Susanna Marietti e Patrizio Gonnella (Antigone)
carteBollate - ottobre 2013

La nostra associazione prende il nome da una tragedia di Sofocle. Antigone è una donna che osò sfidare Creonte, il re. Creonte dette ordine di non seppellire Polinice, fratello di Antigone, in quanto ritenuto da lui un traditore. Antigone, giovane ma decisa nei suoi sentimenti e nelle sue idee, con fermezza disobbedì all’ordine regio e ugualmente seppellì Polinice, perché tutti, nessuno escluso, secondo lei meritavano degna sepoltura. Ciò le costò la morte. Mise il suo corpo e la sua anima a disposizione di un progetto più ampio che non quello di una esistenza grigia, riguardosa nelle forme ma sostanzialmente priva di ideali. Antigone che si ribella al re e decide di seppellire suo fratello non è tanto e non è solo la metafora del rapporto tra la legge ingiusta (del re Creonte) e la giustizia giusta (degli Dei e di Antigone), quanto invece segna il conflitto tra l’obbedienza e la resistenza, parole entrambe presenti nella lettera. Esiste un dovere morale di resistenza rispetto alle ingiustizie palesi di un sistema che nel nome della legge azzera la dignità degli esseri umani?

Antigone riteneva di sì. Noi riteniamo di sì. La parola resistenza a sua volta evoca la parola trasformazione. Le nostre prigioni sono oggi luoghi che vanno smascherati nella loro tragicità, resi trasparenti vista la loro opacità. Questa lettera aiuta una operazione di osservazione critica della realtà penitenziaria nonché legittima azioni di resistenza politica e culturale. Essa aiuta a rendere meno oscura e scontata una condizione, quella delle donne e dei bambini in carcere, sulla quale molti versano lacrime che poi scopri¬remo essere lacrime di coccodrillo. La lettrice ci scrive da “libera”, dopo avere trascorso otto anni nel carcere romano femminile di Rebibbia, specificando che lo fa usando un personal computer. Ci dice che fuori dal carcere ha dovuto imparare tutto, visto che gli ultimi otto anni sono stati quelli della rivoluzione informatica e del web.

Il carcere è però indifferente a tutto questo. Al sistema carcerario poco importa che le vecchie poste sono lì lì per chiudere, che nessuno scrive con carta e penna fuori dalle patrie galere, che Obama ha vinto le elezioni grazie ai social network o che Grillo usa il blog come se fosse un’agenzia di stampa. In cella il computer è vietato. In carcere internet è considerato al pari dell’eroina o del sesso. Tutto vietato! Come si può sostenere che la pena debba tendere alla rieducazione del condannato - in questo caso della condannata - se si vieta alla persona reclusa di stare al passo dei tempi? Internet non è il male. Ai detenuti e alle detenute - quanto meno alla gran massa degli stessi - va consentito l’uso delle mail, che non sono altro che lettere più rapide rispetto a quelle di un tempo.

Il carcere è spesso il luogo delle decisioni illogiche prese nel nome della sicurez-za, una illogicità che non viene messa in discussione neanche quando si tratta della ingiusta detenzione di un bimbo piccolo insieme alla propria madre. Non è la logica che governa il carcere. La discrezionalità tende a tracimare nell’arbitrio. Ci vorrebbe invece una più rigorosa regia che lasci meno spazi agli eccessi di custodialismo insensato. La pena detentiva è una pena a stare chiu¬si in carcere e non a stare chiusi in cella. La determinazione di alcune donne ha favorito l’allontanamento dei bimbi dalla sezione di alta sicurezza. È questo che intendiamo quando abbiamo, a proposito di Antigone, evocato la resistenza contro l’obbedienza.

Se il tema della detenzione dei bambini piccoli e delle loro mamme evoca pietà e solidarietà umana pur senza avere prodotto riforme efficaci nel nome della libertà e del rispetto dei diritti dell’infanzia, quello della detenzione durissima di persone ritenute pericolose pare che non si possa mettere neanche in discussione. Il regime di cui all’articolo 41 bis, secondo comma, dell’ordinamento penitenziario, riguarda oggi circa 600 persone. Del loro trattamento nessuno si preoccupa anzi il tema non può essere sollevato senza il rischio di essere accusati di profondo disinteresse verso la sicurezza dello Stato. La disumanità e la degradazione dell’uomo a oggetto non può mai trovare giustificazione, neanche nella ragion di Stato.

Maria Laura Fadda (magistrato di sorveglianza presso il tribunale di Milano)
carteBollate - ottobre 2013

La specificità della detenzione femminile e cioè che all’interno del carcere sia presente una differenza di genere, è dato generalmente acquisito dagli operatori penitenziari e occorre riconoscere che negli ultimi anni vi è stato, da parte dell’Amministrazione Penitenziaria, sia nazionale che locale, un certo sforzo per cercare di ovviare alle più macroscopiche differenze tra uomini e donne detenute o meglio, per cercare di riconoscere i bisogni e le esigenze delle donne detenute.

Eppure, nonostante i cambiamenti, nonostante la possibilità di avere specchi a tutta altezza, di personalizzare la camera di pernottamento, di acquistare prodotti specifici, di lavorare ed altro, rimane palpabile, all’interno dei reparti femminili, un livello di sofferenza personale delle detenute che colpisce e, in un certo senso, fa sentire impotenti: è come se, pur cercando di adeguare l’offerta trattamentale alle esigenze specifiche delle donne e di offrire loro delle opportunità di reinserimento sociale quasi paritetiche rispetto a quelle presenti per gli uomini, si percepisca che tutto ciò non sia sufficiente ad alleviare la penosità della detenzione. La sofferenza delle donne ci rimanda continuamente alla sofferenza della condizione detentiva. La privazione del bene primario della libertà personale che si attua con la reclusione in carcere, si declina, infatti, con modalità e effetti differenti per il detenuto uomo rispetto alla detenuta donna.

Il carcere, rimane pur sempre un’istituzione totale maschile, caratterizzato da regole rigide e predeterminatefondate sul mantenimento della sicurezza, sul contenimento dell’autodeterminazione, in cui poco posto è lasciato al profilo emozionale che fa parte dell’esperienza comunicazionale di ogni donna che, conseguenzialmente, risulta rinchiusa non solo in un perimetro fisico, ma anche psicologico e umano, alienata dalla propria identità.

Ma in carcere manca anche la possibilità di vivere un altro lato importante della personalità femminile: la capacità di cura. Non si deve credere che tale “menomazione” sia poco importante: la criminologia ha evidenziato come proprio l’esigenza profonda di prendersi cura degli altri, sia uno dei motivi dello scarso numero statistico della criminalità femminile, costantemente fermo al 5% di quella totale.

Occorrerebbe, dunque, in carcere, ripensare alle offerte trattamentali per i reparti femminili non soltanto in ter¬mini quantitativi (seppure anche questo sia un aspetto importante, tanto che forse, anche in carcere dovrebbero essere previste delle “quote” per garantire la parità), nel senso di offrire lo stesso numero di attività che sono rivolte agli uomini, ma anche in termini qualitativi, nel senso di maggiormente utili e funzionali all’espressione di tali esigenze. Si potrebbe pensare anche ad attività non “autocentrate”, ma di volontariato o lavorative in ambienti specifici ove sia possibile interagire con persone svantaggiate o minori e altresì prevedere corsi professionali in questa direzione.

È evidente, dunque, come sia doppiamente discriminante e dolorosa la condizione della donna-madre-detenuta, non soltanto se i figli sono con lei in carcere, ma anche se sono rimasti fuori, affidati ad altri. Infatti, la ricaduta sociale della detenzione delle donne, nonostante il numero percentuale esiguo rispetto al numero totale della popolazione femminile, è enorme in quanto coinvolge l’unità familiare e le prospettive di crescita equilibrata dei minori.

Occorrere, dunque, fare un passo avanti, non soltanto per relizzare altri Icam in Italia, ma anche per assicurare possibilità di incontro non limitate al colloquio familiare, tra le madri e i figli, come ad esempio proiezioni di film per bambini o feste collettive per particolare ricorrenze, ove invitare, tutti insieme, i minori per momenti di svago meno ansiogeni e in cui sia possibile svolgere da parte della mamma,un ruolo non di semplice accudimento estemporaneo, ma un’assunzione di responsabilità e di svolgimento di compiti di trasmissione e formazione, di sicura importanza nel trattamento e nel processo di risocia-lizzazione. Certamente la previsione dei colloqui domenicali o festivi, aiu¬terebbe molto in questa direzione.

La prospettiva, dunque, anche quella del carcere, deve essere quella della tutela del diritto del bambino ad una crescita più equilibrata possibile investimento che non solo aiuterebbe la madre, ma la società tutta.

Lucia Castellano (Consigliere regione Lombardia)
carteBollate - ottobre 2013

È difficile commentare un pensiero così lucido e chiaro sul dramma della carcerazione.

Ancora una volta viene descritta, senza fare sconti, la rigidità e l'invasività dell'istituzione totale. l'invivibilità di giorni senza senso, che inflitta ai bambini diventa davvero un attentato alla loro infanzia e al loro futuro. Ma che, paradossalmente, viene attenuata dalla presenza dei bambini che "riuscivano a farti dimenticare dov'eri". Questo carcere insensato non serve a nessuno: non produce libertà, ma asservimento a regole ferree quanto prive di logica. Chi è in grado, come scrive l'autrice, di sopravvivere grazie a risorse personali, resta con la cicatrice addosso ma supera il dramma. Chi è più fragile resta intrappolato. C'è rimedio a tutto questo? Forse si.

Attraverso norme che eliminino definitivamente, per i bambini, la prospettiva del carcere. L'ultima legge, dell'agosto 2013, garantisce la detenzione domiciliare immediata alle donne con figli fino ai 10 anni. Sembra già un passo avanti. Ma insieme a nuove leggi deve farsi strada una nuova cultura: quella del consentire al prigioniero tutta la libertà possibile, compatibile con il muro di cinta. L'esatto contrario della prepotenza istituzionale così ben descritta nella lettera. Il carcere pensato dalle nostre leggi è quello in cui il potere assoluto si ritrae, nella relazione con l'utenza, fino al punto di consentire ai detenuti di continuare a essere padroni, se pur limitatamente, della pro¬pria giornata. A giocare questa partita sono, da sempre, chiamati tutti gli attori dell'esecuzione penale: i magistrati di sorveglianza, gli operatori penitenziari, i detenuti stessi, che devono prendere la responsabilità di passare da oggetto a soggetto di diritti.

Senza questo ribaltamento di prospettiva tutte le migliori leggi, come già accade, rimangono lettera morta. E il carcere resta, nei secoli, quello descritto dall'ex detenuta.
 
Lia Sacerdote (Bambinisenzasbarre)
carteBollate - ottobre 2013

La lettera della mamma di Rebibbia, è una testimonianza molto dura nella sua intensità, è la voce di una donna che riconosciamo, conosciamo il suo dolore, che pur nella sua unicità appartiene alle donne che vivono la carcerazione mentre sono ma¬dri. È la vicinanza a quel particolare dolore che risuona, ma anche la loro forza di resistenza alle ferite, la forza della memoria. Risuona per la vicinanza a molte donne che ho incontrato in questi 11 anni di carcere con Bambinisenzasbarre. E ancora oggi.

L’urgenza è sempre per un figlio, un figlio fuori che si vuole vedere assolutamente, un figlio lontano in un altro paese a cui si vuole far sapere, o il figlio dentro che dopo i tre anni viene allontanato ed è qualcosa che non si può sopportare. Ancora oggi le urgenze sono queste e gli stessi dolori. Ed è questa forza di resistenza, che il carcere per fortuna consente e innesca come autocura di sopravvivenza, che trapela dalla testimonianza della mamma di Rebibbia, che sostiene anche quando si è fuori. Forse sostiene anche noi che ne siamo testimoni.

Accanto ai sentimenti che la lettera provoca c’è la situazione generale che rappresenta. Ci siamo impegnati e tuttora lo siamo a livello istituzionale, nazionale ed Europeo, perché in particolare la situazione delle relazioni genitoriali in carcere migliori, che i bambini non ci vivano, che il loro diritto sia un diritto prioritario rispetto a tutto il resto.
E la situazione ci porta inevitabilmente ad accennare alla recente legge 62 dell’aprile 2011, in vigore pienamente dal prossimo gennaio 2014, ultimo atto di un percorso legislativo di attenzione al tema della genitorialità detenuta che parte dalla Legge Finocchiaro del 2001 con la sua detenzione domiciliare speciale.

La nuova legge esclude il carcere per le donne con figli fino a 6 anni di età, salvo esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, ma per tutta una serie di possibili interpretazioni restrittive e di difficoltà applicative rischia di peggiorare la situazione o di lasciarla quantomeno inalterata, in attesa che le case famiglia, disposte dalla legge, riescano a essere una soluzione praticata, lasciando agli enti locali l’onere finanziario di sostenerle.

La recente audizione del 23 luglio (insieme alla associazione Aromainsieme Leda Colombini, che opera a Rebibbia e con cui abbiamo condiviso tutti questi anni di impegno per la modifica della Legge Finocchiaro) a cui siamo stati convocati dalla Commissione speciale dei diritti umani del Senato, presieduta da Luigi Manconi, ha sollecitato due mozioni al governo di cui stiamo seguendo l’iter. Per completare le informazioni citiamo anche la petizione che abbiamo promosso, prima in Italia e poi in Europa, perché venga applicata la Risoluzione 2116 del 2008 da ogni Stato membro, con tutti gli interventi e buone pratiche che sollecita.

Ma forse basterebbe l’applicazione della Carta Onu dei diritti dell’Infanzia come diritto primario rispetto a tutto il resto, il carcere ne sarebbe trasformato.

Ci convinciamo sempre di più che “guardare il carcere con gli occhi di un bambino” sia un pensiero guida e uno strumento radicale di trasformazione, nonostante appaia retorico nella sua apparente semplicità. Un esempio di questa potenzialità è stato il recente ciclo di Formazione promosso dal Prap su questo tema, riservato a una rappresentanza di operatori penitenziari di tutte le carceri della Lombardia. Gli operatori, educatori e agenti, e noi con loro, sono stati molto colpiti dall’influenza profonda di questo “punto di vista” che permette di umanizzare il carcere e le relazioni che lo abitano.

Sulla condizione delle prigioniere mamme

Lettera di un’ex detenuta che ha trascorso 8 anni nel femminile di Rebibbia
Carte Bollate - ottobre 2013

Ciao cara amica, come vedi adesso sono qui, "libera" di scriverti utilizzando un personal computer. Ho dovuto imparare tutto, ai tempi del mio arresto non ero affatto esperta e ora, dopo anni davvero sembra improbabile una vita priva di un minimo di conoscenza informatica… posso scriverti e cancellare velocemente i miei ripensamenti, soprattutto senza che tu lo noti. Non è facile, infatti, de-scriverti quelli che sono i miei anni lì, vorrei potertene parlare in modo obiettivo senza sentirmi così coinvolta. Non credo ci riuscirò sono profonde le cicatrici lasciate, ma voglio comunque provarci.

La prima immagine mi riporta alla mia entrata in sezione, una sezione di massima sicurezza con poche celle, molte donne stipate e soprattutto tre bimbetti! Devi sapere che le leggi (nella loro intrinseca perversione) prevedono la carcerazione di una mamma con la propria prole se inferiore ai tre anni di età, allo scadere dei quali gli sarà strappata via senza se e senza ma ”liberati” dal giogo carcerario per entrare a far parte di un ambiente probabilmente loro estraneo, dopo che per un periodo, comunque lungo, avranno ben interiorizzato l’ubbidienza a regole e comportamenti dettati da principi securitari non sempre logici; in seguito, partendo a ritroso dalla violenta separazione, passando per la totale assenza di autodeterminazione della madre, il cui rapporto con il proprio figlio viene sempre mediato dalla presenza autoritaria della guardia di turno, comprenderanno che la loro relazione è stata tutta una sofferenza.

Tre bimbetti, dicevo, chiusi in un ristretto spazio controllato e austero, co¬stretti a con-vivere con donne di tutte le età e il loro carico di dolore, le loro peculiarità e soggettività. E a pochi anni, si sa, sei una spugna, privo di autonomia e discernimento, quando sei così piccolo non sai come difenderti da una cappa di sofferenza che respiri ogni giorno. Certo, molte di noi riuscivano a non trasmettere le proprie ansie, magari quelle un po’ più consapevoli del proprio percorso e quindi più ”coriacee”, e la presenza dei bimbetti era un motivo in più per resistere. Anzi, forse era la causa aggiunta di quella resistenza, perché loro (i bimbetti), riuscivano spesso a farti dimenticare dov’eri. Riuscivano a lenire, coi loro sorrisi, i giochi, gli stimoli positivi a cui inevitabilmente ti sottoponevano, il lacerante pensiero dei figli, invece così lontani e con i quali il rapporto era immiserito in un’ora di colloquio settimanale.

Abbiamo lottato a lungo prima che qualcuno stabilisse definitivamente l’incompatibilità della presenza di bimbi in una sezione di alta sicurezza, ottenendo che, a prescindere dall’entità del reato imputato alle mamme, detenute e figli venissero finalmente trasferiti in un’altra sezione all’interno del perimetro carcerario e a 30 m. da quella di alta sicurezza. C’è voluto un anno intero e alla fine. sapessi che vuoto, trasferiti, fu come ricominciare da capo la detenzione. E nonostante fossimo tutte convinte che il nido non fosse la soluzione, perché di qualunque colore si possa tingere, una galera non lo è mai, eravamo felici che almeno i “nostri” lupetti avrebbero potuto giocare con altri bimbi e fruire delle uscite con i volontari e delle mattinate in asili nido vicini al carcere.

E quando il silenzio è calato nella sezione di alta sicurezza, ci siamo dovute confrontare con la realtà del 41 bis, perché solo un cortile, a noi escluso, ci separava da quella sezione. Ma sentivamo tutto, i gemiti, le urla, il riso nervoso delle poche forzate ospiti nei loro brevi momenti di socialità (un’ora di socialità nelle 24 ore è niente!). Ci sono stati lunghi periodi in cui solo una donna era detenuta, priva di qualsiasi opportunità di relazioni se non con le guardie. Quasi nessuno ne parla, comunque sempre troppo pochi, e quando si invocano ulteriori leggi penalizzanti contro la tortura, non si sa perché non si sa come, ci si dimentica sempre del 41 bis. Ho visto donne perdere il senno fino a decidere che così non poteva andare oltre e assumersi la responsabilità del fatale tragico gesto finale. Ho visto donne perfettamente curate nel loro aspetto, perdere in breve capelli e denti e chili di dignità. Ho sentito piangere di notte e piangere di giorno, infermieri che entravano con l’unico ausilio possibile: gocce di tossicità che circolando nel sangue inducono alienazione e torpore.

Tanto la mattina dopo non c’è nulla che ti spinga a svegliarti presto, a curare il tuo corpo e il tuo spirito, il giorno dopo è un ennesimo susseguirsi di ore vuote. Ma d’altronde, si sa, dalla galera esci sempre male, chi più chi meno. Se sei dotato di una ricchezza interiore (per fortuna o condizione sociale) avrai possibilità di reazione e potrai tirare avanti e, magari riuscire a trasformare quel dolore (soggettivo e collettivo) in un’ulteriore spinta verso la non rassegnazione. Se però (per sfortuna o condizione sociale) non sei dotato di tali strumenti, quegli aspetti più grigi e tristi del tuo carattere saranno potenziati e si manifesteranno attraverso invidie e gelosie, protagonismi da quattro soldi e delazioni per l’accaparramento di briciole, privilegi: qualche corso da frequentare, qualche ora in più di lavoro schiavizzato, un alimento non a tutti concesso che ti arriva attraverso un pacco-colloquio, la possibilità di viverti un amore magari concedendoti di stare nella stessa cella dare e ricevere, quell’assenza di intimità e fusione di corpi può farti davvero male, può lasciare segni indelebili e condurti a decisioni di cui porterai “la vergogna” per sempre.

Ed è forse anche quella privazione disumana che induce le donne a somatizzare il malessere esprimendolo (non hai idea dell’alta incidenza di casi che c’è in galera!) in problemi alla tiroide e/o ormonali in genere oltre a quelli ginecologici. Donne con i segni di operazioni sul collo ne ho viste tante e d’altronde la sanità in carcere, si sa, è quella che è: prevenire non si può, curare costa quindi si prediligono interventi ra-dicali, tra l’altro decisamente meglio rimborsati dalla sanità statale. E chi se ne frega se una volta libera sarai sfregiata o privata della possibilità di avere figli o, ancora, dipendente da farmaci anche psichiatrici…

Però ho visto molte donne avere cura di sé, anche le meno abbienti (di cui ovviamente il carcere è strapieno) auto-prodursi creme e in generale prodotti per le cure estetiche, grazie anche alle esperienze condivise e trasmesse da donne provenienti da diverse parti del mondo, donne che corre-vano quotidianamente, nel tentativo di mantenersi in forma nel corpo e nello spirito, in spazi d’aria angusti come uccelliere. Donne che affrontavano i loro giorni senza rinuncia¬re alla dignità, magari dopo aver messo in ordine una cella appena perquisita da mani prive di rispetto per quei pochi effetti personali concessi che ritrovavano alla rinfusa al rientro: foto con care immagini, preziose lettere…

Spesso il percorso carcerario non si conclude solo con l’estinzione della pena per il reato commesso ma con l’accertamento, da parte delle varie figure detentrici del tuo corpo, dell’interiorizzazione di quei valori: tanto più l’interiorizzazione è riuscita tanto più sei meritevole di far parte dei “prodotti liberi”. Solo che se sei uno sfigato (e molto probabilmente lo sei) non avrai accesso all’Eden dei padroni del mondo e saranno proprio quegli stessi valori che rischieranno di portarti di nuovo dentro quelle mura. Un gioco al massacro, un gioco del quale si rischia di non vedere la fine…

Ecco, cara amica, spero di averti espresso con chiarezza alcuni dei risvolti di un’esperienza che in me non avrà mai fine. Ti abbraccio con forza, la stessa forza che ancora mi spinge ad andare avanti e a non voler dimenticare.
Lettera firmata


Un prezzo personale e sociale inaccettabile


È dura leggere questa lettera. Trovo che abbia un forte impatto emotivo e che ancora una volta ci costringe a fare i conti con quella che, oramai, è una certezza. Le donne detenute vivono una situazione di isolamento estremamente accentuata che ha conseguenze devastanti sul piano fisico e morale non solo di tipo personale ma anche sociale.
Ed è la società che pagherà il più alto costo soprattutto perché l’assenza della donna dall’ambito famigliare comporta molto spesso l’allontanamento dei figli.

Spesso capita di discutere tra operatori sulle difficoltà che si incontrano nel coinvolgere le donne nelle varie attività che si organizzano in carcere. Ma come potrebbe essere altrimenti, visto che il pensiero fisso di una donna, di una mamma è necessariamente e costantemente orientato verso quella che è l’aspirazione più normale, più primitiva e che consiste nel prendersi cura dei propri piccoli e degli affetti che sono stati lasciati fuori?

Tuttavia, voglio cogliere un messaggio positivo che ho intravisto nella lettera. Intanto, è necessario ricordare e parlare delle donne rinchiuse: le parole non sono mai abbastanza.
Così come non è mai sufficiente raccontare della epopea che vivono molto spesso i bambini che hanno genitori detenuti.

In secondo luogo, mi piace pensare che con un po’ di tempo e di lavoro su se stesse (e anche di fortuna), le donne riescano a risalire e a riappropriarsi del proprio tempo, del proprio ruolo, dei propri amori.
Cosima Buccoliero (vice-direttrice del carcere di Bollate)

prova x

test

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Abbatto i muri
11 luglio 2013

A Palermo Rosy, a volte, è il diminuitivo di Rosalia. Non so se questo è il caso. Quello che so è che la morte di una Rosy riecheggia negli spazi di chi si nutre di orrori, dove ad un assassinio più che premeditato si aggiungono tesi preconfezionate, letture di una realtà che neppure si conosce, richieste che con lei, Rosy, così come le altre vittime dello stesso tipo, non c’entrano niente.
Lunaria
3 maggio 2013

Stanziamenti pubblici significativi, mancanza di trasparenza nell'utilizzo delle risorse, risultati limitati rispetto a quelli auspicati ed esposizione dei migranti al rischio di violazioni dei diritti umani: queste le conclusioni del dossier "Costi disumani. La spesa pubblica per il contrasto dell’immigrazione irregolare" presentato il 30 Maggio da Lunaria.
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Minori, scacco matto alla Sap

Flavia Landolfi, Il Sole 24 Ore
1 aprile 2013

La Sindrome da alienazione parentale (Pas) potrebbe presto sparire dalle aule dei tribunali italiani. Usata come clava contro uno dei genitori, più spesso le donne, nelle cause di affidamento dei minori, è uscita alla rbalta con il caso del bambino di Cittadella ...

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