LA STAMPA

La gabbia

  • Feb 19, 2015
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La Stampa
19 02 2015

Un ergastolano si suicida in prigione e sulla pagina Facebook di un sindacato di polizia penitenziaria compaiono commenti di tenebra: «un rumeno di meno», «mi chiedo cosa aspettino gli altri a seguirne l’esempio». Stupore, scandalo, indignazione. E il solito carico insopportabile di ipocrisia. Come se molti secondini non avessero mai formulato questi pensieri anche prima che la tecnologia permettesse loro di farli conoscere a tutti. Come se, oltre a pensarli, non li avessero già espressi fin troppe volte in pestaggi e torture.

Ma, soprattutto, come se si trattasse di qualche malapianta cresciuta in un giardino di rose anziché dell’ovvia conseguenza di un sistema in cui carcerieri e carcerati condividono le stesse brutture e combattono l’ennesima guerra tra poveri.

La galera in Italia non è un centro di recupero, ma una soffitta orrenda dove stipare rifiuti umani che almeno metà della popolazione vorrebbe vedere sparire per sempre, non fosse altro perché teme che qualche garbuglio legale riesca a rimetterli in libertà molto prima del meritato e del dovuto. Le statistiche urlano che il carcere riesce a cambiare soltanto chi lavora, possibilmente in un luogo sano.

Eppure nella pratica comune i condannati vivono da parassiti e la pena viene espiata in ambienti fetidi e brutali, tranne per chi è abbastanza ricco e mafioso da potersi permettere un trattamento privilegiato. Rendere civili le carceri e dare un senso alla galera non porta voti, quindi è considerato uno spreco. La politica ci risparmi almeno la sua indignazione per la beceraggine di certi immondi carcerieri. È lei ad averli disegnati così.

La Stampa
17 02 2015

La protesta delle donne turche contro la violenza, forse la loro stessa rinascita, riparte da Twitter. A pochi giorni dal brutale assassinio di Özgecan Aslan, pugnalata e bruciata dopo un tentativo di stupro, in migliaia si sono riservate sul social, per dare vita a una vera e propria campagna di denuncia, guidata dall’hashtag #sendeanlat, che in turco suona come “spiegalo anche tu”.

Utilizzare Twitter per raccontare la propria storia, esprimere il proprio dolore, gridare sul web la propria denuncia. In poche ore sono stati circa 800mila i tweet inviati sul web. Si parte dalle denunce sulle limitazioni nella vita quotidiana, come il non poter fumare in pubblico o il fratello che impedisce di usare internet, alle violenze più atroci: tentativi di stupro, botte da parte del padre, scelta dello sposo da parte della propria famiglia. Uno sforzo collettivo di mettere in mostra la propria sofferenza e la propria rabbia, trovando nella rete un mezzo per sentirsi meno sole davanti a quel muro di omertà che spesso nella Turchia moderna si viene a creare davanti al capitolo donna.

Alla campagna hanno preso parte alcuni nomi illustri del cinema e del mondo della cultura turco. In prima fila, Beren Saat, una delle attrici più famose della Mezzaluna, che ha voluto condividere con le donne turche la sua storia: episodi di bullismo durante la scuola, molestie da parte di produttori televisivi.

Un momento di riflessione collettiva, a cui hanno partecipato molti uomini, che hanno rivolto domande diretta al premier Ahmet Davutoglu e al presidente Recep Tayyip Erdogan, accusandoli di non avere fatto abbastanza per tutelare le donne nel Paese. Ieri a Istanbul, in molti hanno partecipato alla manifestazione maschile in solidarietà alla protesta che le donne turche stanno portando avanti.

E intanto non si ferma l’onda umana, che ha protesta è diventata richiesta corale per una società più giusta. In tanti in queste ore hanno postato foto di drappi neri ai palazzi in segno di lutto per l’orribile morte di Özgecan. Ieri in tutta la Turchia, anche nella più conservatrice Anatolia, in molti si sono vestiti di nero per ricordare la terribile fine di chi ha pagato con la vita per avere detto no a uno stupro.

Se non una nuova speranza, almeno la consapevolezza che nella Mezzaluna le donne sono un po’ meno sole di ieri. Lo ha spiegato meglio di qualsiasi altra cosa, il titolo del quotidiano Hurriyet oggi “Bak Özgecan, degisiyor”. Guarda, Özgecan, qualcosa cambia.

La Stampa
13 02 2015

Oltre 20 esemplari sono già morti nonostante gli sforzi di circa 80 operatori e volontari

Quasi 200 balene globicefale, o balene pilota, si sono arenate su una spiaggia presso Nelson, nell’Isola del Sud della Nuova Zelanda. E 24 erano già morte al calar della sera, nonostante gli sforzi di circa 80 operatori ambientali e volontari, che hanno cercato di riportare in galleggiamento i cetacei col sopraggiungere dell’alta marea.

I cetacei si sono arenati nella località detta Farewell Spit, nota per i frequenti spiaggiamenti di balene. Dato il gran numero di animali spiaggiati, ci vorranno giorni di duro lavoro per tentare i di riportarli in acqua e spingerli verso il largo, ha detto Andrew Lamason del Department of Conservation, secondo cui da domani per le operazioni di salvataggio ci vorranno fino a 500 ranger e volontari.

Gli spiaggiamenti sono comuni durante l’estate neozelandese, ma le cause rimangono un mistero. Gli esperti tuttavia descrivono Farewell Spit come una trappola per balene, data la maniera in cui le acque basse disorientano i cetacei e ne diminuiscono la capacità di navigare.

Istat: retribuzioni medie, nel 2014 minimo storico

  • Gen 29, 2015
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29 01 2015

Le buste paga degli italiani restano leggerissime, e non è solo una condizione percepita, la conferma arriva infatti dall’Istat. L’istituto di ricerca ha infatti calcolato che le retribuzioni contrattuali orarie nella media del 2014 sono salite solo dell’1,3%. L’Istat spiega che si tratta del minimo storico, ovvero della variazione più bassa dal 1982, anno d’inizio delle serie. Nel mese di dicembre, l’indice è rimasto invariato rispetto al mese precedente ed aumentato dell’1,1% nei confronti di dicembre 2013.

Alla fine di dicembre 2014 i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore per la parte economica riguardano il 44,5% degli occupati dipendenti e corrispondono al 41,5% del monte retributivo osservato. Con riferimento ai principali macrosettori, a dicembre le retribuzioni contrattuali orarie registrano un incremento tendenziale dell’1,3% per i dipendenti del settore privato e una variazione nulla per quelli della pubblica amministrazione.

I settori che a dicembre presentano gli incrementi tendenziali maggiori sono: telecomunicazioni (3,5%); gomma, plastica e lavorazioni di minerali non metalliferi (3,3%); tessili, abbigliamento e lavorazione pelli (2,9%). Si registrano variazioni nulle nel settore del commercio e in tutti i comparti della pubblica amministrazione.

Tra i contratti monitorati dall’indagine, nel mese di dicembre è stato recepito un nuovo accordo e nessuno è scaduto. Alla fine di dicembre la quota dei dipendenti in attesa di rinnovo è del 55,5% nel totale dell’economia e del 42,4% nel settore privato. L’attesa del rinnovo per i lavoratori con il contratto scaduto è in media di 37,3 mesi per l’insieme dei dipendenti e di 21,7 mesi per quelli del settore privato.

La Stampa
27 01 2015

I jihadisti dello Stato Islamico (Isis) hanno ucciso sette donne irachene di Mosul che si erano rifiutate di accettare “matrimoni temporanei” con i miliziani del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi. A dare notizia dell’esecuzione è il Partito democratico del Kurdistan (Kpd), secondo il quale i jihadisti hanno chiesto alle donne di contrarre dei “nikah” al fine di avere rapporti sessuali con i miliziani, spiegando che “per le donne il matrimonio temporaneo equivale alla partecipazione alla Jihad” e dunque rifiutarsi significa incorrere in un vero e proprio tradimento.
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Saed Mamuzini, rappresentante del (Kpd) a Mosul, spiega che “è diventato frequente assistere ad arresti di donne da parte della polizia di Isis che poi gli impone i matrimoni temporanei e, se rifiutano, le uccidono”. Le sette esecuzioni sarebbero avvenute nella base militare di Ghazlan. Il “matrimonio temporaneo” è all’origine un’usanza sciita che anche i sunniti hanno fatto propria, tanto in Egitto che in Arabia Saudita, richiamandosi alla sura 4:24 del Corano

Offensiva di Boko Haram, centinaia di morti

  • Gen 26, 2015
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La Stampa
26 01 2015

Villaggi rasi al suolo, donne e bambini sgozzati, omicidi di massa. A tre settimane dalle elezioni presidenziali in Nigeria, i fondamentalisti islamici Boko Haram hanno ulteriormente intensificato l’offensiva contro città e villaggi nel nord-est, peraltro abitati a grandissima maggioranza da musulmani.

A partire dalla notte scorsa hanno sferrato attacchi coordinati di inaudita violenza contro la capitale dello Stato di Borno, Maiduguri, e contro la vicina località di Monguno. Hanno però trovato l’accanita resistenza dell’esercito regolare che, con operazioni di terra e dall’aria, sembra siano riusciti a impedire la caduta della città. Nel pomeriggio i militari hanno esteso a 24 ore il coprifuoco, già in vigore da un anno per 12 ore al giorno. Attualmente nessun civile può entrare o uscire dalla metropoli e Amnesty International ha lanciato un drammatico grido d’allarme. «Temiamo - ha comunicato l’organizzazione umanitaria - che la vita di centinaia di migliaia di civili sia in pericolo».

Maiduguri ha più di un milione di abitanti e se i Boko Haram la conquistassero si impadronirebbero di un nodo di enorme importanza strategica e commerciale per il «Califfato» che, in stretto coordinamento con l’Isis di Abubakr al-Baghdadi, gli integralisti stanno cercando di imporre come stato indipendente nel nord-est della Nigeria. Bloccati a Maiduguri con un bilancio di almeno 200 combattenti morti, stamane i Boko Haram si sono però spostati più a sud, nello stato di Adamawa, al confine con il Camerun. Qui hanno avuto campo libero, le milizie di autodifesa degli abitanti non sono riuscite a fermarli e alcuni superstiti riferiscono di un’ennesima carneficina. Sopravvissuti fuggiti nella foresta hanno raccontato che i fanatici sono arrivati all’alba mitragliando e lanciando bombe a mano, hanno incendiato e raso al suolo interi villaggi, «sgozzando come agnelli donne e bambini». I testimoni hanno citato Garta, Mbororo, Shadu, Liddle, Kamala e Ghumci, località che sarebbero state letteralmente cancellate dalla carta geografica. E Michika, una cittadina di circa 10.000 abitanti dove «non si riescono a contare i morti».

In questa situazione oggi a Lagos, capitale commerciale del più popoloso Paese d’Africa, è arrivato il segretario di stato Usa, John Kerry. Una visita lampo per incontrare il presidente uscente Goodluck Jonathan, cristiano del sud che si è ricandidato, e il suo principale avversario Muhammadu Buhari, ex dittatore militare negli anni Ottanta, musulmano del nord che della lotta ai Boko Haram ha fatto il suo vessillo elettorale. «Quelle del 14 febbraio saranno le più imponenti elezioni democratiche del continente - ha detto Kerry -. È assolutamente necessario che questo voto si svolga in modo pacifico e che la consultazione sia credibile, trasparente», senza brogli né violenze. Impossibile dimenticare che nel 2011, dopo le ultime presidenziali che videro proprio la sconfitta di Buhari, solo nel nord la repressione delle proteste provocò più di 800 morti. E ora la situazione, nel gigante d’Africa i cui 170 milioni di abitanti sono divisi quasi a metà tra il nord a maggioranza musulmana e il sud quasi esclusivamente cristiano, è decisamente più pesante.

Nella tragedia causata dai Boko Haram oggi è comunque spuntata anche una buona notizia: sono stati liberati 192 donne e bambini rapiti dai miliziani lo scorso 6 gennaio nello stato di Yobe in una cittadina a circa venti chilometri dalla capitale regionale Damaturu. Sono stati liberati ma nella maggior parte dei casi non potranno tornare alle loro case, ai loro mariti, ai loro padri. Il 6 gennaio - piangono alcuni anziani superstiti - le case erano state date alle fiamme e nella piazza del villaggio quasi tutti gli uomini erano stati ammazzati dalle raffiche dei kalashnikov.

La Stampa
22 01 2015

Per risolvere i suoi casi più difficili, la polizia di New York ha deciso di affidarsi all’arte. Nel senso che ha chiesto agli studenti della New York Academy of Art di ricostruire i volti delle vittime non identificate di undici omicidi, basandosi sul cranio e poco altro.

New York è una città dove avvengono ancora circa 300 omicidi all’anno, e in alcuni casi i cadaveri sono irriconoscibili. Gli investigatori usano tutte le tecniche possibili per identificarli, dalle impronte digitali, alla dentatura, fino al DNA, ma alle volte le condizioni delle vittime sono tali che tutto risulta inutile. Negli ultimi 25 anni, sono stati circa 1.200 i corpi a cui non è stato possibile dare un nome, e la maggior parte di questi casi sono rimasti senza un colpevole.

Per cercare di riaprirli, il Dipartimento di Polizia si è rivolto alla New York Academy of Art. Secondo il New York Times, gli investigatori hanno chiesto agli studenti di aiutarli a risolvere undici casi tra i più difficili, cercando di ricostruire i volti. L’Accademia ha accettato, e quindi la polizia ha portato quello che aveva: i crani, spesso severamente danneggiati, e poco altro. I professori poi hanno chiesto ai loro studenti di partire da li, per cercare di rimodellare le facce nella maniera più fedele possibile ai tratti naturali dei teschi. Niente interpretazione artistica, dunque, ma massimo realismo.

Le sculture poi verranno fotografate dalla polizia e poste su un sito speciale che raccoglie tutte le denunce delle persone scomparse. L’obiettivo è che siano abbastanza fedeli agli originali, e che qualcuno le riconosca: un parente, un amico, un conoscente. Il sito poi inviterà queste persone a contattare la polizia, per dare tutte le informazioni che possiedono, nella speranza che siano utili a indentificare le vittime e riaprire i casi. Se l’esperimento funzionerà, il Dipartimento chiederà all’Accademia di firmare un accordo per diventare parte organica permanente delle sue inchieste.

Paolo Mastrolilli

Cina, salvati 800 cani destinati al macello

  • Gen 21, 2015
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La Stampa
21 01 2015

Importante operazione delle associazioni protezionistiche cinesi contro il traffico di cani destinati ai macelli. Nella provincia del Sichuan, lo rende noto Animals Asia, centinaia di cani sono stati liberati dalle mani dei contrabbandieri.

Il blitz è nato dopo aver raccolto prove sull’esistenza di un deposito per il commercio illegale nella città di Luzhou, dove venivamo condotti e macellati i cani. Così è stato poi richiesto l’intervento urgente del Dipartimento di Sanità Animale.

Nell’operazione sono stati recuperati quasi 800 cani, fra i quali esemplari di specie allevate come i border collie, i pastori tedeschi e i golden retriver, tutti con indosso ancora il collare – segno evidente che erano stati sottratti ai legittimi proprietari. I cani sono stati affidati alle cure dei volontari in una riserva naturale gestita dall’associazione Home of Love di Chengdu.

«Il team di Animals Asia lavora a stretto contatto con le associazioni protagoniste di questo salvataggio - ha commentato Irene Feng, Responsabile di Animals Asia per il programma Cani e Gatti -. Da lungo tempo collaboriamo con Home of Love e Chongquing Small Animal Protection Association, fornendo loro assistenza, supporto logistico per le operazioni, aiuto per le cure veterinarie, le vaccinazioni e il cibo».

Per finanziare le cure necessarie per questi 800 cani, Home of Love ha lanciato una campagna di raccolta fondi sul proprio sito. Sono stati raccolti già 11.000 dollari (circa 8.600 euro) in quella che si annuncia una gara di solidarietà, in un paese che sta lentamente ma con forza ripensando il proprio rapporto con gli animali.

Durante il terremoto del 2013 a Ya’an, Animals Asia ha lavorato al fianco di Home of Love per vaccinare e sfamare i cani nella regione colpita dal disastro. A marzo del 2013, Animals Asia ha fornito sostegno veterinario e logistico per il salvataggio di 900 cani compiuto dall’associazione Chongqing Small Animal Protection.

twitter@fulviocerutti

Porgi l’altra nocca

  • Gen 16, 2015
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La Stampa
16 01 2015

Per Papa Francesco chi insulta tua madre merita un pugno. A scanso di equivoci, ha pure mimato il gesto del cazzotto. Un cazzotto metaforico, apostolico e romano, ma per chi era rimasto fermo alle carezze di Giovanni XXIII e alla predicazione pacifista del Fondatore, il cambio di mano risulta abbastanza squassante. Il Papa gesuita è un sottile argomentatore, quindi ci permetterà di portare il suo ragionamento alle logiche conseguenze. Ha dichiarato che non si può uccidere un uomo per motivi religiosi, ma che non si può nemmeno prendere in giro una religione. E lì è scattato il paragone con la mamma, intesa come paradigma degli affetti più cari. Se ne deve dedurre che per Francesco i vignettisti blasfemi di Charlie non si dovevano uccidere, ma solo prendere a pugni.

So bene che il Papa non intendeva dire questo. Ma questo è quello che ha detto, inciampando in un paragone infelice nel desiderio di riuscire simpatico e (è il caso di dirlo) alla mano. Per delucidazioni ho telefonato a un amico parroco. Cosa deve fare uno, se gli insultano la madre? ho chiesto. E lui, dopo averci pensato un po’: se è un santo, incassa e perdona, altrimenti manda al diavolo l’insultatore e magari lo denuncia. Di pugni il parroco non ha parlato. Probabilmente sarà un prete all’antica, più da sagrestia che da bar, mentre il momento storico sembra richiedere alle figure istituzionali di assumere il linguaggio emotivo delle persone comuni. Vi ricorrerò anch’io, che istituzionale per fortuna non sono: «Gioco di mano, gioco di villano». Lo diceva sempre la mia mamma e se qualcuno osa criticarla gli mando un pugno del Papa.

Massimo Gramellini

Checkpoint Charlie

  • Gen 09, 2015
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La Stampa
09 01 2015

A chi impugna mitragliatrici per sterminare matite, e a chiunque si sottometta a qualcosa di diverso dalla propria coscienza, ci piacerebbe spiegare che avventura faticosa e fantastica sia la libertà. Ma non lo faremo, perché la libertà non si può spiegare. Si può soltanto respirare senza pensarci, come l’aria, e come l’aria rimpiangerla quando non c’è più. A differenza dei dogmi, non reclama certezze e non ne offre. I suoi mattoni sono i dubbi e gli errori, gli slanci e gli abusi. I suoi confini sono labili, mobili. E la sua rovina è l’assenza di confini, che le toglie il piacere sottile della trasgressione.

La forma estrema, per molti incomprensibile, di libertà è la satira. Offensiva, provocatoria e irrispettosa per definizione, ribalta ostinatamente il punto di vista, perciò è detestata dai possessori di verità assolute e dai fautori delle religioni, categoria ideologica di cui fa ormai parte il Politicamente Corretto caro agli americani.

La satira non è mai blasfema, perché non si occupa dell’assoluto, ma del relativo. Non di spiritualità, ma di umanità. La satira non manca di rispetto a Dio, casomai agli uomini che usano Dio per dominare altri uomini.

La vignetta di Charlie Hebdo che più di ogni altra è costata la vita ai suoi autori raffigurava un Profeta disperato per il tasso di stupidità degli integralisti islamici. Non era un attacco a Maometto, ma a un gruppo di fanatici superstiziosi e ignoranti che in suo nome ammazza le donne che vogliono andare a scuola e i maschi che bevono e fumano.

L’attenuante della provocazione che è echeggiata in queste ore sul «Financial Times» - la bibbia di un’altra religione dogmatica, quella dei soldi - è il sintomo di quanto sia ancora lunga e avvincente la marcia verso la libertà. C’è stato un tempo non lontano in cui le corna erano considerate un’attenuante per l’uxoricida e la minigonna per lo stupratore. Arriverà il giorno in cui anche l’accettazione dell’uso, e persino dell’abuso, di satira diventerà qualcosa di scontato. Intanto la guerra continua, e si combatte dentro di noi.

Massimo Gramellini

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