché siamo giunte a Bollate: abbiamo più comodità e gli operatori di questo istituto ci trattano umanamente, abbia¬mo la possibilità di parlare delle nostre difficoltà e necessità e il più delle volte si trova una soluzione ai nostri problemi, anche se a volte ci si sente un po’ abbandonate. Qui ad esempio c’è un’educatrice, Anna Viola, che ha il compito specifico di occuparsi dei detenuti stranieri, è bene che si sappia che tramite la solita domandina si può chiederle un incontro e nel caso di problemi legali lo si può fare anche attraverso lo sportello giuridico. Naturalmente sarebbe bello se anche al femminile si organizzassero con lei degli incontri perché la maggior parte di noi non l’ha mai vista e non sa che esiste questa possibilità. Una pecca è che al femminile non abbiamo tante opportunità, come al maschile.
Soffriamo di una discriminazione in relazione a loro, sia per il numero delle attività interessanti, sia per le possibilità di limitare le restrizioni della carcerazione. C’è oltretutto la grande difficoltà nel recarsi al reparto maschile per effettuare qualche attività. Se potessimo avere più agevolazioni nel frequentare le stesse attività, la nostra detenzione avrebbe un senso e ci sentiremmo meno tristi. Viviamo con la speranza che le autorità interne prendano delle decisioni positive in un prossimo futuro e che guardino a noi con mag¬gior attenzione, anche se in quest’ultimo anno qualcosa è cambiato.
Sarebbe nostro desiderio riuscire ad avere un’infermeria tutta per noi, senza dover essere accompagnate tutte le volte all’infermeria del maschile (centrale). Insomma, compatibilmente con le restrizioni della vita carceraria, vorremmo avere gli stessi doveri, ma anche gli stes¬si diritti dei nostri compagni detenuti.
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migranti
carcere donne
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