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Orban, la morte e chi non vuol vedere

  • Apr 30, 2015
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La Stampa
30 04 2015

Il premier ungherese Viktor Orban, che di persona appare efficace e persino gradevole ma che in realtà ha l’abitudine di dire e fare cose che noi umani avremmo preferito non rivedere, ha affermato che "la questione della pena di morte deve essere rimessa all'ordine del giorno". Ritiene che l’attuale normativa contro la criminalità "non sia abbastanza dissuasiva".

La notizia colpisce per tre motivi.

Il primo è che ha avuto relativamente poco risalto, come se Orban fosse qualcuno che vive in un mondo lontano, col quale noi abbiamo poco o punto a che fare. Invece il leader magiaro solo una settimana fa era seduto al tavolo dei leader Ue che parlavano di immigrazione. Con pari dignità.

La seconda ragione è che la negazione della pena di morte è uno dei principi fondamentali su cui si basa la costruzione europea. Come ha sottolineato un portavoce dell'esecutivo Ue - non senza circospezione, purtroppo - , se uno stato prevede l’eliminazione fisica di chi commette dei reati non può far parte dell’Unione.

La terza considerazione ruota intorno all’esile reazione della politica europea. Si può immaginare che abbiano ritenuto che far finta di niente fosse la strategia migliore, ma forse sarebbe stato meglio dire a Orban nelle venti e passa lingue ufficiali dell’Ue qualcosa come "ma che sei fuori di testa?".

Si è sentita la voce della protesta un po’ a sinistra, mentre duro è stato l’attacco del leader euroliberale Guy Verhofstadt, uno che - se fossimo nel migliore dei mondi possibili - sarebbe presidente del Consiglio, della Commissione e del Parlamento al tempo stesso.

Orban è membro del Ppe, la stessa famiglia di Angela Merkel (e di Berlusconi). Nessuno ha fiatato. Il mite Joseph Daul, presidente del gruppo, ha detto che parlerà con Orban, ma il francese è quello che ha sempre difeso il centrodestra italiano anche quando diceva che l’euro doveva essere cancellato dalla faccia della terra. Non proprio una tigre, insomma.

A Budapest faranno marcia indietro, in qualche modo. Semmai. Forse. Nel caso, resterà il dubbio che la verità fosse la prima dichiarazione e non l’eventuale correzione. E la certezza che, in casi come questi, i leader e politici dell’Unione dimostrino sempre di non avere gli attributi per difendere i propri valori e principi fondamentali. E che preferiscano l’opportunismo politico allo scontro aperto per la difesa dei diritti più elementari.

C’è Orban. Ma è peggio chi non vuol vedere.

ps. Oggi è il settantesimo della morte di Hitler. Non c’è nulla da celebrare.

Marco Zatterin


La Stampa
28 04 2015

In Egitto i social network si impongono come strumento di comunicazione di massa e ciò porta al debutto anche delle molestie sessuali cibernetiche. Si tratta di un fenomeno che ha soprattutto a vedere con l’invio di foto oscene: quasi sempre i destinatari sono delle donne e può accadere anche che delle donne abbiano le loro foto hackerate, manipolate, diventando oggetto di molestie online.

Il fenomeno ha assunto dimensioni tali che alcuni gruppi di donne, soprattutto giovani, hanno deciso di organizzare una risposta comune. Nasce così la pagina Facebook «Al-Araby al-Marid» (L’arabo malato) nella quale sono le giovani donne a passare al contrattacco, rendendo pubbliche le molestie subite e soprattutto identificando chi le ha inviate.

Ciò significa che attraverso Facebook - ma avviene in forme diverse anche su altri social network - i «molestatori cibernetici» vengono rivelati, consentendo agli utenti di difenderli, escluderli o comunque essere pronti a reagire.

Monica Ibrahim è andata anche oltre, lanciando la HarassMap Initiative ovvero una piattaforma digitale che elenca ogni tipo di molestie online, trasformandole in oggetto di discussione online fra migliaia di persone, nella convinzione che possa diventare - nel medio termine - la migliore forma di deterrenza.

La Stampa
23 04 2015

Cosa ne sarà di lui? Che faremo quando non ci saremo più? Sono queste le struggenti domande che un genitore non può non porsi almeno una volta nella vita di fronte ad un figlio disabile. Uno stress e un’ansia continua che si traduce, per le madri, in un decadimento cognitivo e di memoria più veloce rispetto a quelle che non hanno queste preoccupazioni. Attenzione però a non dare nulla per scontato perchè una soluzione c’è: sentire la vicinanza di amici e parenti annulla lo stress e protegge dall’invecchiamento precoce. Ad affermarlo è uno studio, ad opera dei ricercatori della University of Wisconsin-Madison, pubblicato dalla rivista Journals of Gerontology.

L’aiuto delle persone care è fondamentale
Per arrivare al risultato gli scienziati hanno esaminato e messo a confronto oltre 100 coppie di genitori di persone con varie disabilità sin dalla nascita confrontandole con oltre 500 coppie con bambini sani. Attraverso interviste e batterie di test cognitivi i ricercatori hanno scoperto che i danni maggiori alla memoria erano presenti nelle mamme che nei questionari avevano “lamentato” le maggiori difficoltà nella gestione dei piccoli disabili. Danni che non erano presenti, o comunque in maniera nettamente inferiore, quando le madri potevano contare sul sostegno di parenti e amici.

Se non sostenute c’è maggiore probabilità di depressione
Dalle analisi è anche emerso che alcune disabilità predispongono maggiormente le madri ad altri problemi di natura fisica e mentale. Ciò è risultato particolarmente evidente per autismo, paralisi cerebrale, sindrome di Down e altre forme di disabilità intellettive. In particolare è emerso che le mamme di questi bambini, se non sostenute, hanno il doppio delle probabilità di sperimentare episodi di depressione e di scarsa qualità di salute fisica. Un motivo in più per spronare chi deve prendere decisioni di “salute pubblica” a sostenere in maniera concreta che si trova nella difficile situazione di accudire un figlio malato.

L’effetto non si registra sui padri
Lo studio presenta anche un dato curioso: gli effetti negativi non si ripercuotono sui padri. Secondo gli autori della ricerca ciò è dovuto al fatto che i papà tendono a passare in casa meno tempo mentre le madri spesso devono abbandonare il lavoro. Non solo, dalle analisi sembrerebbe emergere, -confermando studi passati- che gli uomini generalmente siano meno vulnerabili a livello cognitivo in seguito ad ansia e stress.

Daniele Banfi

Verso l’ok al divorzio breve, 6 mesi per dirsi addio

  • Apr 22, 2015
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22 04 2015

Sei mesi per dirsi addio. Al massimo un anno, se si decide di ricorrere al giudice. Oggi il divorzio breve potrebbe diventare legge e mettere in atto, così, una vera e propria svolta per l’Italia visto che si va a modificare una norma di oltre 40 anni fa.
Non saranno, dunque, più necessari tre anni per mettere fine al proprio matrimonio. Non solo, il testo che è stato approvato in prima lettura alla Camera, che è stato modificato al Senato - con lo stralcio della norma che prevedeva il divorzio immediato ma non solo - e che domani sarà votato definitivamente alla Camera, prevede novità anche sulla comunione dei beni. «È una norma di civiltà - ha detto oggi in aula quasi del tutto vuota la relatrice Alessia Morani - Sono decenni che il Paese aspetta norme più moderne che accorcino i tempi del divorzio riducendo peraltro quelle conflittualità di cui sono vittime in primo luogo i figli delle coppie che scelgono di separarsi». Così «non si distrugge la famiglia», ha messo in chiaro Fabrizia Giuliani del Pd. Anzi, «investire sulla libertà e sulla responsabilità rafforza i legami».

E se sul ddl si è mostrato soddisfatto anche il M5S che ha assicurato il «contributo propositivo sia alla Camera che al Senato» e ha definito la futura legge una vittoria anche dei grillini («è la dimostrazione che non diciamo sempre no»), Alessandro Pagano, di Ap, ha invece mostrato tutta la sua contrarietà ad una legge che rischia di «causare disastri inenarrabili» visto che rende la società «sempre meno responsabile». Da lì il suo voto contro «a titolo personale» pur riconoscendo che grazie ad Ap-Ncd la norma è stata migliorata («ci prendiamo il merito di non aver fatto passare il divorzio sprint al Senato»).

Ed ecco cosa prevede il divorzio breve: non saranno più necessari gli attuali tre anni di attesa, innanzitutto, indipendentemente dalla presenza o meno di figli; restano i due gradi di giudizio. Il termine decorre dalla comparsa dei coniugi davanti al presidente del tribunale. Novità temporale anche per la divisione dei beni: la comunione dei beni si scioglie quando il giudice autorizza i coniugi a vivere separati o al momento di sottoscrivere la separazione consensuale. L’ordinanza con la quale sempre i coniugi sono autorizzati a vivere separati è comunicata all’ufficiale di stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione.

C’è poi l’applicazione immediata: il `divorzio breve´ sarà operativo anche per i procedimenti in corso. Dal provvedimento, durante la discussione al Senato, è stata stralciata la norma che prevedeva il divorzio immediato, cioè senza separazione. Una norma che avrebbe «rallentato» il percorso visto che sul tema si sono registrate posizioni politiche contrastanti che avrebbero spaccato la maggioranza. Da qui la scelta di affrontare la discussione con un percorso autonomo e di garantire tempi brevi all’approvazione definitiva che domani potrebbe diventare realtà.

Catena umana

  • Apr 17, 2015
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La Stampa
17 04 2015

Un certo pessimismo che ama travestirsi da realismo porterebbe a dire: come si potranno integrare con la nostra cultura quei migranti che durante la traversata verso l’Europa hanno buttato a mare i compagni di sventura di religione cristiana? E a cosa serve espellerli, se tanto si rimetteranno subito in coda per tornare? L’unica alternativa possibile allo scoramento ci viene suggerita dal comportamento dei cristiani superstiti di quel barcone. Invece di accettare la rissa, si sono stretti l’un l’altro in una catena umana che li ha ancorati allo scafo, impedendo agli aggressori musulmani di buttarli di sotto con i loro fratelli.

Non esistono altre ricette, nemmeno per noi. Fermare la migrazione di masse disperate e motivatissime è praticamente impossibile, a meno di invadere i loro Paesi di provenienza e scatenare una guerra che produrrebbe ulteriori sconquassi. Sono in atto mutamenti epocali che ridisegneranno i confini degli Stati arabi al di là del Mediterraneo e portano già adesso la nostra civiltà a ritrovarsi assediata da pezzi consistenti di caos.

Fin qui la reazione dell’Europa è stata schizofrenica, in un alternarsi di rimozione e di collera, di menefreghismo per le ecatombi e di scoppi improvvisi di cordoglio in occasione di qualche tragedia che, come quest’ultima, si distinguesse dalle altre per un particolare inedito in grado di accendere l’immaginazione.

E’ mancata la presa d’atto che questo problema non si può risolvere ma solo assorbire, purché lo si affronti allo stesso modo da Copenaghen a Lampedusa. Contro l’ondata incontrollabile serve una catena umana ideale. Una forma di resistenza basata sulla solidarietà e sul buonsenso, che è cosa assai diversa dal senso comune.

Massimo Gramellini

Dei delitti e dei Le Pen

  • Apr 09, 2015
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La Stampa
09 04 2015

Sollevando lo sguardo Oltralpe, potete godervi lo spettacolo distruttivo ma anche istruttivo di un padre e di un figlia che si azzannano intorno alla propria creatura. Marine Le Pen ha ereditato dal padre Jean-Marie un partito fascista impresentabile e lo ha trasformato in una piattaforma di risentimenti che potrebbe issarla alla presidenza della Repubblica, a patto di depurarlo da elementi urticanti per la maggioranza dei francesi, quali l’antisemitismo. Ma come reagisce il capofamiglia? Anziché gioire per la figlia, e goderne in disparte il trionfo sentendolo anche un po’ suo, si scaglia contro il sangue del suo sangue in un crescendo shakespeariano, riesumando opinioni impronunciabili sulle camere a gas naziste pur di scassare il giocattolo che aveva regalato a Marine. E lei? Lungi dal sopportare le paturnie dell’avo e manifestare quantomeno un po’ di riconoscenza filiale, gli si scaglia addosso senza pietà, arrivando a minacciare di espellerlo dal movimento da lui creato.

Vista da qui, la faida di monsieur e madame Le Pen appare un fenomeno incomprensibile. Il parricidio sta alla base di tante civiltà europee. Non della nostra, però. Gli italiani, scriveva il poeta Umberto Saba, non sono parricidi ma fratricidi: per informazioni rivolgersi a Romolo e Remo. Lungi dal pensare di ucciderlo, essi desiderano darsi al padre per avere da lui il permesso di uccidere gli altri fratelli. Renzi rappresenta un’eccezione, ma solo perché i suoi babbi politici si erano già uccisi tutti fra loro (e i pochi sopravvissuti continuano a farlo).

Massimo Gramellini

La Stampa
03 04 2015

«La vita vince su tutto. Nessuno più di me può capire la gioia della maternità e la scienza è lo strumento per realizzare i nostri sogni». Laureata in biologia con specializzazione in embriologia, Alessandra Abbisogno, 32 anni, è la prima italiana nata con la fecondazione assistita. Il Censis attesta che le famiglie nel nostro paese pensano troppo tardi a un figlio, con il rischio di trovarsi di fronte a problemi di fertilità che le portano sempre più spesso nei centri per la fecondazione assistita, con i bimbi nati in provetta quasi triplicati in pochi anni. «Non c’è nulla di più appagante che far nascere quei bimbi che senza un aiuto medico non sarebbero mai nati», assicura. Vive a Bologna e due anni fa è diventata mamma di Andrea.«Per vie naturali». 32 anni dopo, il boom della procreazione assistita rende universale la sua storia personalissima.

Da bambina le è mai capitato di sentirsi una «marziana»?
«No. E’ come aver sempre saputo come sono nata. I miei genitori avevano 40 e 38 anni. Mi hanno detto tutto fin da quando avevo ho potuto capire. Avevo quattro, anni. Grazie alla mamma non ho mai subito traumi: ha sempre parlato della mia nascita come di un evento del tutto normale. Adesso che sono io stessa madre capisco compiutamente la radicalità dell’esperienza. Per essere genitori si percorre qualunque strada. Il cuore ci guida, la scienza ci aiuta».

Per questo è embriologa?
«Sì. E’ stata un po’ una vocazione scritta già nella mia origine. E’ maturata presto in me l’esigenza di approfondire, di tornare alla radice, di capire come funziona la procreazione medicalmente assistita. Quando sono venuta al mondo io fu un evento mai visto in Italia, oggi è prassi diffusa. In questo momento sono al parco con mio figlio e ho una certezza: molti bambini che giocano qui sono nati attraverso la fecondazione in vitro. Non è stato così per me ma molte ragazze non sanno da giovani cosa vogliono davvero. Gli anni passano. Quando si inizia a dare il giusto valore agli affetti, alla famiglia l’età biologica è avanzata».

Sulla sterilità incide lo spostamento del momento in cui si decide di fare il primo figlio?
«Si fanno figli troppo tardi. La maggior parte delle coppie va dallo specialista dopo un anno di tentativi. Purtroppo in Italia restano resistenze culturali alle nascite in provetta. Il dibattito sulla legge 40 lo dimostra. Io sono assolutamente contraria all’aborto e mi addolora vedere donne che negano il valore assoluto della vita. Molte di loro interrompono volontariamente la gravidanza da giovani e poi dopo parecchi anni decidono di fare la fecondazione. Se Dio dona una gravidanza, occorre accettarla. Un figlio è una benedizione. Mio figlio è una benedizione per me come io lo sono stata per mia madre».

Sua madre si è sottoposta a tecniche all’epoca avveniristiche. Lo avrebbe fatto anche lei?
«Non ne ho avuto bisogno. Ma è giusto e comprensibile chiedere alla scienza di fare tutto ciò che può. L’essere tanto desiderata dai miei genitori si è concretizzato in un amore immenso, persino eccessivo. Lentamente il desiderio di maternità di mia madre è diventato il mio. Non mi è servita la procreazione assistita però non ho preclusioni. Anzi ho dedicato la mia vita d aiutare le persone a realizzare il loro sogno. Nei limiti del possibile, certo. Non ti puoi accorgere a 50 anni di volere un figlio. Ma la medicina deve essere al servizio della vita».

Giacomo Galeazzi

La Stampa
03 04 2015

Gita scolastica a Roma. È notte. Quindici studenti si danno appuntamento in una delle stanze d’albergo all’insaputa dei professori. Ci sono maschi e femmine, hanno 15 e 16 anni. Giocano, discutono, ridono. Uno di loro viene preso di mira: battute, vestiti che volano e, quando è nudo, la rasatura dei peli. Spuntano le caramelle, i marshmallow, utilizzati come addobbo indecoroso sul ragazzo che è sdraiato sul letto. Lui è stanco, forse hanno bevuto, vuole essere lasciato in pace. Uno dei compagni utilizza il cellulare della vittima e inizia a filmare. La scena non dura molto ma, al ritorno a Cuneo, la ripresa inizia a circolare in tante classi del liceo, finisce tra le mani di un professore e dei genitori del ragazzo.

La preside convoca prima tutti, quindi singolarmente. Non ci sono denunce, ma la punizione è dura in un liceo dove da otto anni nessuno viene sospeso: quattro in condotta per tutti e sospensioni dai 5 ai 15 giorni. La notizia diventa pubblica, viene postata su Facebook dove inizia il dibattito.

La difesa delle mamme
Un gruppo di mamme ieri mattina si confronta e telefona a La Stampa. Non stigmatizzano l’episodio, ma difendono i ragazzi. «Macché bullismo. Macché violenze. È stato uno scherzo. Forse pesante, ma uno scherzo. Lo sbaglio è una punizione tanto severa».

La signora lascia generalità e telefono. «Parlo a nome di molte delle mamme, anche se non ho figli al liceo. State raccontando un caso che non esiste. Se c’è qualcosa di grave è che abbiano sospeso quattordici studenti e dato il quattro in condotta a tutti. Non li fanno neppure accedere ai programmi per prepararsi a casa. Significa condannarli ad essere bocciati, a perdere un anno di scuola. Una rovina per molti. Anche in termini economici, con quello che costa oggi frequentare un liceo».

È un fiume in piena quella telefonata alla redazione. «E poi vi siete chiesti perché i ragazzi erano soli? Un professore all’ultimo non li ha accompagnati. E come è sempre successo nelle gite hanno approfittato delle ore libere per divertirsi. Nulla di più, nulla di diverso, nulla di grave. Nessuno si è fatto male, nessuno voleva fare del male, ma solo scherzare. Quelle cose cameratesche che si fanno in caserma. Che si sono sempre fatte tra ragazzi. Ripeto: nessun caso di bullismo».

La preside: inaccettabile
La preside, Germana Muscolo: «Il nodo sta proprio lì. I ragazzi, e alcuni genitori, sono convinti che l’episodio sia riconducibile allo scherzo. Inaccettabile. Siamo dovuti intervenire con fermezza per far capire quali sono i limiti, il rispetto delle norme, il contesto in cui si fanno certe azioni. Si trattava di gita educativa. Dopo i provvedimenti alcuni, figli e genitori, hanno capito la gravità dell’episodio. Molti, ma non tutti».

Lorenzo Boratto e Gianni Martini

Francesco Semprini, La Stampa
26 marzo 2015

La crociata per la salute pubblica parte dalla prima infanzia. E' questa la filosofia alla quale si sono ispirate le autorità di New York nell'applicare una serie di misure restrittive a "salvaguardia" dei piccolissimi che ogni giorno trascorrono parte della loro giornata in asili e nidi.

La Stampa
26 03 2015

La crociata per la salute pubblica parte dalla prima infanzia. E’ questa la filosofia alla quale si sono ispirate le autorità di New York nell’applicare una serie di misure restrittive a «salvaguardia» dei piccolissimi che ogni giorno trascorrono parte della loro giornata in asili e nidi. A partire dall’imposizione di un limite massimo di trenta minuti per tutte le «attività sedentarie», compreso lo stare seduti ai banchi o ai tavolini di scuola. Attualmente il limite era di 60 minuti, considerato dalle autorità un tempo troppo lungo, e quindi incline a favorire ozio e aumento di peso.

LE LINEE GUIDA DI MICHELLE OBAMA
Il giro di vite imposto ai «day care» certificati della City prevede inoltre limiti alla somministrazione di succhi di frutta e restrizioni severe ai tempi concessi davanti alla televisione. La «ricetta perfetta» per un’infanzia salutare - così è stata definita dagli esperti - è divenuta operativa a partire da questa settimana per disposizione del Board of Helath della Grande Mela. Le autorità cittadine tengono a precisare di aver seguito le linee guida tracciate dalle strutture federali per contrastare il fenomeno dell’obesità giovanile, nell’ambito di quella crociata per la salute pubblica di cui è divenuta alfiere indiscusso Michelle Obama.

SUCCHI DI FRUTTA SOLTANTO DALL’ETA’ DI 2 ANNI IN SU
E allora ecco fissata la nuova maggiore età per bere un succo di frutta presso la mensa di un asilo o un asilo nido, ovvero due anni, anziché gli otto mesi precedentemente fissati. Età superata la quale è possibile consumare comunque non più di quattro once (circa 110 grammi) di succhi, rispetto alle sei once previste prima. Si deve inoltre trattare di succhi al 100%, e quindi sono banditi tutti quei surrogati diluiti. Davanti alla tv si può trascorrere solo mezz’ora e non più un’ora, ben inteso che il limite è comprensivo anche del tempo che si passa davanti a un tablet, un pc o qualunque tipo di schermo.

IL TEMPO CONCESSO ALLA SEDENTARIETA’? AL MASSIMO 30 MINUTI
«La ricetta perfetta» passa inoltre per la lotta dura alla sedentarietà, ovvero non più di trenta minuti sono concessi per qualsivoglia abitudine che rientri in questa categoria, come lo stare seduti ad esempio. Non è compreso in questo caso invece il tempo che si dedica al riposo, inteso come sonno o pisolino pomeridiano, così come il tempo dedicato alla lettura, al disegno in tutte le sue espressioni, e quello concesso ai puzzle. Non è chiaro se i «Lego» rientrino nella categoria o siano un’attività «border line».

NON TUTTI I GENITORI SONO D’ACCORDO
Il giro di vite ha raccolto il plauso dei salutisti che lo hanno paragonato ai divieti imposti da Michael Bloomberg per le bibite gassate. Ma non tutti i genitori sono d’accordo, c’è chi sostiene che si tratta pur sempre di bambini tra 0 e 5 anni, per i quali tali regole sono veramente troppo severe. Tanto da essere considerate una forma di «pubblicità occulta» da parte del sindaco Bill De Blasio che vuole solo dimostrare di non essere da meno rispetto al suo predecessore in fatto di salute pubblica.

Francesco Semprini

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