Oct 22, 2026
×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

Il Fatto Quotidiano
01 02 2014

di Monica Lanfranco
Giornalista femminista, formatrice sui temi della differenza di genere

Ne La tribù del calcio Desmond Morris, nel 1981, descrisse una partita di calcio con gli occhi di un extraterreste: dall’astronave la creatura aliena avrebbe visto due gruppi ristetti (di un solo genere sessuato) in rappresentanza di due tribù avversarie mentre compivano un rituale legato ad un oggetto rotondo da spingere in un determinato luogo. Lo scienziato antropologo introduceva dunque il discorso sul senso del simbolico delle azioni, individuali e collettive.

Che penserebbe un extraterreste leggendo un articolo di giornale che racconta la proposta, da parte di diverse associazioni di donne, supportate da un lungo lavoro nelle scuole, di intitolare alcune strade e luoghi pubblici ancora senza nome a donne che hanno lasciato un segno nella società, articolo corredato con la foto del nome di una strada scelta con chiaro intento a doppio senso?

Che cosa racconta questa scelta, che a molti sembrerà divertente, arguta, dissacrante, persino una lezione di leggerezza a queste donne, così seriose e incapaci di pensare a questione più serie rispetto alla toponomastica?

Il movimento trasversale di toponomastica femminile, nato nel 2012 per volontà della studiosa Maria Pia Ercolini che lo lanciò su Facebook raccogliendo subito entusiasmo e consenso è un progetto culturale e sociale che ha coinvolto centinaia di associazioni e gruppi, ma anche scuole e istituzioni locali, nella consapevolezza che l’esclusione delle donne e del femminile passa anche attraverso la cancellazione dei nomi, delle storie e delle vite delle donne che raramente sono nominate nelle strade delle città, e che quindi non entrano nel quotidiano del nostro vivere i luoghi.

Quando Lidia Menapace, decana del femminismo, scrive nel 1990 che per esistere socialmente bisogna essere memorabili, e quindi nominate, anticipa l’intento del progetto: posto che nella storia le donne degne di memoria sono davvero un numero esiguo, dai testi scolastici alle strade, è necessaria una riparazione del danno causato dall’invisibilità. Cominciare a chiamare le strade con nomi di donne è già un passo significativo.

Si tratta di una questione, mi pare, di buon senso e di civiltà, che non prevede manifestazioni, turbativa di traffico, urla e disturbo alcuno: in tutte le città le donne che hanno accolto il progetto hanno coinvolto istituzioni e scuole, quindi cosa c’è che non va? Perché il giornale di Imola La voce correda l’articolo che racconta il percorso dell’associazione Perledonne per l’intitolazione di strade e luoghi pubblici a personalità femminili con l’immagine di Via della sega?

Una delle risposte possibili (oltre a quella che chi ha preso questa decisione sia un adolescente un po’ immaturo) è che se il direttore del settimanale che pubblica le foto di una ministra che mangia un gelato con commenti esplicitamente di allusione sessuale se la cava con le scuse, applaudite in una trasmissione tv a sfondo culturale (Che tempo che fa) e poi con una lunga intervista nella quale presenta il suo ultimo libro (Le invasione barbariche), ovvio che un piccolo giornale di provincia può farsi una grassa risata alla faccia della toponomastica femminile. Un consiglio alla redazione, da collega: darsi una occhiata al video sulla responsabilità della categoria sull’uso delle parole, ideato dalle rete di giornaliste Gulia.

Magari la visione e la riflessione possono aiutare a migliorare il livello della comunicazione.

Etichettato sotto

Il Post
29 01 2015

Clima sempre più teso nelle banche. Il settore infatti si ferma domani per lo sciopero proclamato dai sindacati di categoria. Una giornata di stop degli sportelli contro le condizioni poste dall’Abi sul rinnovo del contratto nazionale.

La protesta si aggiunge all’allarme lanciato in questi giorni da Assopopolari sul decreto che punta a trasformare le popolari più grandi in Spa. Secondo l’organizzazione il decreto determinerà una contrazione dell’occupazione stimata in una perdita di circa 20mila posti di lavoro (oltre che a una perdita di 80 miliardi di euro di crediti).

Etichettato sotto

25° compleanno di MuccassassinaVenerdì 30 gennaio
Qube
Via di Portonaccio, 212 - Roma

Etichettato sotto

Corriere della Sera
28 01 2015

di Stefania Ulivi

C’era una volta Amina, la blogger tunisina diciassettenne che il primo marzo di due anni fa colpì al cuore con la sua foto a seno nudo con su scritto «Il mio corpo mi appartiene». Minacciata dai fondamentalisti islamici, segregata in casa dalla famiglia, arrestata e incarcerata per aver scritto “Femen” su un muro. Quella che sta girando l’Italia in questi giorni per promuovere il libro che porta proprio quel titolo (pubblicato in Italia da Giunti), è una giovana donna, Amina Sboui, 20 anni compiuti da poco, che è riuscita a sottrarsi al destino impegnativo ma anche rassicurante di bandiera. «La prima Femen tunisina» è scesa dal piedistallo di eroina globale, lasciato il suo paese per la Francia, anche grazie a una borsa di Amnesty che le ha permesso di proseguire gli studi a Parigi, Amina si sta costruendo una vita da persona, non da personaggio, e sembra pronta ad accettarne i rischi.

Il libro lo ha scritto insieme a una giornalista di France 2, Caroline Glorion. Dentro si mescolano il racconto della scoperta dell’uso politico del corpo delle donne intrapreso dalle Femen e la scelta di passare all’azione, con i ricordi di infanzia e adolescenza, momenti altrettanto determinanti per la sua affermazione come femminista, racconta. Parla di figure centrali, il padre, la madre, la nonna. Dalle pagine emerge l’insofferenza per le regole imposte da fuori, per la pretesa dell’istituzione – famiglia, governo, religione – di prevalere su bisogni e diritti dell’individuo. L’insofferenza verso la diseguaglianza uomo-donna accettata come ordine naturale. Amina usa registri diversi, nel racconto del carcere spuntano tocchi di humor nero come fossero anticorpi contro la mitizzazione. Non fa mai la vittima, Amina, si capisce che quel ruolo le starebbe stretto. Trovandosela di fronte, si ha l’impressione che quel libro le somigli molto. Ha parlato tanto in questi giorni, incontri, interviste, presentazioni.

Della sua figura pubblica. «Chi mi detesta mi dipinge come se fossi una pazza, quelli che mi sostengono come un’eroina, non sono né l’una né l’altra. Sono una ragazza, Amina la femminista, non sono e non voglio essere Wonderwoman». Di quella privata «Vivo la mia vita quasi normalmente, continuo a lottare, studio. Me la cavo bene in filosofia e materie umanistiche, meno in quelle scientifiche». Della Tunisia. «Ci vado ogni tanto, la situazione è ancora pesante». Di femminismo. «Non esiste un femminismo occidentale, non credo a queste differenze: femminismo è credere nella parità e lottare per questo. Ci sono anche donne poco solidali che bloccano la strada del femminismo persino più degli uomini.

Per il futuro spero che ogni donna creda profondamente di essere uguale agli uomini». Sul suo corpo. «Ho utilizzato il mio corpo e continuo a utilizzarlo come voglio, questo fatto ha scioccato la società tunisina. Molti utilizzano la pornografia anche in pubblicità, quella foto portava un messaggio, non era un nuovo sexy, il senso era dire che si può essere diversi». Il Corano. «leggendo il Corano ho trovato un versetto che mi fatto capire che dovevo abbandonare quella religione. Parla del profeta, vi si legge “ti permettiamo di fare l’amore con le donne per cui hai pagato la dote, quelle fatte schiave, le cugine e qualsiasi donna tunisina”. Allora ero credente, mi sono chiesta: ma è la parola di Dio o di un uomo perverso? La risposta è stata allontanarmi dal Corano. Non c’è un solo versetto del Corano che parli bene delle donne ma non si può cancellare: la sola soluzione per fermare il terrorismo è riformulare il Corano. È necessario che l’Islam faccia i conti con il XXI secolo, non è possibile far convivere Corano e XXI secolo, si deve integrare con il presente». L’integralismo religioso.

«La maggior parte dei musulmani che incontro non sono schiavi del Corano o di Maometto. Io non sarei viva, mi avrebbero ucciso appena ho detto di non volere più essere musulmana. Sono laica ma non credo affatto che si debbano distruggere luoghi di culto, la religione è una questione privata, credo che ognuno possa vivere la sua religione come vuole, senza bisogno di andare a scuola con il velo o la stella di David». Le Femen. «Ho lasciato quel movimento per conflitti sulla loro linea: io non voglio entrare nelle moschee o nelle chiese a dire che fai così come non vorrei che mi si fermi per strada per chiedere perchè ho i tatuaggi. Gli auguro di riuscire nelle loro lotte, abbiamo obiettivi simili con strade diverse». Il massacro di «Charlie Hebdo». «Una vicenda tristissima, che mi dà la voglia di continuare, mi incoraggia ad andare avanti. Invito tutti a non avere paura, è quello che vogliono gli islamisti: diffondere paura nelle nostre società farci restare a casa e non agire».

Ma oltre a quello che dice, quello che colpisce di Amina è la forza di volontà. Non sembra rimpiangere il piedistallo, ha i piedi ben piantati per terra e ed è pronta a confrontarsi, discutere le piace e lo fa con passione. Ragazza di carattere e di cuore, ha due speranze: che il suo libro un giorno esca in Tunisia (la prossima tappa è la Turchia) e che prenda vita il suo progetto di un centro di sostegno alle detenute tunisine. In quanto a lei, come ogni ventenne, si costruisce la vita. Né puttane né madonne recitava uno dei antichi slogan femministe. Ecco, Amina Sboui, lo incarna benissimo.

 

Cronache del Garantista
27 01 2015

by Fouad Roueiha in Lettere dal carcere

Sembravano banconote da 500 lire siriane, piegate e abbandonate negli angoli delle vie di Damasco. Una volta aperti, i foglietti si rivelavano volantini della campagna Inquzu al baqia, ”Salvate i Superstiti”. Siamo a dicembre del 2014 e un gruppo di attivisti vuol riaccendere i riflettori sulla questione dei prigionieri e dei dispersi dall’inizio della rivolta contro Assad, dal marzo del 2011. «Sono 215.000 i detenuti di cui si ha certezza nelle carceri del regime, lo ha verificato sulla base agli standard internazionali, il Syrian Network for Human Rights (SN4HR)» ci dice Susan Ahmad, la portavoce della campagna.

Numeri che si riferiscono ad un rapporto del SN4HR dell’aprile del 2013, l’ultimo che è stato possibile realizzare, e riguardano solo le persone di cui sono noti il nome, la data e le circostanze dell’arresto. Nello stesso rapporto di parla di 80.000 persone sparite, ma questo numero, come quello dei prigionieri, è ben al di sotto di quello reale. «In molti casi non possiamo registrare gli arresti sommari o le detenzioni perché i parenti hanno paura di parlarne» prosegue la Ahmad «I prigionieri non sono arrestati in virtù di un crimine, tutt’altro. Non sono rari i casi di arresti arbitrari e casuali ai check point, è persino nato un mercato intorno agli arresti: quando una persona viene presa, spesso i famigliari vengono contattati e ricattati da militari che si offrono di “aiutare” a far uscire il loro caro in cambio di una ricompensa a a sei zeri. Ci sono famiglie che hanno venduto casa e rinunciato a tutto, per poi scoprire che loro figlio era morto sotto tortura da tempo».

Capita anche il contrario: quando il regime comunica la morte di un detenuto, i famigliari devono recarsi a recuperare la carta d’identità della vittima e firmare, volenti o nolenti, una dichiarazione in cui si dice che il loro congiunto è morto per cause naturali, rinunciando quindi ad ogni ipotesi di rivalsa legale. «Spesso il cadavere non viene consegnato ed è accaduto più volte che un prigioniero dato per morto bussasse alla porta di casa dopo mesi. Sono migliaia le famiglie che non hanno certezza della morte dei loro cari».

”Salvate i superstiti” chiede la liberazione dei prigionieri di coscienza, di quelli in mano agli estremisti (una goccia nel mare), la fine degli arresti arbitrari e che i colpevoli di abusi siano processati. L’ obiettivo immediato è che tutti i luoghi di detenzione siano rivelati e resi accessibili alle ispezioni e all’intervento della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa siriana e che siano rivelati anche i luoghi di sepoltura. La campagna ha raggiunto l’apice nell’ultima settimana di gennaio, con manifestazioni nel nord della Siria ma anche all’estero, in Libano, Canada, negli USA, o qui in Europa a Londra, Istanbul e Parigi, mentre a Roma e Berlino si muoveranno il 31. Durante le iniziative in piazza si leggono lettere dei prigionieri e si rappresentano le condizioni di detenzione. La protesta si è espressa anche attraverso i social network, invasi di testimonianze, interviste, vignette, e col“twitter storm” del 26 di questo mese. Uno sforzo coordinato dalla società civile che resiste in Siria, ma che ha visto coinvolti i siriani della diaspora sparsi ormai in tutto l’occidente ed il mondo arabo.

La prigionia

Oltre alle carceri, ci sono prigionieri chiusi nelle strutture dei servizi segreti e in luoghi sconosciuti. Basta poco per finire in questi gironi infernali: poche righe scritte da qualche informatore in un “taqrir”, un rapporto, magari una parola di troppo davanti al fruttivendolo sotto casa, la foto di una manifestazione o i contatti sbagliati nella rubrica del cellulare. Può bastare anche solo il trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Le condizioni di detenzione variano, ma sono sempre disumane. Nelle carceri destinate ai prigionieri politici e nelle sedi dei servizi segreti la brutalità delle torture fisiche e psicologiche raggiungono il loro picco. Alle percosse continue e gli elettroshock si aggiungono il freddo, il sovraffollamento, la fame, la mancanza di assistenza sanitaria e condizioni igieniche drammatiche: ogni giorno c’è chi muore di stenti o per banali infezioni. Anche l’umiliazione fa parte della quotidianità, anche le più elementari esigenze fisiologiche sono strumento di tortura, in celle con 50 persone ed oltre in cui si dorme a turno, corpi straziati che si incastrano gli uni con gli altri in cerca di riposo prima di un altro giorno di agonia. Diffuse anche le torture relative alla sfera sessuale, dai “semplici” stupri fino ai casi di detenuti costretti ad assistere o persino a partecipare allo stupro di propri congiunti. In alcune strutture detenuti privilegiati possono comprare, corrompendo i carcerieri, un po’ di dignità, ma si tratta di una esigua minoranza.

Le testimonianze

Già nell’estate del 2012, un rapporto basato su 200 interviste ad ex detenuti realizzato da Human Right Watch (HRW) denunciava il sistematico ricorso alla tortura da parte del regime di Assad, svelando la collocazione di 27 delle numerose strutture segrete e descrivendo nei dettagli i più comuni metodi di tortura riportati dai superstiti. Nel settembre del 2013 HRW ha avuto accesso ad alcuni di questi luoghi dopo la conquista di Raqqa da parte delle forze ribelli. Qui sono stati trovati strumenti di tortura e documenti che provano i crimini descritti nel precedente rapporto. Le prove più consistenti sono però nel cosiddetto “rapporto Caesar”: un documento di 31 pagine con le foto di 11.000 corpi, trafugate dal disertore chiamato Caesar, che tra settembre 2011 ed agosto 2013 aveva il compito di fotografare e catalogare i morti nelle prigioni di Assad di un’area del Paese. Immagini esaminate da giuristi e procuratori del calibro di Desmon De Silva, ex procuratore capo del Tribunale Speciale per la Sierra Leone, che ha detto al quotidiano britannico The Guardian che le prove «documentano uccisioni su scala industriale» e ha aggiunto: «Questa è la pistola fumante che non avevamo mai avuto prima » mentre David Crane, anche lui tra i procuratori del Tribunale Speciale, ha affermato che: «Si tratta esattamente del tipo di prove che un procuratore cerca e si augura di trovare. Ci sono foto con numeri che corrispondono a documenti governativi e c’è la persona che le ha scattate. Sono prove che vanno al di là di ogni ragionevole dubbio». Tuttavia, nonostante le foto siano state mostrate al Congresso USA ed al Consiglio di Sicurezza dell’ Onu, non ci sono state conseguenze per il regime di Assad che oggi sembra sempre più riabilitato, quasi un alleato dell’occidente nella lotta contro il sedicente “Stato Islamico”.

Presente e memoria

Le foto trafugate da Caesar mostrano corpi emaciati, con chiari segni di percosse e torture elettriche, alcuni hanno gli occhi cavati o altre mutilazioni. Foto che ricordano tragicamente quelle scattate dall’Armata Rossa 70 anni fa nel campo di Auschwitz. C’è un filo rosso che lega il 27 gennaio del ‘45 ed il nostro presente e non è solo nella similitudine tra quelle foto: il regime di Hafiz al Assad, padre dell’attuale dittatore Bashar, si era servito della consulenza di vari criminali di guerra nazisti nel formare ed addestrare i servizi segreti e le forze speciali. Il più noto era l’austriaco Alois Brunner, la cui morte è stata accertata solo quest’anno. Il gerarca, ritenuto responsabile dell’uccisione di 140.000 ebrei, giunse in Siria nel 1954 dove divenne consigliere di Hafiz al Assad col nome di Dr. Georg Fischer. Nella sua ultima intervista, rilasciata nell’ 87 dalla sua casa di Damasco, Brunner dichiarò «Tutti gli ebrei meritavano di morire, erano agenti del demonio e la feccia dell’umanità. Non mi pento e lo rifarei ancora».

Forse dovremmo ripensare il senso della Giornata della Memoria: si dice che, quando l’Armata Rossa entrò ad Auschwitz, il mondo scoprì le dimensioni tragiche dell’olocausto nazi-fascista. Stavolta non ci sono scuse, sappiamo in dettaglio cosa sta succedendo in Siria, continueremo a ripeterci, con aria contrita, “Mai più!” o faremo qualcosa per fermare lo sterminio in atto ?

Etichettato sotto