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mercoledì 24 ottobre 2018



"Le azioni umane adombrano sempre un certo fine, che può diventare inevitabile, se in quelle ci si ostina. Ma se vengono a mutare, muterà anche il fine".
Charles Dickens



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Amore a prima vista

Chagall, PromenadeSarantis Thanopulos, Il Manifesto
6 gennaio 2018

Secondo una ricerca del dipartimento di Psicologia dell’Università di Groningen in Olanda, l’amore "a prima vista" è un’illusione, una confabulazione. A essere più precisi: una proiezione di sentimenti correnti nel passato.
Il campo dell’illusione è minato per chi avanza nel campo dei sentimenti come un elefante in una cristalleria.

Spesso è terreno di conquista di predatori falsari, pronti a costruire qualsiasi cosa che possa dare l’illusione del vero o, più efficacemente, di sostituirlo, togliendo di mezzo le complicazioni e le contraddizioni di cui la verità è foriera.

L’inganno ha il suo punto di forza “commerciale” nella domanda di autoinganno, che, tuttavia esiste indipendentemente dalla contraffazione ed è, nella sua essenza, richiesta di consolazione. Non esiste forma di illusione che non contenga una componente consolatoria: che una cosa bella si mantenga tale contro il tempo e le forze avverse, che una cosa brutta resti lontana anche se è incombente, che ciò che si anela fortemente oggi possa essere disponibile, chissà per quale magia, domani.

Le istanze consolatorie non sono necessariamente nemiche del lutto, della fondamentale esperienza di mancanza che ci dischiude alla vita e ai suoi imprevisti, guidandoci con l’intimo presentimento di un incontro rinnovato con l’oggetto di desiderio di cui solo essa è capace.

Un investimento consolatorio dell’oggetto perduto, l’illusione di trattenerlo in qualche modo presente nella nostra vita nonostante tutto o, nella direzione opposta, di rivederlo apparire in forma nuova prima che questo sia veramente possibile, rende il dolore della mancanza più sopportabile e elaborabile nella direzione di un ritrovamento reale.

Quando la consolazione non diventa anestesia psichica, che dilaziona all’infinito l’incontro con ciò che si desidera, sostituendosi al lutto, piuttosto che supportarlo, lo spazio dell’illusione si amplifica, diventa il luogo in cui il vero può essere vissuto. Non nelle forme concrete, inconfutabili, in cui siamo soliti cercarlo (e le quali puntualmente lo tradiscono) ma nelle modalità che gli sono proprie: l’intuizione, la sorpresa, la meraviglia, il gusto della vita, il «non so che» di un sapere che è esperienza.

Questo sapere ci interroga, non è interrogato, ci rivela a noi stessi e agli altri, non è rivelato. Non disdegna la conoscenza logica con cui intrattiene un rapporto di tensione reciprocamente necessaria, ma ne decostruisce la vocazione colonizzante, che può diventare autoritaria, e le conferisce sfumature e profondità che da sola non potrebbe mai ottenere.

Dal canto suo usufruisce della logica, che rende chiare le contraddizioni sulle quali non vuole sbattere, ma non cerca di risolverle in un modo o un altro. Ne sfrutta le potenzialità per ampliare il proprio spazio e affinare la propria sensibilità di modo che nel suo definirsi non si chiuda mai in sé, ma si ridefinisca sempre.

L’amore «a prima vista», fa parte del «non so che», dell’illusione che, sospendendo l’accadere delle cose, è afferrata dalla loro verità, ostile al già chiuso e al concreto, e, al tempo stesso, l’afferra. Non è della materia dell’inganno né della consolazione e neppure una proiezione di sentimenti correnti nel passato.

È una rielaborazione onirica dell’esperienza che recupera ciò che del passato resta aperto al futuro, una potenzialità ancora in divenire, l’esposizione amorosa come sarebbe potuta o potrà ancora accadere, pure se è già accaduta e perfino se mai lo è stata concretamente. Non è amore per questa o quest’altra cosa o persona, mette insieme oggetti di diverse prospettive, grazie anche al privilegio che assegna a uno di loro. Mantiene vivo lo sguardo dell’amore, non lo giustifica né lo spiega storicamente.