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Cronache del Garantista03 02 2015
by Maria Brucale in Lettere dal carcere
Era il 30 marzo del 2011, quattro anni fa. Dopo uno scontro fisico con un agente di polizia penitenziaria, alla presenza di altri agenti e di detenuti, Carlo Saturno, un ragazzo di soli 23 anni, veniva rinchiuso in una cella di contenimento del carcere di Bari e, dopo poco meno di un’ora, veniva ritrovato soffocato con un lenzuolo legato al collo e già in condizioni disperate. Il 7 aprile Carlo moriva.
Nel 2010, era stato testimone in un processo penale a carico di agenti di polizia penitenziaria minorile imputati per lesioni, abuso dei mezzi di correzione, lesioni gravi ed altri reati.
Carlo, come altri ragazzi, detenuti in quell’istituto minorile, veniva pestato, vilipeso, sbeffeggiato, costretto al silenzio, messo in celle di isolamento, legato nudo alle reti metalliche dei letti. Allora Carlo, come i suoi compagni di sventura, aveva appena 14, 15 anni.
Con enorme coraggio, si era fidato della Giustizia ed aveva denunciato quei fatti. Con altrettanto coraggio, poi, si era presentato in aula ed aveva testimoniato tutto ciò che aveva subito. Ma la denuncia, sofferta, rabbiosa e solitaria di Carlo non avrebbe prodotto alcun risultato. Si sa, a volte, la giustizia si fa ancora più lenta e il processo penale, scaturito dal dolore di Carlo, nel giugno del 2011 si è prescritto.
Dal 7 aprile 2011 ad oggi la Procura di Bari ha richiesto ben due volte l’archiviazione e ben due volte è stata rigettata dal gip dietro opposizione dell’avv. Tania Rizzo, difensore dei due fratelli, Ottavio ed Anna. Necessarie nuove indagini. Imprescindibile ascoltare i testimoni, scrive il giudice nell’ordinanza con cui rigetta la seconda richiesta di archiviazione del pm Isabella Ginefra. «Le indagini non risultano complete» afferma il gip.
Tra le anomalie del tutto senza spiegazione, rileva anche la circostanza che incredibilmente un soggetto che era considerato fragile e assumeva psicofarmaci, dopo uno scontro fisico con alcuni agenti di polizia penitenziaria, era stato lasciato solo, in una cella asfittica dove, forse da solo, aveva avuto la possibilità di stringersi una corda al collo.
Agli atti del pm che chiedeva l’archiviazione, non c’erano i verbali delle sommarie informazioni rese dagli altri detenuti presenti quel giorno nel carcere di Bari, né le cartelle mediche e psichiatriche del ragazzo che ne attestavano la condizione psicologica determinata dalle violenze in passato subite, né erano state raccolte le dichiarazioni dei medici che lo avevano visitato dopo il pestaggio, né di quelli che lo avevano accompagnato in ospedale dopo il tentativo di suicidio, né della sua educatrice cui, a quanto pare, non era stato consentito di incontrarlo sebbene Carlo, dopo quanto accaduto, ne avesse chiesto la presenza perché era in stato di grande agitazione emotiva.
Una inspiegabile voragine investigativa a fronte della notizia di reato elaborata: istigazione al suicidio. Un’ipotesi, in realtà, già oltremodo circoscritta che esclude l’accertamento sulla dinamica del suicidio ed allontana il sospetto sulla eventuale responsabilità di terzi nella drammatica morte del giovane sebbene una perizia disposta dalla Procura ed eseguita dal medico legale Francesco Introna, abbia stabilito che i segni intorno al collo sarebbero compatibili sia con un salto nel vuoto che con un eventuale strangolamento da parte di altri.
Quattro anni di indagini, dunque, all’esito dei quali, tuttavia, non c’è ancora un’iscrizione nel registro degli indagati presso la Procura di Bari. Non si conoscono i nomi di coloro che picchiarono Carlo, che lo condussero a forza nella cella di isolamento, che lo lasciarono morire. È un procedimento a carico di ignoti ed ancora giace sulla scrivania del pubblico ministero.
Carlo era in carcere per furto, sottoposto a pena preventiva, detenuto in custodia cautelare. Non colpevole, fino alla sentenza definitiva di condanna. Così è morto in carcere. Non colpevole, non ancora!
Ristretto come “giovane adulto”, aveva avviato le richieste per essere assegnato ad una casa famiglia al nord nella quale avrebbe potuto imparare ad occuparsi dei più bisognosi e avrebbe potuto studiare. Ma i giudici della Corte di Appello avevano rigettato la richiesta pur corredata della disponibilità piena della casa famiglia ad accoglierlo anche in carcerazione preventiva. Extrema ratio, il carcere, quando ogni altra misura cautelare risulti inadeguata. Oggi Carlo sarebbe vivo. Ma tant’è!
Da quattro anni la vita di un giovane adulto è ferma su una scrivania. Inutili i solleciti del difensore dei due fratelli: ad oggi non è pervenuta nessuna novità dalla Procura di Bari. Sospese sono le lacrime dei familiari, la loro incredulità, la loro attesa di verità, la loro speranza di giustizia.
Pop Off03 02 2015
Omicidio colposo: rinvio a giudizio per i militari che avrebbero provocato la morte per asfissia di Riccardo Magherini e per i soccorritori che non avrebbero capito la gravità
di Checchino Antonini
«Andiamo a processo, era quello che volevamo. Aspettiamo l’11 giugno. Ma qui non c’è vittoria, abbiamo perso Riccardo. Non sarà mai vittoria». Guido Magherini, padre di Riccardo, esce in lacrime dall’aula del tribunale di Firenze dove è stato appena pronunciato il rinvio a giudizio di quattro carabinieri e di tre soccorritori che saranno processati per omicidio colposo del figlio. Il rinvio a giudizio deciso dal Gup del Tribunale di Firenze è stato salutato dai familiari e dagli amici della famiglia Magherini con applausi e grida nel corridoio del Palazzo di giustizia dove hanno atteso la decisione.
Uno dei militari deve rispondere anche di percosse. Il giudice ha quindi accolto le richieste del pm Luigi Bocciolini. Fuori dall’aula in tanti: gli amici del Maghero, Acad Firenze e una delegazione della Curva Fiesole.
Magherini morì a 40 anni, nella notte fra il 2 e il 3 marzo dell’anno scorso, mentre veniva arrestato: i carabinieri lo avevano bloccato perché stava dando in escandescenze, in un quartiere centrale di Firenze, Borgo S.Frediano. Secondo la ricostruzione della procura, a uccidere Magherini fu una serie di cause: un’«intossicazione acuta da cocaina», che lo rese preda di una ‘excited delirium syndrome’, e un’asfissia legata anche al modo in cui venne immobilizzato dai carabinieri. Ai tre soccorritori, la procura contesta di non aver compreso la gravità delle condizioni di Magherini, che al loro arrivo era praticamente agonizzante. In questi mesi i familiari del quarantenne hanno parlato anche di «tortura». Il termine è comparso in una lettera aperta che hanno scritto nell’ottobre scorso: «Riccardo è stato preso a calci mentre si trovava steso a terra, già ammanettato in posizione prona, chiedendo disperatamente aiuto. Lo documentano i video, i testimoni, le lesioni. Riccardo è morto umiliato, picchiato e soffocato. È stata una tortura». In alcuni video girati dai passanti le percosse durante l’arresto, il carabiniere che sferra due calci a Magherini alla faccia delle regole d’ingaggio (che Popoff ha documentato) che raccomandano tutt’altro contegno di fronte a una persona in evidente stato di agitazione.
La procura, però, prova a escludere che ci sia stato un pestaggio. «Il rinvio a giudizio cristallizza l’accusa, che ipotizza una responsabilità colposa», ha tenuto a precisare il difensore dei carabinieri, l’avvocato Francesco Maresca. «Il rinvio a giudizio è importante – ha detto l’avvocato della famiglia Magherini, Fabio Anselmo – C’è tanto da fare, non possiamo cullarci sugli allori: sarà un processo molto difficile». Anselmo è legale di parte civile anche nei procedimenti per le morti di Cucchi, Aldrovandi, Budroni, Ferrulli e ha seguito il caso Uva fino al rinvio a giudizio dei poliziotti e carabinieri che lo ebbero in custodia nell’ultima notte della sua vita. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, oggi era in tribunale a Firenze ad attendere la decisione del gup: «Sono emozionata e commossa – ha detto commentando i rinvii a giudizio – come se questa vicenda riguardasse me. Ai Magherini dico di tenere duro. In queste aule sentiranno dire tante cose non vere e ingiuste su Riccardo, ma loro devono andare avanti». In tribunale c’era anche un nutrito gruppo di amici di Magherini. Quando il padre di Riccardo, Guido, è uscito a comunicare l’esito dell’udienza, qualcuno di loro ha gridato: «Ora in galera, via la divisa». Alcuni volontari della Croce rossa, arrivati per esprimere solidarietà ai colleghi, sono invece scoppiati in lacrime. Il processo si aprirà l’11 giugno: «Bisogna fidarsi della giustizia – ha detto la moglie di Magherini, Rosangela Galdino – Il processo è dedicato al nostro bambino, Brando, che ogni giorno chiede del babbo».
Huffingtonpost03 02 2015
Arso vivo in una gabbia. È stato ucciso così il pilota giordano Muath Kasasbeh catturato dall'Isis alla vigilia di Natale. Lo riferisce Rita Katz, responsabile di Site, l'organizzazione che monitora i siti web jihadisti. La notizia dell'uccisione del giovane pilota è stata confermata dall'esercito giordano, che ha fatto sapere che la famiglia era stata avvertita prima della diffusione delle immagini. L'uomo, in realtà, sarebbe stato ucciso già il 3 gennaio scorso, notizia anche questa confermata da Amman. Il suo corpo sarebbe stato sepolto da un bulldozer sotto le macerie: la stessa fine - secondo la propaganda jihadista - delle vittime dei bombardamenti aerei della Coalizione internazionale, i cui resti compaiono nello stesso filmato.
Muath Kasasbeh, 26 anni, era stato catturato il 24 dicembre dai miliziani dell'Isis. L'organizzazione terroristica, dopo aver detto di averlo ucciso ai primi di gennaio, ultimamente aveva chiesto la liberazione della terrorista qaedista Rajada al Rishavi in cambio della vita del pilota. Amman era d'accordo, ma voleva prima la prova che fosse vivo. Prova che, evidentemente, non è mai arrivata, visto che l'uccisione era in realtà avvenuta già il 3 gennaio.
Le immagine sono di una crudezza senza eguali, oltre che "curatissime" dal punto di vista "scenografico". Le si vorrebbe credere uscite da un film, piuttosto che dalla volontà sadica di uomini in carne e ossa, senza scrupoli. In una foto appare il pilota giordano, vestito con la consueta tuta arancione, chiuso in gabbia con una lingua di fuoco che procede verso di lui. Subito dopo appare avvolto dalle fiamme; in un'altra immagine si vedono i resti del corpo carbonizzato. Manca ancora una verifica indipendente dell'attendibilità delle immagini. Al momento non è apparsa neanche la versione integrale del video ma solo alcuni fermo immagine. Secondo al Jazeera, il video sarebbe stato diffuso dalla casa di produzione dell'Is Furqan e intitolato in inglese 'Healing of the Believers' Chests'.
La responsabile di Site ha pubblicato un collage di immagini nelle quali appare Muath Kasasbeh circondato da miliziani armati e a mezzo busto con un occhio tumefatto, mentre pronuncia un monologo.
Le immagini mostrano l'ostaggio, vestito di arancione, con un ematoma sotto l'occhio destro mentre pronuncia alcune frasi, ripreso in primo piano con alle spalle uno sfondo nero su cui compaiono alcune bandiere dei Paesi della coalizione anti-Isis (tra cui Canada, Francia, Usa, Regno Unito, Emirati arabi e Giordania). In una seconda sequenza si vede poi il pilota giordano in piedi davanti a un gruppo di miliziani armati schierati col volto scoperto e in tuta mimetica. Nell'ultima sequenza si vede l'ostaggio in una gabbia col fuoco che avanza e lo circonda.
Il video dell'uccisione del pilota giordano, la cui autenticità non è ancora stata dimostrata, è un'indicazione della "brutalità dell'Isis" e rafforza la "nostra determinazione" a sconfiggere l'Isis, è il commento del presidente americano, Barack Obama.
La tv satellitare al Jazeera, che ha dato per prima la notizia, ha detto di aver visionato il filmato ma che non intendeva pubblicarne le immagini perché "sono raccapriccianti anche per gli standard dello Stato islamico".
Kasasbeah era caduto - abbattuto secondo Isis - sui cieli siriani di Raqqa, la capitale dello Stato Islamico, il 24 dicembre mentre sorvolava la zona a bordo del suo caccia F-16. Isis aveva immediatamente lanciato un concorso online per chiedere alla rete come uccidere il pilota e il 2 gennaio aveva dato notizia di averlo eliminato. Archiviato il suo nome con la sua presunta morte, era tornato fuori il 20 gennaio con la richiesta di riscatto di 200 milioni di dollari avanzata da Isis a Tokyo per liberare i due ostaggi giapponesi, Haruna Yukava e Kenji Goto. Il 24 gennaio venne ucciso il contractor Yukava e allora Isis, rinunciando ai 200 milioni di riscatto, chiese la liberazione della terrorista qaedista Sajida al Rishavi. Quest'ultima è considerata da Isis un simbolo perché nel 2005 aveva partecipato ad un attentato suicida ad Amman in cui tre suoi complici, tra cui il marito, si fecero saltare in aria ad un matrimonio uccidendo oltre 50 persone. Il suo giubetto esplosivo non si innescò e lei tentò di dileguarsi mischiandosi alla folla dei sopravvissuti in fuga. Riconosciuta venne arrestata e l'anno dopo condannato all'ergastolo.
Amman aveva in linea di principio accettato di liberare la terrorista ma prima voleva la prova che Kasasbeah fosse ancora vivo. Il secondo giapponese, il giornalista Kenji Goto, venne decapitato tre giorni fa e sempre Isis diffuse il video della macabra esecuzione. Oggi le immagini dell'orrenda esecuzione del pilota giordano arso vivo in una gabbia di ferro.
Ora in mano allo Stato islamico resterebbe come ostaggio 'occidentale' solo la volontaria americana di 26 anni rapita in Siria nel 2013 e per cui lo scorso agosto Isis chiese un riscatto di 6,6 milioni di dollari. Tutti gli altri ostaggi noti, dagli americani James Foley (il primo decapitato il 19 agosto scorso) seguito da Steven Sottloff, Peter Kassig, e i britannici David Haines e Alan Henning, sono stati eliminati.
Il Fatto Quotidiano03 02 2015
I dati mensili dell’Istat su occupati e disoccupati si limitano a pochissimi indicatori. Per evitare spiegazioni congiunturali di dubbia tenuta, è opportuno analizzarli in una prospettiva temporale più lunga. Ed è utile metterli a confronto con i numeri sulle unità di lavoro.
di Bruno Anastasia (Fonte: Lavoce.info)
La prospettiva di medio periodo
Da quando l’Istat, conformandosi a prescrizioni europee, ha iniziato a diffondere dati mensili sui principali aggregati del mercato del lavoro, ogni mese ascoltiamo commenti sui numeri di occupati e disoccupati che cercano, ricorrendo a supposizioni più o meno plausibili o ardite, di spiegare le variazioni congiunturali di brevissimo periodo. In realtà, i dati mensili resi disponibili dall’Istat si limitano a pochissimi indicatori e nulla ci dicono sulle dinamiche settoriali, contrattuali o orarie che possano giustificarne o spiegarne le variazioni. Per questo, e per la natura campionaria della fonte, è elevatissimo il rischio di gioire (inutilmente) un mese per il miglioramento e di soffrire (altrettanto inutilmente) quello successivo per il peggioramento, scambiando per trend piccole oscillazioni statistiche del tutto compatibili con gli inevitabili problemi di misura. Per evitare spiegazioni congiunturali di dubbia tenuta, è sempre opportuno analizzare i dati mensili collocandoli in una più consistente prospettiva temporale.
Il grafico 1 riporta i dati mensili sugli occupati in Italia per mese dal 2004 a oggi. Emergono nette le due fasi di caduta dell’occupazione, la prima tra ottobre 2008 e marzo 2010 (all’indomani della crisi finanziaria esplosa con il fallimento Lehmann Brothers) con la perdita di circa 600mila occupati, la seconda tra la primavera 2012 e il settembre 2013, con la crisi caratterizzata dai problemi dovuti alla gestione dei debiti sovrani europei e con altri 60mila occupati in meno. Poi l’occupazione ha avvertito, tra la fine del 2013 e i primi mesi del 2014, un modestissimo rimbalzo (può aver contribuito anche il decreto Poletti), mentre successivamente, a partire dalla fine della primavera, è rimasta sostanzialmente piatta, senza evidenziare nuovi peggioramenti, ma anche senza mostrare di aver imboccato la via del recupero. Per la dinamica dell’occupazione totale questo è ciò che di solido si può sostenere. Per capire se e come, all’interno del dato complessivo, sia cambiata la composizione settoriale e contrattuale, occorre attendere che vengano resi disponibili sia i dati trimestrali dettagliati della medesima indagine sia i dati amministrativi che consentono di valutare anche i movimenti marginali del mercato del lavoro.
La dinamica delle unità di lavoro
Rimanendo quindi al dato totale, per valutare l’entità della perdita occupazionale (circa un milione di occupati in meno tra il primo semestre 2008 e la fine del 2014) è utile il confronto – con i dati disponibili fino al terzo trimestre 2014 – con la dinamica delle unità di lavoro, vale a dire con il dato sull’input di lavoro utilizzato per la contabilità nazionale (grafico 2).
Ciò che emerge è una caduta ben più consistente: oltre un milione di unità di lavoro in meno tra il 2008 e il 2010 e un’ulteriore perdita di 700mila unità tra il 2011 e il 2013, cosicché la quantità effettiva di lavoro utilizzato nel sistema risulta a fine 2014 nettamente inferiore a quella del 2003-2004. Il trend degli occupati è dunque molto meno negativo di quello osservato sulle unità di lavoro perché fornisce un’informazione “sulle teste” che, per definizione, non dà peso alle diverse pratiche di labour hoarding (cassa integrazione, passaggi a part time, riduzione dell’orario di lavoro) attivate dalle imprese e agevolate dal sistema politico per ridurre l’impatto della crisi sui livelli occupazionali.
* Bruno Anastasia lavora come esperto di analisi del mercato del lavoro presso l’Ente Veneto lavoro, coordinando l’Unità di ricerca. E’ presidente dell’Ires Veneto. Dal 1994 al 2001 è stato presidente del Coses di Venezia. Dal 1999 insegna, come contrattista, Economia del lavoro presso l’Università di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, sede di Portogruaro. Tra le pubblicazioni recenti Evoluzione di un’economia regionale. Il Nordest dopo il successo, Nuova Dimensione, 1996 (con G. Corò); Solo una grande giostra? La diffusione del lavoro a tempo determinato, Franco Angeli, Milano, 2000 (con A. Accornero, M. Gambuzza, E. Gualmini, M. Rasera).
la Repubblica02 02 2015
Sono 11 le misure cautelari emesse dal gip del Tribunale di Roma e coinvolgono i dipendenti in servizio al nono dipartimento di Roma Capitale (programmazione e attuazione urbanistica), preposti a rilascio delle concessioni edilizie
La Guardia di finanza ha eseguito undici ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Roma nei confronti di funzionari e tecnici del Comune di Roma e di altri enti nell'ambito di un'indagine su corruzione e concussione condotta dalla Procura di Roma.
Gli arresti, dopo la prima tranche dell'operazione avviata l'8 gennaio scorso, hanno riguardato questa volta tecnici in servizio al nono dipartimento di Roma Capitale (programmazione e attuazione urbanistica), preposti a rilascio delle concessioni edilizie.
In particolare si tratta di cinque funzionari pubblici, tre tecnici del Comune e due ispettori della Asl, che sono stati arrestati, e sei imprenditori a cui è stato imposto l'obbligo di presentazione davanti all'autorità giudiziaria. L'operazione di oggi, disposta dalla Procura della Repubblica di Roma ed eseguita dai finanzieri del Comando unità speciali della Guardia di finanza di Roma, si collega a quella di inizio anno, soprannominata 'Vitruvio' quando furono eseguite 28 misure cautelari (di cui 22 arresti) per funzionari pubblici, imprenditori e professionisti accusati di corruzione e concussione. Chiedevano tangenti da 1.000-1.500 euro per non rilevare abusi edilizi.
I tecnici del Dipartimento arrestati per reati di corruzione si occupavano di istruire le pratiche edilizie per il rilascio dei titoli abilitativi, quali il permesso di costruire, l'approvazione delle varianti in corso d'opera e le concessioni edilizie in sanatoria. Dagli accertamenti eseguiti è emerso che alcuni costruttori per ottenere velocemente l'approvazione dei progetti edilizi senza rischiare di incorrere in lungaggini immotivate, si trovavano costretti a sottostare alle richieste illecite dei pubblici ufficiali responsabili delle pratiche.
Il sistema di malaffare e di corruzione svelato dalle indagini nel settore delle costruzioni residenziali della Capitale apre uno squarcio preoccupante sul metodo adottato dai pubblici ufficiali indagati. Si rilevano, infatti, episodi di corruzione sia nella fase preliminare, nel momento in cui venivano presentati i progetti al IX Dipartimento per ottenere il titolo autorizzativo, sia nella fase esecutiva, quando i tecnici dell'ispettorato edilizio dei vari Municipi effettuavano i controlli nei cantieri, non rilevando gli abusi. Anche per quanto attiene ai controlli effettuati dagli ispettori dell'Asl in materia di sicurezza negli ambienti di lavoro è stato ulteriormente rilevato come la corruzione preventiva abbia assunto forme preoccupanti consentendo l'arresto di ulteriori pubblici ufficiali. Le indagini delle fiamme gialle proseguono.