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Atlas
28 01 2015

Inonge Mutukwa Wina è stata nominata vicepresidente dello Zambia dal nuovo capo di Stato Edgar Lungu: è la prima donna a ricoprire l’incarico dall’indipendenza nel 1964, riferisce la stampa locale. Wina prende il posto di Guy Scott, che ha ricoperto peraltro la carica di capo di Stato ad interim durante il vuoto istituzionale lasciato dalla morte del presidente Michael Sata ad ottobre scorso.

Lungu ha definito la sua nuova vice “un fattore unificante”, ma secondo vari commentatori sul fatto che sia stata scelta ha pesato il fatto di essersi schierata a favore di Lungu (e contro Scott) al momento della difficile designazione del candidato presidente del partito di governo Patriotic front (Pf).

Nata nel 1941 ed educata in Zambia e negli Stati Uniti, prima di dedicarsi alla politica, Wina ha ricoperto a lungo ruoli in varie organizzazioni non governative locali, arrivando a presiedere il Consiglio di coordinamento delle organizzazioni non governative (NGOCC) in Zambia. La sua prima legislatura in parlamento risale al 2001 ma è solo dal 2011 che è stata eletta nelle file del Pf.

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Il Fatto Quotidiano
27 01 2015

di Annamaria Pisapia - Direttrice di CIWF Italia

Il premio Pulitzer Michael Moss ha pubblicato nei giorni scorsi sulle pagine del New York Times una sconvolgente inchiesta sugli esperimenti condotti da un centro di ricerca governativo statunitense finalizzati ad aumentare la produttività degli animali da allevamento (pecore, vacche e maiali). Per le “esigenze” dell’industria della carne.

Il luogo degli orrori si chiama Meat Animal Research Center ed è un’istituzione federale finanziata con le tasse dei contribuenti. Tra gli obiettivi principali: fare in modo che gli animali producano una prole più numerosa, più carne e resistano in condizioni climatiche ed ambientali avverse. Gli esperimenti, fino ad ora, non hanno prodotto grandi risultati e in alcuni casi sono stati gli allevatori stessi ad avere dubbi sulla loro utilità.

Il New York Times ha condotto la sua inchiesta dopo avere ricevuto la segnalazione di uno scienziato che vi aveva lavorato. Il quadro che ne è emerso è inquietante.

Nel centro degli orrori si lavora per creare la pecora che sopravvive da sola, senza riparo e in condizioni climatiche avverse (easy care sheep), la mucca che produce vitelli gemelli e la scrofa che produce 14 piccoli invece di 8.

L’esperimento easy care sheep ha prodotto alti livelli di mortalità per 10 anni, raggiungendo ben un terzo o un quarto della totalità degli animali coinvolti nell’esperimento, un risultato ben lontano da quel 10% che sarebbe “perdita accettabile” da parte degli allevatori (bisognerebbe riflettere anche su questo). In sostanza gli agnellini, lasciati all’aperto senza riparo e alla portata dei predatori, finiscono per essere abbandonati dalle madri e invece di venire recuperati sono lasciati a morire.

L’esperimento sulle mucche per fare partorire loro gemelli ha avuto maggior “successo”- ma a che prezzo! Se i gemelli erano di sesso diverso, il 95% delle femmine aveva la vagina deformata; molti dei gemelli morivano durante il parto perché le loro otto gambe si erano attorcigliate. Se invece, nonostante gli sforzi- si aveva comunque un parto singolo i vitelli non riuscivano ad uscire perché –per la selezione genetica- gli uteri delle madri erano così grandi che non riuscivano a “dare la spinta”.

Nel caso dei suini, invece, tanto per citare uno dei test dell’orrore compiuti a loro danno, a partire dal 1986 a centinaia di scrofe è stato asportato un ovaio, per verificare l’importanza dell’utero per la fertilità. La loro produttività è alla fine aumentata da 8 a 14 piccoli, ma la stessa l’industria ammette che è altissimo il numero di piccoli più deboli che muoiono schiacciati dalle madri. La rimozione dell’ovaio e la selezione continuano.

L’elenco di questo vero e proprio capitolato di crudeltà è ahimé molto lungo: ma, oltre allo sdegno che suscita (la condanna etica di chi scrive è totale), inquietano anche le ragioni addotte dai difensori del lavoro del centro per giustificarle. Essi sostengono che, dato il previsto aumento della popolazione mondiale da 7 a 10 miliardi entro il 2050, l’incremento della produttività degli animali da allevamento può essere uno strumento per vincere tale sfida.

Che miopia! Pensiamo veramente che produrre più carne possa davvero rappresentare la soluzione per risolvere il problema alimentare globale?

Philip Lymbery, Direttore generale di CIWF (Compassion in World Farming) International e autore di Farmageddon, The true cost of cheap meat, prossimamente disponibili e in italiano presso la casa editrice Nutrimenti, spiega chiaramente che l’allevamento intensivo e l’intensificazione del consumo di carne non possono essere la soluzione al problema dell’approvvigionamento di cibo da parte di una popolazione in aumento.

Gli animali, oltre a vivere una vita indegna negli allevamenti intensivi, diventano, loro malgrado, nostri competitori alimentari: se i cereali che coltiviamo come mangimi fossero utilizzati per nutrire gli esseri umani, si potrebbero sfamare 4 miliardi di persone. Secondo Lymbery, se si eliminassero gli sprechi e si sfruttassero meglio le attuali risorse, il pianeta potrebbe produrre cibo in maniera sostenibile per 14 miliardi di persone.

Complessivamente, l’inchiesta del New York Times solleva tutta una serie di questioni fondamentali inerenti all’attuale modello di zootecnia: l’allevamento intensivo si trova in una tanto disperata quanto folle corsa verso una sempre maggiore produttività ed una continua riduzione dei prezzi, a scapito del benessere degli animali, della salute pubblica e di quella del pianeta. Come non pensare alla clonazione degli animali allevati a scopi alimentari? Alla pecora Dolly e ai suoi compagni di disgrazia. Anche la selezione delle razze per ottenere una maggiore produttività ha già dato i suoi frutti. L’esempio più eclatante è già ben diffuso sul mercato: si chiama pollo o “broiler”- nome questo emblematico, in quanto identifica l’animale con la sua destinazione finale: la griglia.

Questo volatile (già, perché di uccello si tratta) è programmato geneticamente per raggiungere il peso di macellazione in soli 39 giorni, invece dei 3 mesi che la natura vorrebbe. E già ci sono ricerche per creare un pollo da 27 giorni. Anche se non lo si macellasse, questo “pulcino mostro” non sopravvivrebbe comunque a lungo: sviluppando a ritmi forzati la sua parte più pregiata, il petto, morirebbe comunque per problemi cardiocircolatori; è “programmato” per mangiare il più possibile, ma non lo è altrettanto per camminare. Infatti viene definito un animale “letargico”, con tutte le conseguenze del caso in termine di patologie deambulatorie. Questo senza considerare che le condizioni di allevamento sono pessime: animali stipatissimi (fino a 20-23 polli al m2), senza arricchimenti ambientali e luce solare. E poi li chiamano “allevati a terra”: la prima gabbia è il loro corpo, la seconda le condizioni in cui vivono.

Della diffusione di questo tipo di “prodotto” siamo tutti responsabili: perché con la fretta che abbiamo ogni giorno, quasi nessuno di noi ha più voglia di prendersi la briga di cucinare un pollo intero. La fettina di petto di pollo, meglio ancora se impanata o con altri aromi, è ben più allettante. E così si crea quel circolo vizioso per cui il mercato chiede crescentemente parti di pollo, a prezzo sempre più basso, e l’industria avicola intensiva risponde con carne di animali allevati come si diceva. Ma, se si vuole mangiare carne, non sarebbe meglio un bel busto di pollo allevato all’aperto? Che peraltro, anche egoisticamente parlando, a livello nutrizionale contiene fino al 50% dei grassi in meno del suo equivalente intensivo. Tante, davvero le ragioni per cambiare. Cosa aspettiamo-mi chiedo, un po’ tristemente.

La Repubblica
28 01 2015

Una donna albanese è sparita con il suo piccolo. Per combattere in Siria

di CARLO BONINI

MILANO - Un'ennesima giovane donna ha lasciato a dicembre l'Italia per le bandiere nere dell'Is. E la sua storia non sarebbe che l'ultimo, anodino numero da sommare alle statistiche in aggiornamento del Viminale sulla via italiana alla jihad, se non fosse per il bambino che ha portato con sé. Il suo bambino. In un ratto che torna a raccontare, dopo la vicenda del piccolo Ismair Tabud Mesinovic (trascinato da Belluno alla Siria dal padre, di cui sarebbe rimasto orfano), di una generazione perduta di preadolescenti chiesti e consegnati al piano demografico del Califfato. Carne e psiche tenere, malleabili, il cui valore, al mercato clandestino dei reclutatori islamisti, può arrivare a qualche migliaio di dollari.

La donna si chiama V. E' una cittadina albanese che aveva trovato a Lecco il suo posto nel mondo. Con un marito, Afrim, albanese come lei, due figlie e un terzogenito maschio. Poche settimane fa, prima che l'Europa venisse precipitata nella paura dalle stragi di Parigi, l'uomo si presenta ai carabinieri e racconta la storia di una fuga e di un inseguimento tanto disperato, quanto vano. La moglie - dice - è scomparsa dal giorno alla notte insieme al maschio più piccolo di casa, lasciandolo con le due femmine. Al culmine di un viaggio emotivo in cui l'ha vista progressivamente trasformarsi in una "sorella della jihad" pronta al grande salto in quella terra promessa chiamata Califfato. Verosimilmente incoraggiata - aggiunge - da una "ricompensa in denaro" che i reclutatori offrono a chi trascina con sé il sangue del proprio sangue. Lui, allora, decide di seguire la rotta che dalla Lombardia porta in Siria. Vuole riportare indietro lei e il loro bambino. Un posto di blocco dell'Is lo convince che la sua corsa va interrotta. A meno di non voler pagare con la vita.

Di V. e del suo bambino non c'è più traccia e, allo stato, le indagini del Ros dei carabinieri sulla loro scomparsa equivalgono alla ricerca di un ago in un pagliaio. Ma il racconto di Afrim, vedovo bianco della jihad, fa dire a una qualificata fonte del nostro Antiterrorismo che "sono proprio storie come questa a dare la misura della complessità della sfida dell'Is". "In questi mesi - prosegue la fonte - abbiamo avuto negli occhi le immagini crudeli di una propaganda che riprende un bambino con un coltello in pugno alle spalle di due presunte spie russe qualche istante prima della loro decapitazione. E dunque pensiamo immediatamente allo scempio dei bambini soldati denunciato ancora la scorsa estate dai rapporti delle Nazioni Unite e da Human Rights Watch (dal settembre 2011 all'estate 2014 sono stati 194 i "bambini soldati" di cui è stata accertata la morte in combattimento nel teatro siriano, ndr). Ma la verità è in qualche modo ancora più spaventosa.

Il Califfato sta chiamando a sé bambini e bambine sotto i 10 anni. Scommette sull'educazione e la crescita di almeno una, due, nuove generazioni. E il target di questo piano demografico forzoso non sono soltanto i foreign fighters, a cui viene garantito un welfare familiare e per i quali vige comunque l'obbligo coranico che i figli maschi seguano le scelte e il destino del padre. Ma anche e in numero crescente le giovani donne musulmane che vivono in Europa". A loro, non a caso, è destinato un "manuale" diffuso recentemente dall'Is in Rete, dal titolo "Il ruolo delle sorelle nella jihad". Un decalogo o, se si preferisce, un breviario che spiega come sia decisivo per le sorti del Califfato costruire a partire dall'età più tenera di un bambino la sua identità di musulmano rispettoso delle regole della Sharia. Il libro fa divieto alle madri di lasciar vedere la televisione ai propri figli, prescrivendo, al contrario, un'educazione selettiva in Rete. Un palinsesto di video, dvd, social forum, tarato su un indottrinamento progressivo e totalizzante, accompagnato da libri e giochi che, fin dalla più tenera età, "devono formare al combattimento", simularne le tecniche, costruire l'epica religiosa e sociale del mujaeddin.

In un format in cui realtà e propaganda si alimentano a vicenda e ben documentato da uno degli ultimi video virali postati sui forum jihadisti: "I cuccioli dell'Is". O dalla disturbante foto diffusa da "Syria deeply" (sito indipendente che monitora costantemente gli eventi della crisi siriana), in cui un bimbo travisato nel mefisto nero tiene per i capelli di stoppa biondi una bambola in tunica arancio di cui si prepara a spiccare la testa con il coltello che impugna nella sinistra. "Non c'è alcun dubbio - osserva una fonte qualificata della nostra Intelligence - che la scommessa demografica dell'Is dica molto della qualità della minaccia che ci troviamo a fronteggiare. Ma in qualche misura ne segnali anche una debolezza. Negli ultimi mesi di guerra, l'Is ha subito perdite importanti. Nell'ordine di quasi 1.500 mujaheddin. Il cinque per cento di quella che stimiamo al momento come la forza complessiva del suo esercito. Ed è un'emorragia che Al Baghdadi sa bene che si protrarrà nel tempo. La difesa del suo Califfato richiederà un costo di vite umane crescenti. E per sostenerlo non ha che una strada". La jihad dei bambini.

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La Repubblica
27 01 2015

Pronto il documento sui nuovi servizi e prestazioni che dovranno essere assicurati ai cittadini a totale carico dello stato o con pagamento di ticket. Quasi mezzo miliardo di investimento. Mercoledì il ministero della Salute lo presenterà alle Regioni

di MICHELE BOCCI

ROMA - Sono pronti i nuovi Lea (i livelli essenziali di assistenza) che mercoledì prossimo saranno esaminati dagli assessori regionali in un incontro con il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Per le nuove prestazioni è previsto un aumento delle disponibilità pari a 470 milioni di euro. Si tratta di una tappa necessaria per l'approvazione di nuovi prestazioni e servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento del ticket, con le risorse pubbliche.

Nel piano del ministero entrano nei Lea la procreazione medicalmente assistita (Pma), l'epidurale, gli screening neonatali, le vaccinazioni per varicella, pneumococco e meningococco e il vaccino contro l'hpv. Le novità sono contenute nella proposta che Lorenzin presenterà alle Regioni la prossima settimana. Già domani intanto è previsto un incontro con Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte e presidente della Conferenza delle Regioni.

A guidare la riforma è la cancellazione di prestazioni ritenute ormai superate che vengono sostituite con l'inserimento di nuove. Prima di tutto c'è la Pma, che vuol dire sia fecondazione omologa che eterologa. Ci sono Regioni italiane che praticamente non erano in grado di assicurare ai cittadini nemmeno la prima. Adesso dovranno avere dei centri pubblici in questo campo. Il parto con l'anelgesia epidurale era un'altra prestazione non sempre disponibile negli ospedali italiani che invece dovrà essere offerta alle donne che la richiedono (non solo per problemi clinici contingenti).

Ma le novità riguardano anche il mondo dei cosiddetti "ausili". Nei Lea vengono inseriti infatti gli Ict, cioè i computer che permettono ai disabili gravi, come ai malati di sla, di comunicare e che ora spesso le famiglie dovevano pagarsi. Andranno assicurati a chi è in determinate condizioni di salute anche apparecchi acustici digitali, barelle per la doccia, carrozzine con "sistema di verticalizzazione", scooter a quattro ruote, kit di motorizzazione per carrozzine, sollevatori fissi e per vasca da bagno, sistemi di sostegno per il bagno e carrelli servoscala.

Riguardo invece alle prestazioni diagnostiche e ambulatoriali, dove spesso c'è molta inappropriatezza, come ad esempio nel caso delle risonanze magnetiche, si introducono "condizioni di erogabilità" di numerose prestazioni, che saranno assicurate dal servizio pubblico solo quando ci sono certe condizioni cliniche (come avviene per certi farmaci). Per 160 prestazioni si introducono precise condizioni che devono essere rispettate dai medici che prescrivono (e le Asl dovranno controllare che i professionisti seguano le indicazioni). Trentacinque prestazioni, infine, saranno "reflex" cioè andranno in coppia: la seconda si farà solo se la prima ha un determinato esito. E nella riforma si ritoccano anche i follow up, cioè ad esempio gli esami da fare dopo un tumore, per evitare prestazioni inutili al paziente.

E il ministero propone anche di inserire alcune nuove patologie nella lista di quelle esenti dai ticket. Si tratta delle broncopneumopatie croniche ostruttive moderate, gravi o molto gravi, delle osteomieliti croniche, delle patologie renali croniche, del rene policistico, della sindrome da Talidomide, della endometriosi. E tra gli esenti entrano anche i donatori di organo. Inoltre sono state inserite circa 110 malattie rare. Infine, sindrome di Down e la celiachia non sono più considerate malattie rare ma croniche.

Il nodo della sostenibilità per le Regioni del nuovo elenco di prestazioni è da mesi al centro del confronto fra governo e Regioni. La soluzione sarebbe stata trovata, a quanto si apprende, nell'individuazione di nuove risorse che sfiorerebbero il mezzo miliardo di euro.

Pochi giorni fa la Corte dei Conti aveva lanciato un allarme, nella Relazione sulla gestione finanziaria per il 2013, sul rischio che nel medio periodo, senza investimenti, molte Regioni possano non essere più in grado di assicurare l'assistenza minima.

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26 01 2015

L’annuncio viene dato da Marino durante un dibattito attorno alle conseguenze di Magia Capitale tenutosi nel circolo del Partito democratico di Trastevere. “A breve scadrà il contratto di servizio con Ama – ha dichiarato il primo cittadino – Sono favorevole a scrivere nel nuovo contratto di servizio per la raccolta dei rifiuti che ci possa essere un affidamento in forma sperimentale non solo ad Ama, ma anche ad altri soggetti per testare altri strumenti di raccolta diversi e più innovativi. Così daremo una scossa a un sistema finora un po’ rigido”.

Così con nonchalance in una tranquilla domenica invernale Marino lancia una vera e proprio notizia bomba: se Ama perde il monopolio della raccolta dei rifiuti, aprendo a soggetti privati in via “sperimentale” perché Roma Capitale dovrebbe controllare l’azienda direttamente? Perché le sperimentazioni che ha in testa il sindaco non le può fare una società controllata, in teoria, dal comune stesso?

Sul tema dei rifiuti è intervenuto anche il minisindaco Sabrina Alfonsi “Trastevere ancora oggi è il rione con la più alta percentuale di raccolta differenziata: il 78%. I cittadini di Trastevere sono un modello. Ma il quartiere ha un grosso problema: i rifiuti per strada, il rione ne è pieno”. “L’Ama deve trovare risposta nei segmenti dove non c’è – ha aggiunto – Basta sacchi di rifiuti per strada che diventano delle discariche. E il primo motivo di quanto accade sono le attività commerciali. Trastevere vorrebbe avere, come Firenze, Padova e Bologna, i cassonetti interrati. Secondo noi potrebbe essere una grande sperimentazione”.

Marino rilancia poi il comune nel business dei cartelli pubblicitari, per finanziare le spese per il decoro della città. “Penso che dovremmo fare un passo ulteriore sugli impianti pubblicitari. Ad esempio trasformando gli spazi con la scritta in ghisa Spqr in pannelli elettronici. Si potrebbe fare attraverso partnership con privati. In questo modo si può più facilmente cambiare le pubblicità ed affittare quegli spazi ad un prezzo superiore, portando così più decoro e più soldi nelle casse”.

 

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